Carlo Donat-Cattin uomo di Stato e leader della Dc. Un testo di Francesco Malgeri

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Oggi, nel pomeriggio, al Senato in aula Koch, si è svoto un convegno, nel 25° anniversario della sua morte, per ricordare la figura di Carlo Donat Cattin. Il leader della sinistra sociale della Dc. Grande figura di sindacalista, cresciuto alla scuola di Pastore, è stato un protagonista della politica italiana della “Prima Repubblica”. Al convegno, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sono intervenuti il Presidente del Senato Pietro Grasso, il professor Francesco Malgeri – che ha tracciato un profilo storico dell’uomo di Stato – Franco Marini, Emanuele Macaluso, Maurizio Sacconi e Pierferdinando Casini.

Di seguito pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, il testo dell’intervento del Professor Francesco Malgeri, grande studioso del cattolicesimo politico italiano.

Signor Presidente della Repubblica,
Signor Presidente del Senato, Signore e signori,

A venticinque anni dalla morte, ricordiamo oggi un uomo che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’Italia repubblicana. Formatosi, sin dagli anni Trenta nell’associazionismo cattolico a Torino, ebbe parte attiva nella Resistenza, e, nell’immediato dopoguerra, lo troviamo al centro delle battaglie sindacali, giornalistiche e politiche in Piemonte. Nel corso degli anni Cinquanta, il suo nome è già al centro della vita politica e sociale nazionale. Sono anni segnati da un aspro confronto ideologico tra le forze politiche, ma anche carichi di attese e speranze, grazie ad una straordinaria accelerazione dello sviluppo economico del nostro paese, e, sul piano politico alla svolta del Centro-sinistra, con l’inserimento nell’area di governo del partito socialista che, rompendo lo schema frontista, si propose come forza politica disponibile all’incontro e alla collaborazione con i partiti di democrazia laica e cattolica. Un processo che avvenne in un quadro internazionale segnato da importanti novità: la destalinizzazione in Unione sovietica, le rivoluzioni polacche e ungheresi, il processo di distensione avviato da Kruscev, la presenza di Kennedy alla Casa Bianca e la grande svolta nella storia della Chiesa, con Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II.

E’ in questo contesto che Donat-Cattin entrò a pieno titolo nella vita politica nazionale come consigliere nazionale della Dc dal 1954 e membro della direzione del partito dal 1959. Raccogliendo l’eredità di grandi leader sindacali come Rapelli e Pastore, Donat-Cattin divenne, in seno alla Democrazia cristiana, la guida indiscussa della Sinistra sociale, che dal 1964, con “Forze Nuove”, assunse la fisionomia di “gruppo di pressione sindacale” nel partito, acquistando sempre più una “precisa qualificazione politica”1. La Sinistra sociale fu espressione di una scuola, una cultura, un pensiero, che affondava le sue radici nella storia del cattolicesimo sociale italiano, animato da una intransigenza e da un impegno etico che mai venne meno2. Eletto deputato nel 1958, la sua presenza in Parlamento proseguì per ben trentatré anni, per otto legislature, fino al 1991, di cui le prime cinque alla Camera e le ultime tre al Senato. Nel dicembre 1963, cominciò per Donat-Cattin anche una lunga e intensa attività di governo: sottosegretario alle Partecipazioni statali nei primi tre governi di centro sinistra, guidati da Moro, fino al giugno 1968, fu, in seguito, ministro del Lavoro, del Mezzogiorno, dell’Industria, della Sanità, concludendo il suo iter governativo con il ritorno, nel 1989, al Ministero del Lavoro.

