La “Repubblica aggiornata”. Intervista a Stefano Ceccanti

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Stefano Ceccani (LaPresse)In questi mesi il lavoro parlamentare si è concentrato molto sulla riforma della seconda parte della Costituzione. Una riforma, come si sa, che è stata molto osteggiata dalle opposizioni (non senza ipocrisia da parte del centrodestra). Ora la riforma del Senato è stata approvata anche a Palazzo Madama: 180 i sì, 112 i no. La trafila, però, non finisce qui, visto che la riforma dovrà, ad Aprile, nuovamente passare dalla Camera, dove non sarà più possibile proporre emendamenti. Vale a dire che si voterà solo con un “sì” o un “no”. Dopo queste ultime due approvazioni, ci sarà, nell’autunno di quest’anno, il referendum confermativo. In quale direzione sta andando, con queste riforme, il nostro Paese? Parafrasando Maurice Duverger, storico francese delle Istituzioni politiche, si dovrebbe passare da una politica dell’impotenza ad una politica della decisione. Questo, secondo i costituzionalisti favorevoli a questa riforma, è l’obiettivo di fondo. Non vi è dubbio, però, che si pongono non pochi interrogativi. Ne parliamo, in questa intervista con un protagonista del dibattito politico costituzionale: Stefano Ceccanti, Ordinario di Diritto Costituzionale Comparato alla Sapienza di Roma. E proprio in questi giorni è uscito un suo libro, per l’Editore Giappichelli, dedicato alla riforma costituzionale che sarà, come già detto, oggetto di referendum confermativo. Il titolo del libro chiarisce l’obiettivo di fondo della Riforma: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (Ed. Giappichelli, Torino 2016, pagg. XXIV+96, € 11,00):

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Professor Ceccanti, nel suo libro cerca di dare risposte a molti interrogativi, che sono sorti in questi mesi, sulla riforma costituzionale che sarà oggetto di Referendum Confermativo il prossimo autunno. Colpisce l’affermazione che, secondo lei, con la riforma costituzionale e quella della legge elettorale si risolvono i problemi rimasti aperti settanta anni fa con la nascita della Repubblica.  Un’affermazione assai importante. Può spiegarcela? 

Alcune delle soluzioni di allora sulla Seconda Parte furono determinate dalla rottura del governo di grande coalizione antifascista della primavera 1947. Legata alla Guerra Fredda, Nel clima di sfiducia reciproca, di divisione verticale, molti aspetti organizzativi vennero  impostati con una logica ultra-garantistica, come il bicameralismo ripetitivo che non ha senso né rispetto alla forma di governo (non ha senso giocarsi l’esito dell’esecutivo su due Camere diverse esponendosi a maggioranze incoerenti),  né da quello dl rapporto centro-periferia (un regionalismo cooperativo forte non funziona senza l’accordo di una seconda camera). Quelle scelte hanno perso senso da vari decenni ma solo grazie all’impasse dell’inizio di questa legislatura ci si è trovati in condizione di affrontare davvero il lavoro di aggiornamento per dare senso a questo Parlamento.

All’inizio  del libro lei  riporta un lungo pensiero del grande costituzionalista, padre costituente, Costantino Mortati contro il Bicameralismo perfetto. Le Chiedo quali sono state le ragioni che hanno influito su questo enorme ritardo costituzionale?

La divisione verticale tra le forze politiche ha fatto partire le Regioni molto tardi, negli anni ’70 e in modo molto timido. Anche se le proposta di Camera delle autonomie, congelate alla Costituente, aveva ripreso vigore teorico già in quella fase. Dopo l’ 89, sia pure in modo confuso, anche per le ambiguità della Lega, è riemersa una domanda di uscita dall’eccesso di centralismo e di uniformità. Mentre è stata coerente la riforma della forma di governo regionale con la legge costituzionale 1/1999, quella dell’elezione diretta dei Presidenti, vi è stata poi un’incoerenza tra il regionalismo forte della riforma del Titolo Quinto del 2001 (persino troppo generosa sulle competenze) e l’assenza di una Camera delle autonomie che  avrebbe comunque ridotto quantitativamente la classe politica nazionale. Essa si difendeva con proposte improbabili come Senati delle garanzie, fatte per autoperpetuarsi, quando qualsiasi evidenza comparata, pur nella diversità degli esiti, mostra che una seconda Camera ha senso solo per completare il disegno centro-periferia.

Quali sono i punti deboli della Riforma? Quali i punti di forza? Non trova che si sarebbe dovuto lavorare di più sulle garanzie, ovvero il “check and balance”, contro lo sbilanciamento sul potere esecutivo?

E’ vero il contrario. Manca un intervento sugli articoli della Costituzione relativi alla forma di governo (fiducia, sfiducia e scioglimento). A parte l’eliminazione della fiducia col Senato e il premio della legge elettorale, in corso di legislatura non ci sono rimedi istituzionali ai rischi di crisi. Si potrà però intervenire in un secondo momento. Il sistema italiano resta quello con le maggiori garanzie: un Presidente della Repubblica con poteri più forti degli altri Capi di Stato parlamentari, il referendum abrogativo a cui è anche ridotto il quorum, una magistratura indipendente con un Csm in cui i componenti laici non possono essere eletti dalla sola maggioranza, idem per la Corte costituzionale, una revisione costituzionale che diventa più difficile perché il Senato è sganciato dalla maggioranza. A mio avviso si è, anzi, commesso un eccesso di zelo alzando troppo il quorum per il Capo dello Stato che potrebbe bloccane l’elezione.      

Insomma per lei le riforme ci porteranno verso la terza repubblica, ovvero quella democrazia dell’alternanza sognata da Moro e Ruffilli. La democrazia dell’alternanza, però, implica valori repubblicani condivisi. Non mi sembra il caso della politica italiana. Dove forze politiche alternative al PD, vedi il centrodestra a trazione leghista, si pongono in pesante discontinuità con i valori della Carta del 1948 . Non è stato troppo ottimista?

La Repubblica è sempre la stessa perché c’è una continuità di principi. C’è una discontinuità degli strumenti per meglio rispondere a quei principi. Preferirei parlare di nuove regole per inquadrare un terzo sistema dei partiti. Io credo che nel Paese i valori siano condivisi, il problema è l’offerta politica che tende a riflettere  slogan semplificatori, favoriti anche dall’inadeguatezza degli strumenti a disposizione e dalle difficoltà del processo di federalizzazione europea.

Volendo fare una previsione, per quanto è possibile, come andrà a finire il referendum? Un plebiscito per Renzi?

Non saprei fare previsioni. Dubito però che l’opinione pubblica, al di là delle appartenenze politiche e culturali, voglia tenersi un sistema che ci potrebbe far ricadere nell’impasse del 2013 per la formazione del Governo e che in assenza di una Camera delle autonomie scarica i conflitti sulla Corte costituzionale. Il Presidente del Consiglio ci ha messo la faccia perché è la riforma che giustifica la prosecuzione della legislatura, ma il quesito è soprattutto su una indifferibile riforma, giusta nel merito che resterà anche dopo Renzi e che in realtà nella sua elaborazione era stata condivisa, sin dai lavori della Commissione di esperti del Governo Letta, anche dall’intero centro-destra. 

 

 

 

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