“Populorum Progressio”: la profezia inascoltata di Paolo VI. Intervista a Gianpaolo Salvini

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Cinquant’anni fa Papa Paolo VI pubblicò la Populorum progressio. Una Enciclica che segnò per sempre la Storia della Chiesa contemporanea. Quel 26 marzo del 1967 si verificò, a due anni dal Concilio Vaticano II, lo spostamento dell’asse dell’Evangelizzazione della Chiesa: “Lo sviluppo dei popoli, in modo particolare di quelli che lottano per liberarsi dal giogo della fame, della miseria, delle malattie endemiche, dell’ignoranza; che cercano una partecipazione più larga ai frutti della civiltà, una più attiva valorizzazione delle loro qualità umane; che si muovono con decisione verso la meta di un loro pieno rigoglio, è oggetto di attenta osservazione da parte della chiesa. All’indomani del Concilio ecumenico Vaticano II, una rinnovata presa di coscienza delle esigenze del messaggio evangelico le impone di mettersi al servizio degli uomini, onde aiutarli a cogliere tutte le dimensioni di tale grave problema e convincerli dell’urgenza di una azione solidale in questa svolta della storia dell’umanità”. Iniziava così il documento pontificio. A 50 anni dalla sua pubblicazione è ancora attuale questo documento? Ne parliamo, in questa intervista, con Padre Gianpaolo Salvini, gesuita, economista ed ex direttore della prestigiosa rivista “La Civiltà Cattolica”.

Padre Salvini, cinquant’anni fa il Papa Paolo VI rinnovò, sulla scia del Concilio Vaticano II e dell’approccio evangelico dei “segni dei tempi”, la  dottrina sociale della Chiesa pubblicando la “Populorum Progressio”. L’Enciclica fece grande scalpore per il suo contenuto. Il documento  pontificio è stata definito come la “Rerum Novarum” dei popoli, perché?

La Populorum Progressio fu e rimane una delle encicliche più significative della dottrina sociale della Chiesa. In certo senso completò il Concilio, chiusosi due anni prima, che aveva parlato poco dei problemi sociali a livello mondiale. Il Vaticano II era stato soprattutto un Concilio europeo e in particolare tedesco e francese, dal punto di vista teologico. Ben pochi vescovi provenienti dal mondo povero avevano avuto modo di farsi notare. In qualche modo fu un’integrazione del Concilio, e come tale venne percepita. Inoltre in quel momento molti Stati ex-colonie, accedevano all’indipendenza, pieni di speranze, ma anche di incognite, come purtroppo dimostrò la storia successiva.
Allora non si parlava di globalizzazione, ma l’enciclica portò un messaggio globale, occupandosi dei problemi dello sviluppo, visto come riedizione su scala planetaria della vecchia questione sociale. Inoltre il testo non si poneva più al di sopra delle parti, «dando a ciascuno il suo», ma si pone decisamente dalla parte dei più deboli, dei Paesi poveri, cioè dei vinti, degli emarginati.
Per questo non venne ben accolta dappertutto, almeno in alcuni Paesi industrializzati. Per alcuni si trattava addirittura di «marxismo riscaldato». Non si percepiva ancora l’interconnessione tra i vari Paesi del globo che esiste, e che non necessariamente è frutto di un rapporto tra causa ed effetto. Ma si denunciava come uno scandalo che le due realtà, di grande ricchezza e di povertà coesistessero, anche se non sempre (ma spesso sì) frutto dello sfruttamento degli uni sugli altri. Nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro lo scandalo non è dato dal fatto che il primo abbia depredato il secondo (cosa che il Vangelo non dice), ma che le due realtà coesistano e che il ricco rimanga cieco davanti alla povertà dell’altro. Semplicemente non lo vede. E per questo viene condannato, e non solo rimbrottato come noterà Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (che commemora proprio la Populorum progressio). Il progetto di Dio sull’umanità è incompatibile con questa situazione.

La “Populorum Progressio” è frutto di un lavoro preparatorio di laici e teologi. Quali sono le radici della P.P.?

La Populorum progressio ebbe una gestione di oltre sei anni, e risentì in particolare del pensiero del domenicano Louis-Joseph Lebret, e di altri teologi, ma risentì in particolare della grande sensibilità di Paolo VI per i problemi internazionali. Se nell’Ottocento i documenti ufficiali del magistero sociale della Chiesa arrivarono in ritardo rispetto al Manifesto di K. Marx, non fu così nel secondo dopoguerra per i problemi riguardanti lo sviluppo. La Populorum progressio si compone di 87 paragrafi, espressi in modo lapidario e molto efficace. Alcune sue frasi sono diventate quasi proverbiali: «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (n. 47); «lo sviluppo deve essere rivolto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (n.14) e non hanno perso nulla del loro messaggio. I documenti dei Papi successivi in materia sono invece assai più complessi e articolati, probabilmente anche per tenere conto di un mondo che rivelava gradualmente la sua complessità.

Veniamo ai contenuti. Al centro c’è la messa in discussione di un modello “neoliberale” (o per meglio dire neoliberista) di sviluppo. Propone uno sviluppo integrale dell’uomo e della società. Ci può dire  quali sono i punti fermi di  questa riflessione dell’enciclica?

