Ce la farà Francesco? La sfida della riforma ecclesiale di Papa Bergoglio. Intervista a Don Rocco D’Ambrosio.

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cop-Ce-la-farà-FrancescoSono passati poco più di tre anni dall’elezione al soglio pontificio di Jorge Bergoglio.

Papa Francesco ha impresso una svolta nella vita della Chiesa Cattolica. Facciamo il punto su questo cammino, nell’ intervista, con Don Rocco D’Ambrosio. D’Ambrosio è professore di Filosofia della Politica alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. E’ autore di numerosi saggi, l’ultimo, “Ce la farà Francesco?”, è uscito pochi giorni fa, per le edizioni “”La Meridiana” di Bari.

Professore nel suo saggio, “Ce la farà Francesco?”, tenta di fare una analisi istituzionale della Chiesa Cattolica sotto il Pontificato di Papa Francesco. Lei mette in guardia da due pericoli, ovvero dalla “deriva semplicistica” e dall’ideologia nell’analizzare le dinamiche ecclesiali e quindi il tentativo di Riforma di Papa Francesco. Può spiegarceli?

Per comprendere la vita ecclesiale, nei suoi risvolti istituzionali quanto teologici, va superata qualsiasi forma di superficialità e semplicismo. Mai come oggi abbiamo bisogno di studiare il contesto contemporaneo e le istituzioni, Chiesa compresa, incrociando le competenze, cioè usando strumenti culturali che attingono ai diversi saperi che investigano sulle realtà umane: l’antropologia, l’etica, la teologia, la sociologia, la psicologia, la scienza politica, il diritto, l’economia. Pertanto, soprattutto educatori ed intellettuali, non sono chiamati ad avere tutte le competenze – pretesa inconsistente e sciocca – ma una capacità di sintesi per aiutare l’interlocutore, specie se educando, a dotarsi di una mappa per districarsi nei vari labirinti di questo mondo e su cui, se vuole, costruire la propria personale competenza, concepita sempre in funzione del vivere bene, come persona e come credente.

Quali sono i punti principali della Riforma di Francesco?

Sono quelli più volte espressi nei suoi interventi. Nel discorso ai vescovi degli Stati Uniti, li ha così enunciati: ”Le vittime innocenti dell’aborto, i bambini che muoiono di fame o sotto le bombe, gli immigrati che annegano alla ricerca di un domani, gli anziani o i malati dei quali si vorrebbe far a meno, le vittime del terrorismo, delle guerre, della violenza e del narcotraffico, l’ambiente devastato da una predatoria relazione dell’uomo con la natura, in tutto ciò è sempre in gioco il dono di Dio, del quale siamo amministratori nobili, ma non padroni. Non è lecito pertanto evadere da tali questioni o metterle a tacere. Di non minore importanza è l’annuncio del Vangelo della famiglia che, nell’imminente Incontro Mondiale delle Famiglie a Filadelfia, avrò modo di proclamare con forza insieme a voi e a tutta la Chiesa” (23 settembre 2015). In un’intervista, invece, ha detto sinteticamente che i mali più grandi del mondo sono: “Pobreza, corrupción, trata de personas” (ovvero: povertà, corruzione e tratta di persone).

Qual è il bilancio di questi tre anni di Pontificato?

I bilanci sono sempre molto difficili perché la riforma è in atto e il papa continua a indicare mete e a confermare la sua linea. Si potrebbe affermare che gli intenti di papa Francesco sono stati esposti con chiarezza; ora è il tempo di renderli operativi con le riforme specifiche dei dicasteri vaticani e degli organismi diocesani e territoriali.

 Lei giustamente afferma che le riforme proposte da Francesco sono “conciliari”, ovvero si pongono come attuazione del Concilio Vaticano II. Per cui la posta in gioco non è la fedeltà al disegno del leader (il Papa) ma la continuità con il Concilio. A leggere certi avversari del Papa, per alcuni l’avversione a Francesco rasenta l’odio, siamo agli antipodi dell’ermeneutica conciliare. Quanto pesa questa avversione all’interno della Chiesa?

