24 Ottobre 1917: Caporetto, la disfatta umana e militare dell’Italia. Intervista ad Arrigo Petacco

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(contrasto)

La battaglia di Caporetto è diventata simbolo di disfatta nel linguaggio comune: la principale sconfitta dell’esercito italiano nella storia causò migliaia di morti, decine di migliaia di feriti, oltre a una quantità incredibile di prigionieri e sfollati. Il disastro fu l’effetto della mancanza di un piano strategico dei vertici militari, le cui conseguenze furono gravose: la ritirata, la pesante occupazione del Friuli e del Veneto e la violenza sulle donne, l’esodo della popolazione locale, il grave problema dei prigionieri italiani lasciati a morire nei lager dell’impero, il rientro in patria dei superstiti e l’ostruzionismo nei loro confronti, il doloroso recupero delle salme. «I soldati hanno mollato» si sostenne al comando vedendo la falla aperta e la disfatta profilarsi.Il famigerato Generale Cadorna telegrafò al ministro della Guerra affibbiando la responsabilità della sconfitta a «dieci reggimenti arresisi senza combattere». Una menzogna quella di Cadorna:  perché, invece, i pesanti sacrifici umani molti soldati che resistettero, permisero ad altri la ritirata. Per ricordare quella disfatta militare abbiamo intervistato il giornalista, e scrittore, Arrigo Petacco. Petacco è coautore con il giornalista spezzino Marco Ferrari di un bel saggio, appena pubblicato da Mondadori, Caporetto. 24 ottobre – 12 novembre: storia della più grande disfatta dell’esercito italiano.

Arrigo Petacco, incominciamo questa “chiacchierata”  con il dire che “Caporetto” non esiste, o meglio si tratta di una storpiatura fatta dagli italiani di un nome sloveno, che esiste, ci spieghi come nasce questa “invenzione”…

Nel nostro reportage spieghiamo che Caporetto non esiste, è solo un’invenzione italiana durata qualche decennio. La Caporetto finita nei libri di storia si chiama in realtà Kobarid – e così si è sempre chiamata – , sta in Slovenia, faceva parte dell’impero austro-ungarico da 400 anni e soprattutto non esisteva un solo italiano all’anagrafe comunale del 1915. Una sola persona, Caterina Medves, parlava italiano quando i soldati di Cadorna arrivarono nel paese il 25 maggio del 1915. Per fortuna Kobarid conserva una buona memoria della battaglia grazie ad un Museo e ad un gruppo di collezionisti che ancora oggi estrae dalle trincee e dalle caverne il materiale usato dai soldati sui due fronti. La cittadina slovena è infatti ricca di piccoli musei, collezioni private, le trincee sono state recuperate, i viaggi nella memoria di discendenti di soldati sono costanti. Riemergono così in tutta la loro drammaticità storie individuali e collettive di una guerra che ancora parla e si presenta con le sue atrocità.

Se il nome è “inventato”, quella battaglia sull’alto Isonzo , invece, fu una catastrofe umana e militare. Cosa avvenne in quella sera nefasta del 24 Ottobre di un  secolo fa?

Nelle ore della battaglia avvennero le cose più incresciose che l’esercito italiano abbia mai conosciuto: i cannoni di Badoglio non spararono, il 60% dell’artiglieria fu mal posizionata in prima linea, il fondo valle dell’Isonzo venne incredibilmente lasciato libero, le postazioni italiane sotto il monte Mrzli e il monte Vodil, giudicate inespugnabili, caddero come birilli, interi reparti scapparono e altri, lasciati soli in prima linea, si consegnarono al nemico non essendo più funzionanti le comunicazioni.