Donat-Cattin credette nel Centro-sinistra come reale strumento di trasformazione politica, sociale ed economica del paese, per costruire uno “stadio più alto di civiltà” e avviare sostanziali riforme, superando da un lato la logica del profitto capitalistico e dall’altro il collettivismo di ispirazione marxista. Si coglie in lui l’esigenza di dar vita ad un sistema economico in grado di offrire all’uomo, al lavoratore, uno sviluppo non alienante, ma costruito sulla base di equilibri ispirati al rispetto della persona e dei valori più profondi che devono guidare la convivenza civile. Con la nomina, nell’agosto del 1969, a Ministro del Lavoro nel secondo governo Rumor (confermato nel 3° e nei successivi governi di Colombo e di Andreotti, sino al giugno 1972) spettò proprio a Donat- Cattin gestire la drammatica situazione segnata dall’esplodere delle agitazioni operaie del 1969, di quell’“autunno caldo” che era conseguenza della crisi determinata dalla conclusione del processo espansivo dell’economia italiana. Un momento delicatissimo, segnato, tra l’altro, anche dalla contestazione giovanile e dall’emergere del terrorismo e della strategia della tensione. Fu lui portare a conclusione nel 1970 l’iter legislativo – avviato dal suo predecessore, il socialista Giacomo Brodolini – dello Statuto dei lavoratori. Donat-Cattin ebbe a definirlo “un fondamento dello Stato democratico” e “il completamento del sistema di libertà” nel nostro paese. Agli attacchi di chi attribuiva alla legge un orientamento demagogico e populista, replicava definendo lo Statuto “il riconoscimento al cittadino lavoratore dei diritti personali di libertà anche quando svolge attività produttiva dipendente”. In questi anni strinse un rapporto di reciproca stima e amicizia con Aldo Moro, che Donat-Cattin definì “l’unico uomo strutturalmente aperto a sviluppi della democrazia fuori da una logica di semplice difesa del potere della Dc”3. Questo rapporto, fino alla tragica morte dello statista pugliese, evidenzia un confronto intenso e profondo. Può apparire singolare questa amicizia tra due personalità così diverse e a loro modo così forti. La formazione sociale e sindacale di Donat-Cattin, forgiatasi nella durezza degli scontri e delle battaglie del movimento operaio, forse mal si conciliava con la sofferta riflessione culturale e politica di un intellettuale del Mezzogiorno, che non era diretta espressione della tradizione del cattolicesimo sociale. Ciò che li univa era soprattutto una visione della democrazia che si misura nel rapporto con la società, con le sue attese e le sue richieste. Lo affascinò di Moro la capacità di lettura e interpretazione dei fenomeni sociali, a partire da quel discorso del novembre 1968, ove, di fronte ai movimenti che stavano investendo in quei mesi la società e la scuola italiana, parlò di “tempi nuovi “, del “moto irresistibile della storia” e di una “nuova umanità che vuol farsi”. Dal suo canto Moro mai cercò di depotenziare la Sinistra sociale, considerandola “un elemento decisivo e insostituibile per caratterizzare in senso popolare l’attività politica della Con Moro Donat-Cattin si confrontò nelle fasi più delicate della storia della Repubblica. Proprio nel 1968 fu Moro a dissuaderlo dall’idea di uscire dal partito per dar vita ad un nuovo soggetto politico. Quando poi, dieci anni dopo, Moro, con il discorso ai gruppi parlamentari del 28 febbraio 1978 indicò la strada della solidarietà nazionale e della convergenza parlamentare con i comunisti, Donat-Cattin sciolse le sue riserve dopo un intenso e severo confronto con il Presidente della Dc, giudicando poi un vero “capolavoro politico” il modo in cui era riuscito a realizzare quel disegno. Di lì a poco vennero i giorni di scelte difficili e sofferte, di fronte alla sorte dell’amico vittima della violenza terroristica. Le lettere e gli scritti di Moro dal carcere lasciarono un segno nell’animo di Donat-Cattin. Quelle parole, a volte crude e pesanti, svelavano, a suo avviso, “pagine tristi di uno squallido mondo del potere”. Quelle pagine, scriveva con la sua consueta franchezza ed asprezza, “scavano giudizi contro il sistema e contro di noi democratici cristiani”. E sulla incapacità di salvare la vita al suo amico ci ha lasciato un interrogativo inquietante: “Potevamo essere meno rigidi? Dovevamo agire di più, inventare, sommuovere, minacciare, ritorcere, pagare, pregare di più per ottenere la salvezza? […] un malessere mi percorre e un senso di colpa personale e di pena mi stringe. Da allora il cuore sarà inquieto per sempre”5 Nei mesi successivi, quando entrò crisi la solidarietà nazionale, Donat-Cattin fu contrario ad un possibile coinvolgimento del Pci nell’area di Governo. Com’è noto, fu lui a scrivere il testo del “preambolo” al congresso di Roma del 1980. Nell’atteggiamento di Donat Cattin emergeva non solo il rifiuto dello Stato inteso come “economia statizzata e burocratizzata” ma un rischio, a suo avviso fatale per la democrazia, giudicando l’ipotesi di un governo Dc-Pci, come “una maggioranza pressoché unanimistica, con tutti e due i piedi dentro la ‘democrazia consociativa’ senza controllo, slittante verso la strategia incontrollabile di piccoli gruppi dirigenti”6. Ed infine non trascurava il pericolo di una alleanza nella quale la Dc doveva assumere il ruolo di polo moderato.

