Il “Parlamento dei Capi”. Intervista a Fabio Martini.

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FABIO MARTINI (Contrasto)

La cronaca politica degli ultimi giorni ci ha consegnato forze politiche attraversate da un grande malcontento. Infatti la composizione delle liste elettorali, come era scontato, ha lasciato dietro di sé una scia di polemiche. Le più forti hanno riguardato il PD. Un partito che non conosce pace. Per molti osservatori Renzi, con la composizione delle liste parlamentari, ha sigillato la nascita del PdR (il partito di Renzi). E con questo, per alcuni, il PD ha compiuto la sua mutazione “genetica” (per Enrico Letta, in una intervista alla Stampa, così, si corre verso l’abisso ). Ma le polemiche non sono mancate nemmeno nella coalizione di destra e nelle altre forze politiche (vedi “Liberi e Uguali” e Movimento 5stelle). Un dato sicuramente è emerso: la centralizzazione delle decisioni sulla composizione delle liste. Così sempre più le forze politiche si personalizzano. Quali conseguenze? Ne parliamo, in questa intervista, con Fabio Martini , editorialista e cronista parlamentare del quotidiano torinese “La Stampa”.

Fabio Martini, partiamo dal triste  “spettacolo” che è andato in scena  in questi giorni: mi riferisco alla vicenda della compilazione delle liste elettorali . Un “teatrino” che ha messo in evidenza ancora vecchie logiche dure a morire. E questa logica ha investito sia il “vecchio” che l’ipotetico “nuovo”. Qualcuno potrebbe obiettare che le notti dei “lunghi coltelli” sono. sempre esistite. Eppure, è una sensazione, questa volta si è esagerato: lo spettacolo che si è visto, anche per colpa di questa legge elettorale, è stato quello di una “casta” che ha cercato di difendersi da una inevitabile mazzata. Insomma l’impressione è stata ancora quella della lontananza della politica…
Diciamola chiara: questa legge elettorale, della quale tutti parlano male, è stata scritta e concordata sino alle virgole da tre leader (Renzi, Berlusconi, Salvini) con due obiettivi che li hanno uniti: concordare una normativa che desse la certezza ai contraenti – non tanto di vincere – ma di non perdere le elezioni. In sostanza di avere la certezza di non essere spodestati l’indomani del 4 marzo. Secondo obiettivo che li ha accomunati: disporre di un meccanismo che consentisse ai leader di scegliersi i gruppi parlamentari, sottraendo totalmente la scelta agli elettori. Senza demagogie, si può prendere atto che la Casta si è fatta una legge per restare Casta.

Rimanendo sulla vicenda della composizioni delle liste, con le polemiche che hanno investito le maggiori forze politiche, si può dire che il prossimo Parlamento sarà un “Parlamento dei capi”?
La definizione sembra davvero calzante. In questi giorni la formazione delle liste di tutti i partiti (con l’eccezione parziale e un pò opaca dei Cinque stelle) ha consentito a pochi leader di scegliere tutti i candidati. Sia nel listino bloccato del proporzionale, sia nei collegi. Agli elettori, come nei plebisciti, resta soltanto un’opzione, esprimere un sì o un no alle liste  preparate dai capi-partito. Si obietta: ma nei collegi, peserà il fattore-personale. Certo, ma i candidati nei collegi non sono il frutto di una selezione democratica. Centralizzati anche loro.

Qualche giorno fa Antonio Polito, vice direttore del Corriere della Sera, ha scritto un interessante editoriale, “Un Paese diviso in tre parti”, in cui si delineava una prospettiva, sulla base di alcuni sondaggi, in cui appunto si sta verificando uno scenario in cui il tripolarismo politico potrebbe diventare anche geografico: ovvero un Centrodestra egemone al Nord, i Cinquestelle dilaganti al Sud e il PD “ingabbiato” al Centro. Le motivazioni di questa “tripartizione” non sono solo politiche, ovviamente riguarda anche l’economia (il Nord)  e il “ribellismo” e la grande disoccupazione per il Sud. Eppure “qualcosina” in questi ultimi giorni è successo, parliamo della Lombardia: il candidato leghista Fontana ha fatto quella uscita vergognosa sulla difesa della razza bianca. Fontana dice che ha aumentato i consensi. Per quanto sia importante il problema della sicurezza, non credo che sul  secolarizzato elettorato lombardo una uscita del genere faccia presa. E poi c’è la figura di Giorgio Gori che stando a diversi osservatori politici è un candidato competitivo. Ed è per questo che l’atteggiamento di Liberi e Uguali è incomprensibile. La domanda è: questi segnali lombardi avranno un qualche effetto politico?
L’elettore lombardo è ipersensibile alla meritocrazia. Le prime uscite di Fontana, da quel che dicono in quella zona del Paese, non hanno incoraggiato quella vocazione. Il sindaco di Bergamo, che ha ben amministrato e localmente è sostenuto anche dalla sinistra radicale, è il più competitivo tra i candidati possibili. Ma che la vicenda lombarda possa avere ripercussioni sul voto nazionale, possiamo escluderlo sin da ora.

