Il TTIP: inganno o opportunità? Intervista a Monica Di Sisto

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(AP Photo/Ferdinand Ostrop)

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Le rivelazioni di Greenpeace nei giorni scorsi sul TTIP (Sul trattato di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) hanno portato alla ribalta i limiti, e i rischi per i consumatori europei, di questo possibile accordo tra UE e USA.
Sabato prossimo a Roma, con inizio alle 14 con partenza del corteo da Piazza della Repubblica, si svolgerà, organizzata dalla Campagna “Stop TTIP”, una grande manifestazione, a Piazza San Giovanni, per dire no al trattato. Quali sono i limiti di questo Trattato? E’ un’opportunità o un inganno? Ne parliamo con Monica Di Sisto, vice presidente di “Fair Watch” e portavoce della campagna “Stop TTIP”. Monica Di Sisto è anche docente alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.

Innanzi tutto diamo una spiegazione ai nostri lettori: cos’è questo trattato TTIP (Transatlantic Trade and Investiment partnership-Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti)? Quali materie tratta?
Il trattato è trasversale e si propone di accelerare il commercio tra Europa e Stati uniti, dai farmaci ai servizi essenziali, dalla finanza al cibo, dai vestiti agli appalti, in due modi. Innanzitutto, abbattendo le tasse e le quote su import ed export tra le due sponde dell’oceano, che sono, pero’, già abbastanza basse tanto che gli Usa uno dei nostri principali partner commerciali. Il 70% di quello 0,5% in più di Pil che l’Europa guadagnerebbe, secondo alcune stPontificiaime della stessa Commissione Ue, entro i primi 10 anni dall’entrata in vigore del trattato, se lo garantirebbe, però, se le regole di produzione, di distribuzione gli standard si sicurezza, le caratteristiche e i controlli che si applicano oggi su prodotti e servizi, molto diversi tra noi e gli Usa, diventassero più simili. E questo crea problemi alla qualità di vita, sociale e ambientale, che vogliamo difendere con forza, ma anche al modo in cui la definiamo oggi in Europa e negli Usa, cioè alle nostre democrazie.

Le trattative tra UE e Usa sono iniziate nel 2013. L’ultimo round si è concluso, qualche giorno fa, a New York. A che punto siamo?
Siamo ancora molto lontani, per fortuna, da una convergenza di principi e obiettivi commerciali, considerando che l’ultimo appuntamento possibile è quello dell’11 luglio, quando le due parti si incontreranno a Bruxelles per fare il punto definitivo sulla faccenda. La nostra preoccupazione è che le due parti, prima che la presidenza Obama tramonti definitivamente e con essa l’entusiasmo della Casa Bianca per una liberalizzazione commerciale che potrebbe creare problemi anche ai lavoratori e ai piccoli produttori Usa, approvino una cornice normativa vuota, che verrà riempita di regole dannose dalle molte pseudo istituzioni che il TTIP si propone di introdurre per facilitare il commercio transatlantico.

Come giudichi il comportamento dell’UE? E quello del nostro governo?
Abbiamo incontrato nel novembre scorso il capo negoziatore Ignacio Bercero a Roma e ci aveva detto di fidarsi di loro, e che stavano lavorando entro il perimetro loro affidato dai Governi europei. Dopo aver letto i documenti, ufficiali e ufficiosi, prima e dopo il colpaccio di Greenpeace, sono contenta che non ci siamo fidati.
Il nostro Paese ha sempre avuto un atteggiamento “tifoso” rispetto al trattato, e pure nelle relazioni franche che abbiamo avuto con l’ex ministro allo Sviluppo economico Carlo Calenda non abbiamo mai capito quali dati gli infondessero tanto ottimismo. L’unico studio, ormai datato, da loro finanziato parlava di perdite secche per l’agricoltura e per ampi settori della manifattura, tra le poche voci positive per il disastrato Pil italiano. Sperano in una liberalizzazione del settore energetico e della finanza che non otterranno mai, e delle quali beneficerebbero solo pochi grandi gruppi di casa nostra, con vantaggi discutibili per la maggior parte delle Pmi e di noi cittadini.

La Francia ha una posizione di contrarietà. Perché?
Perché, molto cautamente, ha aspettato fino all’ultimo per pronunciarsi, nel frattempo si è fatta i conti e ha capito che non conviene a nessuno avere un mercato europeo saturo di prodotti e servizi Usa a basso costo e bassa qualità, con una riduzione secca dell’occupazione, della base produttiva e della capacità regolatoria e decisionale nazionale. Il nostro Governo va avanti a slogan calcistici: siamo per il commercio, dice il Premier. Ma anche noi: il punto è che queste regole danneggiano il nostro Paese e anche la sua capacità di governarlo. Non si accorge nemmeno che gli proteggiamo il mestiere…


Il trattato “transatlantico” è il gemello di quello siglato tra i paesi del Pacifico. Un segno della globalizzazione (cattiva?). Dicono i sostenitori che: “Siamo nell’epoca dell’iperconnessione (grazie a Internet) e non hanno più senso i dazi doganali”. Per voi della campagna del “NO TTIP”, invece, il trattato contiene effetti negativi per l’Europa. Perché?