Carlo Donat-Cattin morì il 18 marzo 1991, in un periodo in cui la vita politica italiana stava vivendo quella delicata fase di passaggio che prelude alla crisi del sistema dei partiti, nato nella stagione della Resistenza e della Costituente. Un sistema che, per quasi mezzo secolo, aveva retto le sorti della Repubblica. Prima ancora che il ciclone di tangentopoli venisse a travolgere molti uomini e cose della vecchia Italia, Donat-Cattin comprese chiaramente che la crisi che investiva i partiti era anche crisi morale: la degenerazione era il risultato del venir meno delle “tensioni” e delle “ragioni ideali” dell’azione dei partiti. Il sistema dei partiti era degenerato – scrisse – “al livello della moralità media (scarsa sempre più scarsa) del Paese”, chiedendosi anche se avesse contribuito al degrado il permanere al governo per molti decenni degli stessi partiti, in primo luogo della Democrazia cristiana. Anche se non visse la fase conclusiva della crisi del sistema politico italiano, fu in lui chiarissimo il timore di un cambiamento che poteva abbassare il livello democratico della vita politica, determinare possibili derive plebiscitarie, con un peso eccessivo e invadente del potere economico e finanziario.

Restano oggi a noi i risultati della sua intensa presenza nella storia politica del nostro Paese e nella vita del suo partito. Se in quegli anni si è costruito in Italia uno Stato sociale che sanò antichi squilibri, offrendo ai cittadini più deboli il supporto e il sostegno delle istituzioni pubbliche, non poco pesò la pressione e l’azione svolta dalla Sinistra sociale e dal suo leader. Un riconoscimento che col passare degli anni sembra correre il rischio di diventare una colpa, ma che Donat- Cattin intese difendere sempre con grande convinzione. Intervenendo al XVI Congresso del partito nel 1984 ebbe a dire: “Si afferma che noi abbiamo contribuito a costruire lo Stato sociale e che noi non vogliamo distruggerlo. Noi siamo del tutto coscienti della crisi dello Stato sociale […]. Ma il tema centrale è il rapporto tra il sociale e l’economico, perché la spesa sociale non è un lusso, ma è un bisogno dell’uomo del nostro tempo, dell’uomo a reddito medio basso, che non c’è ragione di mettere in condizioni diverse da chi ha altri livelli di reddito”7. Se, infine, la Democrazia cristiana nella sua lunga storia non è stata un semplice collettore di consenso elettorale, ma è stata anche espressione di una cultura, di un pensiero e di partecipazione convinta di classi sociali appartenenti al mondo del lavoro, che ne hanno qualificato la fisionomia interclassista, lo si deve anche e soprattutto a Donat-Cattin. C’è una pagina molto bella, nella quale spiegò la natura articolata e complessa del suo partito. Intervenendo alla Camera il 12 agosto 1979 ebbe ad affermare: “Siamo cresciuti nel solco tracciato per faticosi decenni nella gleba dell’Italia contadina, tra le minoranze cattoliche dei quartieri operai e degli opifici di vallata della prima e della seconda industrializzazione, nel popolo minuto dedito all’artigianato e al commercio, nella schiera interminabile di educatori, intellettuali, uomini di pensiero, nella più ristretta schiera di imprenditori, di scienziati, di ricercatori chiamati alla vita sociale dalla ispirazione cristiana. Siamo popolo nell’accezione sociologica, chiamato alla politica secondo una spinta partita dalla base del mondo cattolico, alla conquista di una dimensione laica”. Non va infine dimenticato quanto contarono per lui i valori, i princìpi, le istanze ideali, che devono nutrire l’impegno politico e sociale. Il richiamo ai valori profondi, “per i quali vale la pena di vivere e sacrificarsi fino in fondo”, confessò di averli assorbiti nella sua casa paterna, “dove l’intransigenza della fede si sposava al più inflessibile antifascismo” e tra gli “amici e compagni d’arme della Resistenza”. Ed aggiunse: “Occorre il recupero civile di vessilli morali precisi e trascinanti, quel che Moro chiamava ‘un nuovo senso del dovere’, quel che Solženicyn lamenta come assenza quasi totale nell’Occidente consumistico e materialistico. Senza quel recupero costruiremmo ogni giorno qualche fantasma nel vuoto”8.
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1 La mia DC. Intervista a Donat Cattin di Paolo Torresani, Vallecchi, Firenze 1980, p.
2 Atti del VII congresso nazionale della DC, Cinque lune, Roma 1961, p. 314.
3 La mia Dc, cit., p. 35.
4 N. Guiso, Carlo Donat-Cattin. L’anticonformista della sinistra italiana, intervista a Sandro Fontana, Marsilio, 1999, pp. 54-5.
5 C. Donat-Cattin, Quell’uomo, trent’anni per l’Italia. Una vita per la politica, “La Gazzetta del popolo”, 16 marzo 1979.
6 La mia DC, cit., pp. 63-5.
7 Atti del XVI congresso nazionale della Democrazia cristiana, Spes-Dc, Roma 1985, p.
8 La mia DC, cit., pp. 117, 138.

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