Ma Caporetto fu soprattutto una vittoria dell’esercito tedesco e austro-ungarico con la tecnica delle Stosstruppen, piccole unità mobili e autonome, capaci di penetrare nel terreno avverso, magari aggirando le trincee per impedire i rifornimenti alla truppa, per distruggere le comunicazioni, minare le strade e fare attentati. Erwin Rommel compì una impressionante avanzata da una montagna all’altra e in 50 ore catturò 150 ufficiali e 9.150 soldati. A Caporetto si sperimentarono anche armi nuove: mille tubi lanciagas a comando elettrico liberarono nelle trincee italiane una miscela sino ad allora sconosciuta e l’87° Reggimento della Brigata Friuli, 1.800 uomini schierati in ricoveri e caverne, fu sterminato. I soldati usarono la mitragliatrice portatile Leich Maschinen 08/15 che scaricava 550 colpi al minuto sino a duemila metri di distanza senza mai avere le canne riscaldate. Nel totale ogni battaglione tedesco aveva 36 armi automatiche contro le 14 italiane.

Quali erano gli obiettivi militari di Cadorna? Perché   saltarono? Che rapporti aveva con la truppa?

Cadorna e i suoi subalterni non si parlavano. Nelle lettere del generale si trova in anticipo una descrizione precisa di quanto sarebbe accaduto il 24 ottobre: lo sfondamento della piana di Plezzo verso Caporetto e lo sfondamento da Tolmino verso la stessa località. Mancò il piano di risposta. Perché? Probabilmente, viste le incomprensione tra generali italiani, non si gettò giù un programma di razionalizzazione delle forze in campo. Inoltre i generali consideravano i nostri soldati, gran parte contadini analfabeti, carne da macello: questo portò a oltre 650 mila morti in tutta la guerra. Nella sola battaglia di Caporetto si contarono 11.600 italiani morti, 30 mila feriti, 350 mila sbandati, 300 mila prigionieri e 400 mila profughi.

E se non ci pensava il nemico, bastava poco per finire davanti al plotone di esecuzione. I nostri soldati furono uccisi per mano amica, come hanno raccontato poi tanti reduci: gente che non sopportava di andare al macello per nulla, per conquistare una buca o una trincea, per fare avanzare la linea di difesa di qualche metro. Spesso si camminava su prati di cadaveri, specialmente nelle notti buie. Gente finita davanti al plotone di esecuzione per insubordinazione, insurrezione, sciopero, fuga o per puro caso.

Diamo qualche cifra di quell’immane carneficina che si compì in quella  terra slovena…

Alla fine delle dodici battaglie dell’Isonzo si può parlare di catastrofe umanitaria: tra caduti, feriti e prigionieri 160 mila italiani e 125.000 austro-ungarici. L’idea di una rapida avanzata verso Vienna, propria di Cadorna, si impantanò sull’Isonzo.

Lo Stato Maggiore  italiano (o per meglio dire il Generale Cadorna) addossò la colpa della disfatta alle truppe. Una vergognosa impostura messa in giro da Cadorna per giustificare la sua incapacità . E’ Così Petacco?

“I soldati hanno mollato” si sostenne al comando vedendo la falla aperta e la disfatta profilarsi. Cadorna telegrafò al ministro della Guerra affibbiando la responsabilità della sconfitta a “dieci reggimenti arresisi senza combattere”. Ma non era vero: con pesanti sacrifici umani molti soldati resistettero, permettendo ad altri la ritirata. Al di là dei nomi dei reparti, si trattava di uomini in carne e ossa, giovani e meno giovani, persone sposate o piene di sogni, che lasciarono la loro vita sul terreno di battaglia per salvarne altre. Cadorna giustificava la sconfitta dando la responsabilità ad un esercito di leva inadatto e impreparato alla guerra e soprattutto alla guerra di trincea. A questa concezione aderiva gran parte dell’esercito di carriera che trattava i coscritti come uomini da mandare al macero. Un rapporto disumano che si manifesò sino a che Cadorna non venne sostituito da Diaz. Così durante l’intera Grande Guerra davanti ai tribunali militari comparvero 323.527 imputati di cui 262.481 in divisa (162.563 accusati di diserzione), 61.927 civili e 1.119 prigionieri di guerra. Il 60 per cento dei processi si chiusero con la condanna degli imputati: 4.028 dibattimenti si conclusero con la pena capitale (2.967 con gli imputati contumaci). Quasi un decimo dei mobilitati subì indagini disciplinari”.