Perché dietro ad ogni prodotto e servizio c’è una storia, territorio, famiglia. Con una regola che cambia, pensiamo alle quote latte europee, o un’incauta gestione finanziaria autorizzata da un allentamento degli standard, come è pure successo ai nostri risparmi, vite intere saltano e, nel caso del TTIP, senza possibilità di ritorno perché questo trattato non è reversibile. Come possiamo affidare quei tasti a un non meglio precisato organismo transatlantico, gestito in permanenza da tecnici della Commissione Ue e del Governo Usa che non eleggiamo, non selezioniamo, non conosceremo, e non potremo in alcun modo influenzare, nemmeno attraverso Enti locali e Parlamenti, visto che condurranno trattative e lavori con la stessa riservatezza – diciamo noi segretezza, con la quale stanno gestendo il negoziato in questi anni?

Quali sono i pericoli, secondo te, se il trattato venisse approvato senza ulteriori garanzie europee, per i consumatori?
Il trattato avrà forza di direttiva, e alcuni dei principali “costi di produzione” che già oggi sono sul tavolo dei negoziatori per essere “armonizzati” tra gli usa e noi sono molte delle conquiste del consumerismo Ue e Usa: i controlli di sicurezza alimentare, le etichettature trasparenti, la presenza di ormoni e residui di pesticidi e insetticidi nel cibo, nei cosmetici, la sicurezza della chimica. Vengono trattati come “ostacoli” al commercio, non come garanzie per i consumatori. Il Trattato vuole inserire l’analisi del rischio obbligatoria preventiva per ogni regola che ostacoli gli scambi: vuoi inserire un’informazione in più su un’etichetta? Devi spiegare che cosa comporta per il commercio, se puoi non farlo, e che cosa questa mancata azione provochi, invece, per i flussi commerciali. Il Comitato per la cooperazione regolatoria che il Trattato andrà a istituire non sarà chiamato a scegliere la regola migliore sulla base delle legislazioni nazionali, ma quella meno restrittiva del commercio secondo il dettato del TTIP stesso. E tutto quello che deciderà, come le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, deve essere recepito dalle normative europee e nazionali, o si può incorrere in amare sanzioni. Una trappola.

Per quello che riguarda i farmaci e gli alimentari, che sono i settori più delicati, come si pone il trattato? L’UE come si è comportata?
L’Unione europea sta accettando di allungare il periodo di copertura dei brevetti e di inasprirne la copertura anche per farmaci essenziali e importanti per la tutela della salute pubblica. Peraltro l’Europa ha una fiorente produzione e mercato di farmaci equivalenti, che gli Usa invece non considerano di loro interesse nel negoziato, che potrebbe essere danneggiata da una stretta alla proprietà intellettuale da parte degli “inventori” delle specialità. Per il cibo, si sta accettando di sostituire l’approccio di controllo e di protezione dei cittadini “dal campo alla forchetta” con quello, più economico, della valutazione “a valle” che scarica sul cittadino, a sue spese, l’onere della prova di aver subito un danno eventuale da un prodotto o da un servizio. Noi riteniamo che il Principio di precauzione, introdotto nel Trattato di Maastricht secondo il quale è invece la collettività a ritirare immediatamente un prodotto o un servizio in caso di ragionevole dubbio di pericolo, sia una punta avanzata della normativa nell’interesse pubblico e vada addirittura rafforzato, in particolare oggi che il cibo parla globale, come è giusto, ma non sempre la qualità è adeguata a questa sfida.

Ultima domanda: In positivo quali sono le vostre proposte di cambiamento al Trattato?
Noi pensiamo che i negoziati commerciali debbano parlare di problemi commerciali – dazi, tariffe, dogane – e non di regole, innanzitutto. Poi riteniamo che, sempre più oggi in un orizzonte geopolitico di grande tensione, debbano essere discusse in tavoli allargati intorno ai quali si siedano quanti più Paesi possibili, e per quanto possibile all’interno della cornice delle Nazioni Unite, perché lì i diritti umani e i numeri dell’economia avrebbero, anche normativamente, lo stesso peso e lo stesso valore. Un eventuale patto transatlantico sul commercio, dunque, dovrebbe essere trasferito in sede più ampia e appropriata: il cibo lasciato alla Fao, ad esempio, il lavoro all’Oil: le abbiamo le sedi per discuterne: i porti all’Unione doganale, gli standard, ad esempio, all’Iso. Basta solo accettarne le regole .

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