Siamo noi a esplodere, non la tecnologia. Intervista ad Antonino Caffo

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L’iper-tecnologia e la corsa all’ultimo gadget spingono le aziende ad accorciare tempi di produzione per lanciare sempre nuovi modelli.

copertinaOgni giorno che passa il numero di smartphone Galaxy Note7 con una tendenza a esplodere (in realtà non esplodono, ma si emettono fumo e si gonfiano in corrispondenza della batteria) cresce sempre di più. Si era arrivati a circa 48 quando il gigante coreano aveva deciso di fermare non solo la sostituzione dei negozi ma anche la produzione nelle fabbriche. Un numero considerevole, seppur minimo rispetto agli oltre 2,5 milioni di unità vendute e pre-ordinate al mondo, sin dal lancio di metà agosto.

 Ma non solo Samsung: iniziano a essere rilevanti anche i report che parlano di problemi di surriscaldamento degli iPhone 7 e generazioni precedenti, tra cui l’ultimo che avrebbe (il condizionale è d’obbligo) causato diverse ferite al volto di un ragazzo cinese, che si è visto esplodere il telefonino a distanza ravvicinata mentre stava registrando un video. Insomma, siamo invasi dalla tecnologia esplosiva, come possiamo uscirne? Lo abbiamo chiesto ad Antonino Caffo, giornalista esperto di nuove tecnologie.

Caffo, come si spiegano i casi recenti legati a Samsung e gli ultimi avvenimenti di Apple?

In realtà si tratta di due contesti differenti, almeno per il momento. Cambiano i dati numerici, che da un lato raccontano di decine di segnalazioni a livello mondiale, seppur in Europa non vi sia un solo caso riportato di deflagrazione dei Galaxy Note7, l’altro invece descrive una situazione che, visto il bacino, può essere considerata fisiologica.

In che senso?

Su milioni di iPhone 7 e 6/6S venduti al mondo, solo negli ultimi anni, è normale che qualche modello faccia i capricci, arrecando possibili danni a chi lo utilizza. È pur vero che diversi siti web, come “Daily Express”, evidenzino il numero crescente di persone con un iPhone esploso, ma quando ci si ferma a una casistica del genere non è possibile parlare di problema globale, almeno non come quello vissuto da Samsung. Ma alla fine la vicenda del Note7 ha almeno avuto il pregio di alzare l’attenzione sugli incidenti quotidiani che possono verificarsi con gli smartphone più recenti, tra cui gli episodi di auto-combustione. Per questo terrei d’occhio anche quello che succede in casa Apple, visto che la base da cui nasce la grana sembra essere la stessa.

Conosciamo il motivo di queste esplosioni o presunte tali?

In realtà no, Samsung ha parlato solo di un errore durante la fabbricazione. Sappiamo però che il difetto è circoscritto alla batteria. Quelle sui Galaxy, come sugli iPhone, sono agli ioni di litio, più veloci da caricare, più durature e, almeno in teoria, più sicure. Può succedere però che, durante la fase di ricarica, qualcosa vada storto; una conseguenza di un processo di produzione che in gergo viene definito “fallato”.

Da cosa può dipendere?

I tipici dentini che collegano la batteria alle resistenze nel telefono possono fuoriuscire, oppure si creano dei fori sulla superfice del modulo, così da far emergere, anche in quantità minime, l’elettrolito contenuto all’interno. Questo, a contatto con la carica, produce fumo e calore.

La colpa, giusto per sfatare un mito, non è della “ricarica veloce” di cui sono dotati gli smartphone di ultima generazione, visto che in quel caso il processo di spostamento degli ioni da un polo all’altro avviene con una velocità controllata, oltre la quale la batteria potrebbe scoppiare.

Si è fatto un’idea sul perché il Galaxy Note7 esplode?

Probabilmente per l’estrema vicinanza tra le piastrine presenti nella batteria, che durante la ricarica creano un eccessivo stato di calore e seguente rigonfiamento. Ci tengo a precisare che un difetto del genere, ancora da valutare ma comunque presente, riguarda solo i Note7 e nessun altro prodotto di Samsung in commercio. Per dire: i Galaxy S7 e Galaxy S7 Edge sono più che sicuri.

Non è lecito pensare che la causa di tutto questo sia l’iper-tecnologia e la continua ricerca della novità?

Certamente. Rispetto a un decennio fa, i dispostivi hi-tech che ci portiamo dietro godono di una potenza di calcolo decisamente maggiore, con elementi hardware a volte superiori a quelli di un computer medio (pensiamo ai cellulari con 6 GB di memoria RAM). Siamo entrati in un circolo vizioso dal quale è difficile uscire: da un lato le aziende produttrici spingono sempre di più verso l’innovazione e la maggiore capacità, comprimendo le dimensioni a favore di uno spessore ridotto; dall’altro i consumatori non possono fare a meno di dotarsi dell’ultimo gadget hi-tech, perché fa tendenza ed è di moda, anche se lo useremo solo per scattare foto nel weekend o giocare a Pokémon GO (per il quale va bene anche un cellulare di fascia media per intenderci).

Iper-connettività e iper-tecnologia sono un male?

No, anzi, rappresentano la spinta per spostare sempre più in là i limiti del possibile. Il colpevole, se così lo si può chiamare, è la continua ricerca al nuovo prodotto da commercializzare in tempi brevi, per anticipare le mosse dei concorrenti e spingere le vendite anche in periodi deboli, come quelli post-estivi e primaverili. Il rischio è di saltare uno step di controllo fondamentale che metta in sicurezza aggeggi destinati a milioni di persone. Non è solo una questione di salvaguardia fisica dell’individuo ma di etica nei suoi confronti: se mi affido a un certo prodotto è perché credo in quel marchio e nella bontà di ciò che mi può offrire. In questo, Samsung non ha indietreggiato di un solo centimetro, agendo tempestivamente per proteggere i clienti da un errore che di sicuro poteva essere evitato e che ora richiederà una campagna riparatoria a 360 gradi.

Comprerebbe un telefonino Samsung in futuro?

Da una situazione del genere un colosso come la coreana non può che uscirne rafforzato. Aumenterà le procedure di verifica di ogni dispositivo mobile, supervisionando meglio di quanto fatto ieri su ogni fase dell’assemblaggio. Non so se vedremo mai un altro Note7 o si passerà direttamente alla generazione successiva. È auspicabile però che la vicenda sia servita a ripensare le strategie di tutti i principali soggetti attivi sul mercato, fin troppo dipendenti da tempistiche e logiche a cui, onestamente, non stiamo più dietro.

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