Parliamo dei “CinqueStelle”. La figura “rassicurante” di Di Maio ha mostrato i suoi limiti in più di una occasione. Nonostante ciò lo “zoccolo duro” regge. Insomma il “doroteismo” pentastellato è una eterogenesi pesante per il Movimento. Reggerà?
Nessuna forza politica si presenta con un profilo così cambiato come i Cinque stelle. Per 10 anni, dalla piazza del “Vaffa” fino ad oggi, l’accumulazione del consenso si era costruita su una linea di profonda contestazione. Ma ora c’è una leadership non più consolare, un programma senza strappi, nel Mezzogiorno in alcuni collegi la proposta di un notabilato di tipo tradizionale. Molto è cambiato, ma alla fine il messaggio forte resta quello delle origini, quello di Grillo: i consensi verranno essenzialmente da lì, ma con un messaggio di responsabilità che gli elettori più  avvertiti potrebbero recepire.

E’ credibile un Governo Lega e 5Stelle?
E’ possibile, perché si tratta di due forze politiche non distanti. Ma le intenzioni di voto dicono che questa combinazione non dovrebbe avere i numeri per fare un governo.

Veniamo a “Liberi e uguali”. La vicenda delle liste elettorali ha fatto emergere differenti sensibilità, chiamiamole così. L’impressione è che “LeU” si porta dietro un difetto del PD, ovvero la mancanza di un’amalgama. Insomma l’appello, di Grasso & Co, di costruire un centrosinistra largo è fallito. A parte l’uscita sulla abolizione delle tasse universitarie e sull’articolo 18, non c’è stato finora il colpo d’ala che avrebbe potuto rendere attrattivo, al di là dell’anti renzismo, LeU. Il rischio di un mezzo flop è realistico?
Davanti alla persistente crisi nelle intenzioni di voto per il Pd, LeU avrebbe potuto e ancora potrebbe intercettare, una parte di quella disaffezione. Ma per ora l’offerta elettorale di LeU non è sembrata indirizzarsi verso questa parte di elettorato.

Massimo D’Alema dopo aver indossato i panni, assai poco credibili per uno come lui, del “gruppettaro” adesso torna ad essere l’istituzionale politico della responsabilità costituzionale. E questo ha creato problemi ai suoi compagni di viaggio. Non sarà facile per “LeU” reggere un peso così. Per te?
Dentro questo partito ci sono due anime molto, molto diverse. Chi è uscito dal Pd, D’Alema e Bersani, appartiene alla tradizione più pragmatica e realistica che viene dal Pci, mentre gli altri appartengono a quella tradizione della sinistra massimalista e comunista che, nel 1998 e nel 2007, ha contribuito a far cadere i due primi governi progressisti della storia italiana. Più di ogni altra parole vale un dato: metà dei Liberi ed eguali sono stati in maggioranza per 4 anni e mezzo, l’altra metà per 5 anni all’opposizione.

La figura di Gentiloni sarà fondamentale per il centrosinistra per riprendere un cammino, difficile, di risalita. In questo ambito quale può essere la marcia in più del premier, al di là della credibilità europea?
Per mantenere, dopo le elezioni, il carisma che si è conquistato sul campo, Paolo Gentiloni dovrà vincere nel collegio di Lazio-1 nel quale lo ha mandato il suo partito. Non sarà un’impresa semplice. La seconda marcia in più a Gentiloni può darla il Pd. Se il partito di Renzi tiene il campo, Gentiloni ha un futuro, ma se il Pd cede, anche il presidente del Consiglio sarà coinvolto nella sconfitta.

Ultima domanda: Le parole di Mattarella sul fascismo sono state importantissime. Pensi che sia riuscito a spazzare via le nostalgie dei sovranisti?
Mai, dal Quirinale, erano state pronunciate espressioni così forti sul regime fascista. Non tanto sulle leggi razziali, sulla partecipazione alla guerra o sul negazionismo. Ma sostenere che durante il ventennio non fu realizzato nulla di buono e tutto fu sbagliato, è una novità, con una lettura che nel corso dei decenni si era un po’ sbiadita. Per effetto degli studi di storici come De Felice, che hanno raccontato gli anni del consenso. Per non parlare di quel che disse Gobetti a proposito del fascismo come “autobiografia della nazione”. Le nostalgie? Difficile che i sovranisti di tradizione fascista si lascino intimidire. Però l’energia dell’esternazione è stata così forte che, sul lungo periodo, non si possono escludere effetti-vaccino.

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