L’enciclica critica certamente alcuni dei capisaldi del capitalismo e dei suoi meccanismi, senza con questo contestare radicalmente l’economia di mercato. D’altronde voleva rifiutare decisamente le soluzioni proposte dal sistema ad economia pianificata (cioè il modello proposto dal comunismo, che aveva nell’Urss il suo Paese leader), allora molto popolare e visto (da milioni di persone) quasi come un messaggio messianico, ma che la Chiesa giudicava un rimedio peggiore del male, anche in base all’esperienza storica del dopoguerra. L’enciclica poneva al centro la persona umana, trasformando la quale si sarebbero trasformate anche le strutture economiche. Il marxismo sosteneva il contrario. Uno dei principali messaggi dell’enciclica è che lo sviluppo (l’originale latino usava l’espressione più forte progressio) non si può mai ridurre soltanto all’aspetto economico o all’aumento del Pil, ma richiede uno sviluppo armonico di tutte le dimensioni umane, di cui quella economica è una, anche se molto importante. Il sogno di Paolo VI era quello di dare un’anima allo sviluppo. Un’espressione molto suggestiva, ma tanto difficile da attuare in un mondo nel quale prevalgono tuttora i rapporti di forza.

Per citare il domenicano Marie-Dominique Chenu: con l’Enciclica di Paolo VI viene superato il “riformismo morale ” della Rerum Novarum e  si pone, finalmente, fine alla “collusione ” della Chiesa con il sistema capitalistico. E’ Così?

E’ vero che vi è un grosso distacco dal sistema capitalistico, di cui si denunciano le disfunzioni e i meccanismi perversi, le «strutture di peccato», come le chiamerà Giovanni Paolo II, e le correzioni che l’enciclica propone di portare al sistema capitalistico sono tali, che ci si può chiedere se alla fine si tratta ancora della vecchia economia di mercato o di qualcos’altro. Basti pensare al rifiuto degli automatismi di mercato che avrebbero provveduto a sanare il sistema. Ma occorre ricordare che l’economia mondiale è assai più articolata e variegata di quanto normalmente si pensi. In ogni caso i Governi oggi vedono il vantaggio dell’integrazione e protestano non più perché devono entrare in un mondo globalizzato, ma perché non si concede loro di entrarvi, o almeno non di entrarvi a condizione eque.

Quali sono i punti che hanno anticipato la riflessione della società politica su questi temi e quali, invece, sono “datati”?

Molti temi dell’enciclica sono ancora attualissimi, mentre altri sono ovviamente datati, o semplicemente non esistevano (o non venivano percepiti) al tempo della sua pubblicazione. Non vi è alcun cenno ai problemi ecologici e dell’ambiente. Non si parla del problema della donna e cosa ha comportato l’ingresso massiccio di essa nel mondo del lavoro. Si accenna solo marginalmente al problema delle migrazioni, oggi così drammatico e urgente. Nel nostro mondo attuale possono circolare liberamente le informazioni, le tecnologie, le merci (ancora per quanto?), ma non le persone non qualificate, che ogni Paese si affanna a respingere alle proprie frontiere, vedendole come una minaccia costante. Lo stesso problema del lavoro e della disoccupazione non viene visto nell’enciclica come «il» problema centrale.

Lei è stato per diversi anni in America Latina,in particolare in Brasile. Cosa ha significato per l’America Latina  quell’Enciclica?

Io sono stato alcuni anni in Brasile e in America Latina, dove la Populorum progressio ebbe un enorme influsso. Ma questo non significa che vi abbia avuto adeguata applicazione, anche perché a molti di quei Paesi, per il timore del comunismo, non venne consentito di svilupparsi in forme democratiche e anche perché non sempre le classi politiche e dirigenti si sono dimostrate preparate e all’altezza della situazione. Milioni di latinoamericani sono usciti in questi cinquant’anni dalla povertà, ma senza che lo sviluppo si sia tradotto in un processo durevole e sostenibile animato da una cultura nazionale adeguata, in grado di includere la maggioranza della popolazione.

L’Insegnamento sociale vive della Storia degli uomini e della Chiesa. Per dirla ancora  con un grande teologo francese, citato nell’Enciclica, Marie-Dominique Chenu: l’insegnamento sociale è il “Vangelo nel tempo”. Oggi questo “Vangelo nel tempo” si incarna nella predicazione di Papa Francesco.  Possiamo dire che con Papa Francesco la Populorum Progressio trova la sua pienezza?

Papa Francesco ha certamente sottolineato con forza quanto manca alla realizzazione degli ideali proposti dalla Populorum progressio e in particolare la necessità di un continuo dinamismo. La storia va avanti e le sue conquiste hanno bisogno di tempo, anche se non lo fa sempre con i ritmi così veloci che noi vorremmo. Ma il timore di Papa Francesco è che l’umanità si accontenti dei risultati raggiunti (che sono molti), senza badare a i milioni che sono stati «scartati» da un sistema economico e sociale che non è riuscito ad includerli in un sistema più equo e meno disuguale, nel quale anzi le disuguaglianze aumentano. La Populorum progressio propone degli ideali molto impegnativi, ma si tratta di traguardi in movimento che richiedono a loro volta di essere «aggiornati». Lo sviluppo, sia delle persone che delle società e dei Paesi è esso stesso un traguardo mobile, che ci corre davanti e che richiede continui perfezionamenti. L’impressione che dà spesso Papa Francesco di «essere oltre» esprime semplicemente questo desiderio di non perdere il treno della storia che si spinge evangelicamente e costantemente a qualcosa di più grande e di più umano.

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