I sindacati respingono la legge sul salario minimo. Intervista a Giuseppe Sabella

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A poco più di un mese dalla data che segnerà l’inizio di una nuova legislatura, il dibattito intorno all’ipotesi di salario minimo è cresciuto molto. Non solo Matteo Renzi e il Pd a favore di questa misura, ma anche la stessa Lega di Salvini. Sarà forse questo che ha reso più vivace la discussione tra Confindustria, Cgil Cisl e Uil circa il rinnovo dell’accordo generale? Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Think-in, oggi ospite della Fondazione “Marco Biagi” a Modena insieme al Segretario Generale della Fim Marco Bentivogli per un incontro sull’Industria 4.0.

Prima di Natale si davano le Parti molto vicine alla firma. E oggi?

Non a caso, nell’ultima chiacchierata con lei, dicevo appunto “finché non vedo non credo” e sostanzialmente è ciò che le ribadisco oggi. Resta comunque vero che le Parti sono molto d’accordo sui contenuti di questa intesa che, per quanto non rappresenti nessuna svolta particolare, credo che al sistema faccia bene.

Perché non si tratta di una svolta particolare?

Perché di fatto i contratti si sono già rinnovati, quindi sul piano degli assetti contrattuali l’accordo generale avrà poco da dire. Ci sono tuttavia altri aspetti su cui le confederazioni possono svolgere un ruolo di regia importantissimo.

Per esempio?

Vedi il problema enorme dei quasi 900 contratti nazionali depositati al CNEL, di cui solo 300 sono firmati da Cgil Cisl Uil e di cui quasi la metàà presentano minimi retributivi inferiori del 30%. Questo è ciò che spinge la politica verso il salario minimo, ma le parti non amano l’invasione di campo del legislatore, preferiscono difendere la loro autonomia. Questo è fondamentalmente ciò che oggi spinge le confederazioni alle firme.  

A che punto siamo in Italia col programma Industria4.0?

Confindustria ci dice che più o meno solo il 25% delle nostre imprese conosce un andamento solido, anche per via della loro presenza sul mercato globale. Sono, in poche parole, le imprese che hanno capito la trasformazione, consapevoli del fatto che oggi per competere bisogna “andare nel mondo”, il mercato casalingo non basta più. Credo che il programma industria4.0 abbia possibilità di incidere in questa fascia, la speranza è certamente che questo 25% possa crescere ma la difficoltàà più grande dell’impresa di casa nostra è di carattere culturale, è quella di comprendere la trasformazione. 

Come vede, in questo senso, il manifesto Calenda-Bentivogli?

Il manifesto per l’industria e per “l’Italia delle competenze” è un punto di partenza imprescindibile, se ne può discutere ma certamente rovesciarne l’impostazione – come qualcuno si azzarda a fare – significa non avere il polso della situazione dell’economia e dell’industria. Calenda e Bentivogli sono due bravi interpreti della trasformazione, sono le persone di cui abbiamo bisogno per ridurre quel gap culturale a cui alludevo prima. Credo, tuttavia, che ci si debba inventare qualcosa per aiutare in particolare la PMI, così reticente e refrattaria al cambiamento.

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