I Diritti dell’Uomo e il dovere di rispettare la vita: tradizione ed esperienza ebraica. Un testo di Haim Baharier

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Oggi è il “Giorno della Memoria”, molte iniziative sono in corso, e son avvenute in questa settimana, nel nostro Paese per ricordare le vittime dell’Olocausto. L’UCEI, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, nell’ambito delle Celebrazioni del Giorno della Memoria ha dedicato un Convegno, che si è svolto ieri a Roma al “Palazzo Mattei di Paganica”, dedicato al tema : “Legge e legalità – le armi della democrazia dalla Memoria della Shoah ad una integrazione dei Diritti dell’Uomo nell’Unione Europea”.
Per gentile concessione pubblichiamo la riflessione di Haim Baharier, studioso della Torà, al Convegno dell’UCEI.

Il principio della legge quale difesa della vita mi evoca immediatamente l’istituzione delle Città Rifugio (Deuteronomio 19,1-14) in terra di Israele, preoccupazione quasi ossessiva del profeta Mosè. Cosa dovevano essere queste città rifugio? Poste geograficamente in modo tale da poter essere raggiunte velocemente, da qualsiasi punto del territorio, da chi doveva rifugiarvisi, costituivano i luoghi dove i colpevoli inconsapevoli di omicidio avevano l’obbligo di andare a dimorare. Chi è il colpevole inconsapevole? E colui che “tagliando la legna si vede sfuggire la lama della scure che uccide qualcuno nei paraggi”. Le città rifugio offrivano a costui il riparo dalla vendetta del goel haDam, il vendicatore del sangue. Lì primeggiava il diritto della città sui diritti individuali, tutelando la vita dell’omicida colposo. Questo dimostrava l’estrema attenzione del legislatore alla tutela della vita comunque e quantunque. Il dovere di rispettare la vita iscritto nel Pentateuco è indissolubilmente legato alla scelta tra il bene e il male. “La vita e il bene, la morte e il male” (Deuteronomio 30,15) menzionati in questo ordine nel testo, possono essere lette sia quali coppie consequenziali sia contrapposte. “Sceglierai la vita affinché tu e il tuo seme possiate continuare a vivere” (Deuteronomio 30,19) conclude il testo. Il seme rappresenta l’altro da te e anche il futuro. La vita è la tua e anche quella dell’altro. Scegliere la vita in questo modo costituisce il superamento del semplice istinto di sopravvivenza. E’ portare al rispetto della vita secondo una scelta squisitamente etica. Lo stesso Pentateuco in un suo paragrafo fondamentale, da ripetersi ritualmente due volte al giorno, prescrive un immane sforzo educativo da una parte, e dall’altra il dovere di discutere e ridiscutere costantemente i contenuti degli insegnamenti da trasmettere. La legge nella tradizione biblica è rappresentata da un piccolo armadietto contenente le famose tavole, con le stanghe per il trasporto sempre inserite nei loro anelli. La simbolica non è che la legge deve essere sempre pronta per il viaggio, bensì che la legge ebraica è viaggio. I diritti dell’uomo nella tradizione e nell’esperienza ebraica sono sempre e comunque ricondotti all’uscita dalla schiavitù d’Egitto. Non si tratta soltanto di ricordare l’esperienza della negazione dei diritti, ma di interiorizzare e elaborare i principi di un’uscita definitiva dalla condizione di schiavo e dalla schiavitù psicologica e mentale. Questo risulta chiaramente dall’economia del Seder di Pésach, poche righe sulle condizioni della schiavitù e un dilungarsi preciso e profondo sul percorso verso la libertà. Infine, il diritto dell’uomo, il dovere di rispettare la vita, a mio parere oggi più che mai, passa per una lotta senza quartiere al pregiudizio, poiché esso è destruente in quanto giudizio che non è stato oggetto né di discussioni né di dibattiti. Il suo equivalente positivo nel processo conoscitivo sarebbe il postulato che non va dimostrato. Prendiamo nel testo del Decalogo (Esodo 20,5) l’esempio di una parola sulla quale è stato costruito un pregiudizio tuttora intonso: la parola ebraica qanò. La traduzione in vigore, il dio “scrupoloso”, quando l’espressione del pregiudizio è lieve, oppure il dio “zelante” o il dio “geloso”, ha trovato terreno fertile anche tra i traduttori più attenti, grazie all’assunzione di una connotazione vagamente positiva. Il dio di Israele sarebbe così un dio serio, rigoroso, severo che non scorda mai, anzi ricorda alle generazioni successive i peccati degli antenati. Ma forse siamo in presenza di uno dei più antichi e più radicati pregiudizi biblicamente fondati. Il dio di Israele è definito qanò, etimologicamente, il dio che “acquisisce”, in quanto questo termine esprime la realtà giuridica della reciprocità ossia la legalità. Il verbo poqèd che è stato tradotto con “ricorda” significa originariamente “verifica”. A questo punto possiamo rendere per esteso l’espressione del Decalogo: il dio della “legalità” non reagisce d’impulso, bensì verifica la presenza o meno della colpa lungo le generazioni. Tendo molto a pensare che la difesa della vita, secondo la tradizione ebraica, si svolga essenzialmente sul terreno della legalità concepita come reciprocità giuridica. Esiste un Midrash che attribuisce in toto la distruzione del focolare del popolo di Israele alla mancanza della solidarietà. Preme aggiungere che la solidarietà di cui si parla comprende l’accoglienza dell’altro.

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