Caporetto è una tragedia assoluta anche sul piano sociale. Parliamo dei profughi, famiglie intere costrette a lasciare quelle terre. All’inizio furono bene accolte nel resto d’Italia..poi sopraggiunse un sentimento aspro di diffidenza e pregiudizio. Caporetto significa anche questo?

Il numero dei profughi salì a un milione e mezzo. Quasi tutti dovettero attendere la fine del conflitto per rientrare a casa, nel 1919 e nel 1920. Nel periodo di lontananza non mancavano i pregiudizi verso i nuovi venuti per una naturale diffidenza e per la scarsa conoscenza delle abitudini, ma soprattutto per il fatto che la loro presenza diminuiva la distribuzione dei generi di prima necessità. Talvolta anche i patronati e i comitati locali erano maldisposti verso i nuovi venuti che agivano come gruppi a sé stanti. Questo clima di pregiudizio creò del malcontento e mise ai margini della società i profughi che si sentivano esiliati in patria.

Dopo la disfatta si furono le “vendette” compiute da Cadorna e dai suoi generali contro le povere truppe. Una delle pagine bieche nella storia militare italiana. Come avvenivano queste vendette?

Più la Grande Guerra andava avanti, più gli episodi di crudeltà si moltiplicavano, anche perché aumentavano le insofferenze verso le morti inutili, gli assalti inconcludenti per conquistare qualche metro di terra, gli ordini assurdi dei superiori. Allora la via prediletta dai comandi era quella della decimazione. Di qui lo sbandamento di 350 mila soldati nella rotta di Caporetto, tutti inviati in campi di rieducazione. Negli stessi campi finirono i 600 mila prigionieri italiani nell’impero austro-ungarico alla fine del conflitto. Per loro rimase l’onta della disfatta di Caporetto, una macchina indelebile.

E la politica di allora come reagì a questa catastrofe  ?

I tedeschi e gli austro-ungarici avevano compiuto una marcia di 22 chilometri in tre giorni sfondando tutta la difesa italiana. La travolgente avanzata portò le truppe germaniche a raggiungere Udine alle ore 14 del giorno 28 ottobre.  Il disfacimento italiano era totale. La rotta di Caporetto aprì un varco militare ma innestò soprattutto la grande paura tra gli italiani che videro cadere i principi fondanti del giovane stato. Caporetto aprì una crisi di governo e la politica reagì l’avvio di un nuovo esecutivo di unità nazionale. L’entrata in campo del generale Diaz riuscì a dare vigore all’esercito con una mitigazione del pesante regime disciplinare, con uno sforzo propagandistico a difesa della patria e con un’attenzione privilegiata alle condizioni della truppa. A ciò si deve aggiungere un atteggiamento difensivo dell’esercito senza inutili stragi o effimere avanzate, senza grandi battaglie campali o conquiste di vette innevate difficili da tenere. Prima dell’ottobre 1918 ci si limitò a contenere e annientare gli attacchi nemici senza lanciare offensive. Gli austro-ungarici fallirono l’assalto decisivo sul Piave nel giugno 1918, mentre i tedeschi si dissanguarono sul fronte occidentale. Le composite etnie dell’impero si sentirono logorate dalla guerra, non più unite ma attraversate da nuove spinte autonomistiche che coinvolgevano le popolazioni locali, sfiancate da anni di conflitti, privazioni, requisizioni e dalla leva obbligatoria che toglieva le braccia migliori dalle campagne e dall’industria. Di qui la decisione italiana di riprendere l’offensiva che partì dal monte Grappa nell’autunno del 1918, un anno dopo Caporetto,  e che si concretizzò in quella che è chiamata «la battaglia di Vittorio Veneto». L’armistizio del 3 novembre a Villa Giusti di Padova e la cessazione delle ostilità il giorno successivo, sanciti dal generale Armando Diaz, portarono un sollievo nel paese dopo l’infausto 1917 che resterà per sempre nella memoria storica degli italiani l’anno di Caporetto.

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