Un “Telegram” dall’Isis. Intervista ad Antonino Caffo

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Terrorismo e social media: perché l’Isis preferisce Telegram.

La protezione dei dati personali è un vantaggio per gli utenti normali ma anche per i seguaci del Califfato che cercano di nascondersi pur restando online

Scoprire e rintracciare i terroristi online non è semplice. Soprattutto quando le recenti innovazioni tecniche, pensate per tutt’altro scopo, permettono a criminali e malfattori di nascondersi online meglio di quanto fosse possibile qualche anno fa. Se i social media hanno un pregio riconosciuto, è quello di dare un reale valore alla comunicazione immateriale, slegata dai concetti di luogo e spazio. Più della telefonata, più degli sms, sono le chat che abilitano la comunicazione “everywhere and everytime”, senza confini e ostacoli.

Per questo, anche i terroristi avevano imparato a usare Facebook (poco) e Twitter (di più), almeno fin quando polizia e opinione pubblica ha capito che forse andava fatto qualcosa per arginare la minaccia. Proprio il microblog è intervenuto pesantemente, eliminando profili e post, con l’aiuto degli hacker di Anonymous. Il passaggio dalla piattaforma dei cinguettii a qualcosa di più sicuro è stato semplice e quasi indolore. Parliamo di Telegram e delle sue funzioni per proteggere l’identità degli iscritti e i messaggi scambiati. Ne abbiamo parlato con Antonino Caffo, giornalista esperto di nuove tecnologie.

Da cosa Telegram è diverso dalle altre applicazioni di chat?

Il fatto è che l’app in questione usa una forma di protezione dei dati personali e delle conversazioni di tipo avanzato. Tutto quello che passa al suo interno è crittografato, ovvero trasformato in lunghe sequenze di codici che non hanno valore agli occhi di un ladro senza una chiave di traduzione. La chiave in questione non è singola ma formata da diverse parti, alcune conservate sul dispositivo in uso (lo smartphone) altre sul cloud. Certo, in qualche modo il team potrebbe violare la privacy dei suoi utenti, ma difficilmente lo fa, se non a seguito di forti pressioni.

In che modo?

Nel recente passato, Telegram ha cancellato circa 80 canali legati all’Isis, confermando di poter benissimo accedere alle informazioni divulgate. Molto è dipeso dalle segnalazioni degli utenti e dall’opinione pubblica, che si era spinta a definirla l’anti-WhatsApp proprio per l’adozione di misure sempre a favore degli utilizzatori. Eppure l’Isis continua a usarla, sfruttando le chat segrete.

Di cosa si tratta

È una funzione con cui chiunque può creare singole istanze o gruppi che usano una forma di crittografia definita “end-to-end”. In questo caso, la chiave di sblocco dei dati è nelle mani del mittente e del destinatario di un messaggio. Telegram non ha voce in capitolo; anche volendo non potrebbe ottenere la sequenza per tradurre i messaggi perché irraggiungibile. Si pensi, che le chat segrete permettono anche di impostare una forma di autodistruzione dei messaggi e una cancellazione definitiva su tutti i telefoni dei partecipanti. Non è un mistero che, ad oggi, i seguaci dell’Isis usino Telegram esclusivamente per questa opzione.

Le forze dell’ordine non possono davvero fare nulla per contrastarlo?

No se il discorso resta legato alle chat segrete, mentre quelle “normali” sono passibili di controllo da parte della compagnia. Tuttavia, in più di un’occasione il fondatore ha affermato di non voler scendere a patti con nessuno quando si tratta di monitorare gli iscritti: non lo farà, tranne casi particolari.

A chi si deve la creazione della piattaforma?

A Pavel Durov, dissidente russo nato a Torino (da cui è andato via in giovane età). Telegram per iOS è stato pubblicato il 14 Agosto del 2013 mentre per Android è stato ufficialmente lanciato il 20 Ottobre 2013. Nonostante gran parte della squadra sia di origine russa, Durov ha deciso di basare il quartier generale della sua creatura a Berlino, lontano dagli occhi e dalle orecchie del Cremlino. Va bene la crittografia, ma è risaputo che all’ombra di Mosca ci siano tra gli hacker più pericolosi al mondo.

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