L’opposizione al papa è un fatto notorio. Bisogna, tuttavia, non cadere nella trappola del personalizzare il conflitto. Ciò che interessa, prima di tutto, è la riforma della Chiesa nello spirito del Vaticano II. La lettura evangelica, attualizzata dal Vaticano II, è quindi il criterio per valutare questo pontificato. Ovviamente per chi crede in un modello di vita cristiana e di Chiesa preconciliari riterrà la riforma di Francesco, a seconda dei casi, eretica, inconsistente, sprovveduta e via discorrendo. Per chi crede nel nella lettura evangelica del Vaticano II cercherà di valutare la riforma di Francesco spostando l’attenzione sui contenuti annunciati e incarnati, più che la persona del papa, il quale, come ogni essere umano, e come ogni leader, per quanto dotato e avveduto, commette errori.

 Uno dei tratti, di questi anni di Papa Bergoglio, è stato quello della lotta alla mondanità (con tutto quello che significa)  nella Chiesa. E questo presuppone uno stile di vita sobrio, ma c’è anche una lotta ad una certa idea di potere nella Chiesa. Ovvero ci sono delle virtù, necessarie per chi vuole servire la Chiesa di Cristo,  su cui il Papa si è soffermato spesso. Qual è l’idea di “Servizio” che ha il Papa?

Essa è espressa molto bene negli ultimi due discorsi natalizia alla Curia Romana. Sono da leggere e meditare! Succede nella comunità cristiana quello che accade spesso in tutte le istituzioni quando si toccano alcuni punti critici o deleteri, come la corruzione, gli abusi, il rinnegamento delle finalità fondamentali e cosi via. Soprattutto coloro che hanno responsabilità – siano essi cardinali, vescovi, presbiteri, religiose/i o fedeli laici – più che cambiare radicalmente, si sottopongono a quel processo per cui, secondo Jung, enfatizzano i propri pregi e negano, ponendoli in una zona d’ombra, i propri lati oscuri e problematici, quelli che compromettono l’identità di persona integra ed eticamente sana. Le “ombre”, in questione, sono quelle classiche, le si chiami “malattie” o in altro modo, ovvero: narcisismo, perfezionismo, superbia, avarizia, invidia, rabbia, masochismo, sadismo, istrionismo, arroganza, vendicatività, ambizioni sfrenate, demagogia, populismo, falsità, vanagloria, violenza, aggressività, sociopatia, cinismo, ipocrisia, ambiguità, cioè gli aspetti più deleteri che un uomo o una donna possano avere. Orbene si comprende la forza e spesso la violenza della reazione al papa che mette il dito nella piaga di questi mali, proprio perché queste persone hanno poco interesse a riconoscere le zona d’ombra e a rinnovarsi in fedeltà e giustizia.

“I gesti, le parole, gli interventi, le decisioni di Papa Francesco,- scrive nel suo libro – conservano tutti una prospettiva dal basso”. Questo è il cuore della riforma di Francesco. Cosa significa e quali implicazioni?

La “prospettiva dal basso” ci riportano a Jorge Mario Bergoglio, segnato da un dato indiscutibile: Bergoglio è sempre stato così, innamorato dei poveri, con intelligenza, passione, impegno. Alla sua elezione il dato è stato confermato: il suo collega cardinale Claudio Hummes gli ha detto “Non dimenticarti dei poveri!”. E il papa, commentando le parole di Hummes, ha precisato: “quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri” (Discorso alla stampa 16 marzo 2013). E’ entrata nel suo cuore, ma già c’era. Ora deve entrare in tutta la prassi ecclesiale. Ha detto in un’intervista: “La Chiesa deve parlare con la verità e anche con la testimonianza: la testimonianza della povertà. Se un credente parla della povertà o dei senzatetto e conduce una vita da faraone: questo non si può fare. Questa è la prima tentazione”

 Ultima domanda: Lei, oltre che professore universitario, è un sacerdote impegnato nella sua Diocesi. Le chiedo come  si sta ponendo la Cei nei confronti della Riforma di  Papa Bergoglio? L’impressione personale è che faccia molta fatica ad adeguarsi al Papa…Per lei?

Anche nell’episcopato italiano c’è un grande dibattito sulla riforma di Francesco, per quello che ci è dato di sapere dalle cronache giornalistiche. Ci auguriamo che il dibattito aiuti a comprendere sempre più un principio etico fondamentale: ogni processo di riforma implica una scelta di campo di coloro che sono coinvolti. Tutti sono tenuti a offrire il loro sostegno alla riforma, con quello che sono e con quello che hanno. In altri termini non esiste una sorta di limbo in cui sostare in attesa che il tutto passi. Chi non sceglie, in fondo, ha già scelto, cioè ha scelto di non collaborare. E la posta in gioco qui non è la semplice sequela di un leader, ma l’attuazione del Vaticano II.

 

 

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