Popolarismo, populismo e opinione pubblica. Un testo di Maria Chiara Mattesini

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Spesso nel dibattito politico contemporaneo si fa confusione tra “popolarismo” e “populismo”. In questo testo della storica Maria Chiara Mattesini, ricercatrice dell’Istituto “Luigi Sturzo” di Roma,  fa chiarezza sui termini. La relazione, che pubblichiamo per gentile concessione dell’autrice, è stata tenuta la scorsa settimana nell’ambito del Ciclo di seminari 2018: “Popolarismo e Populismo”, organizzato dall’Istituto Luigi Sturzo di Roma.

1) Dopo l’inutile strage

Quando fonda il Partito popolare, nel 1919, Sturzo ha di fronte a sé grandi masse escluse dalle decisioni politiche, che per la stragrande maggioranza sono analfabete. Dopo la prima guerra mondiale, la psicologia collettiva è fortemente connotata da un senso di isolamento, sradicamento, estraniazione, causato, soprattutto, dagli alti livelli di disoccupazione. Tutto questo crea masse amorfe, atomizzate. Sturzo si trova ad affrontare masse di reduci, di poveri, di spostati, di gente senza più casa nè patria, ad affrontare una situazione psicologica di disperazione e di sfiducia, un clima di odio di tutto e di tutti. Un odio che non ha un oggetto definito, che non può addossare la colpa a qualcuno, che sia il governo, la borghesia o una potenza straniera. Si pensi soltanto al fatto che la maggior parte degli uomini che andarono al fronte non sapevano perché e contro chi combattevano. Sono masse che non hanno qualcuno che li rappresenti e li protegga sono quindi disorganizzate. Quella con cui Sturzo ha a che fare, dunque, è una folla di apolidi, sovrastata dal senso della superfluità. Ma, pur tendendo a cancellare le differenze individuali in un generale risentimento, questa amarezza egocentrica non crea un vincolo comune, perché non è basata su una comunanza di interessi, economici, sociali o politici: «L’abnegazione, non come virtù, ma come senso della nessuna importanza del proprio io, della sua sacrificabilità, divenne un fenomeno di massa che non aveva più a che vedere con l’idealismo individuale. Le principali caratteristiche dell’uomo di massa erano l’isolamento e la mancanza di normali relazioni sociali. Essere sradicati, infatti, significa non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri; essere superflui significa non appartenere al mondo»1. Sono parole, queste, di Hannah Arendt. Sturzo definisce questa umanità con un linguaggio non dissimile: «disgregata, atomizzata in uno stato permanente di sofferenze sociali»2. Il fascismo trovò, così, un terreno favorevole: un terreno caratterizzato dalla passione e non dalla razionalità. Esso, scrive Sturzo con parole molto efficaci che colgono l’essenza dei regimi dittatoriali ed anche della cultura populista, fu un «movimento convulso ed espressione sentimentale di stati d’animo e di interessi contrastanti, non poteva fare altro che fissare nella sua lastra fotografica le impressioni esterne del momento e ingrandirle sullo schermo di proiezione, per determinare la folla a suo favore»3. E poi, ancora, scrive: «Ci sono in ciascuno di noi dei motivi fondamentali, ai quali consciamente o inconsciamente, si riducono i valori dei fatti o delle impressioni, per un complesso di tradizioni, convinzioni, interessi ed affetti; dei quali è molto difficile fare un’analisi completa e esatta: noi li chiamiamo stati d’animo. Questi influiscono potentemente anche sui giudizi dell’intelletto, e possono arrivare, se non corretti da un esercizio critico di se stesso molto sviluppato, a turbare l’esatta percezione della realtà. Io credo di vedere nel fenomeno che sto esaminando [l’adesione al fascismo], uno di questi stati d’animo, di queste oscure sintesi psicologiche, le quali, di certo, attenuano la responsabilità degli errori di fatto, e danno le spiegazioni di certe inversioni spirituali che altrimenti sarebbero inafferrabili»4. La crisi degli stati europei, con la successiva affermazione dei fascismi o, comunque, di regimi antiliberali, viene da lui intesa come l’esito estremo di una democrazia “individualista”, che esclude, cioè, qualsiasi organismo intermedio generatore di una democrazia collegiale, per fondarsi, invece, sui rapporti diretti tra il cittadino e le istituzioni. All’origine delle esperienze totalitarie degli anni Trenta, vi sono l’alterazione e la successiva soppressione delle autonomie locali, tanto care a Sturzo, e delle libertà politiche, con la conseguente manifestazione dello Stato come “primo etico”, fondato non sul consenso ma sulla forza. «Gli stati totalitari – afferma Sturzo – sopprimono la libertà politica e diminuiscono la libertà personale con l’ingerenza statale nell’atteggiamento del pensiero, nel dominio della morale e della religione… Gli individui non sono più considerati né come cittadini né come sudditi, ma solo come membri di un gregge, come unità di una collettività di ferro i cui atti morali si integrano nei fini dello stato… La persona si perde, assorbita nella pan-collettività, designata coi nomi simbolici di nazione, classe o razza»5. Così si presenta la società, all’indomani della prima guerra mondiale; una società, però, che già era stata travolta, a inizio del XIX secolo, dalla prima industrializzazione con tutti gli effettieb che questa comportò. Ma per Sturzo il popolo chi è? Che significato ha questa parola?

2) Il popolo nella concezione di Sturzo

Sturzo non considera il popolo solo morfologicamente, ma anche come espressione concreta di società, come esperienza che il popolo fa nella società. Il concetto di popolo si innesta su quello di libertà. La democrazia per Sturzo è un sistema politico e sociale che comprende tutto il popolo organizzato su una base di libertà. «Popolo e libertà è il motto di Savonarola; popolo significa non solo la classe lavoratrice ma l’intera cittadinanza, perché tutti devono godere della libertà e partecipare al governo. Popolo significa anche democrazia, ma la democrazia senza libertà significherebbe tirannia, proprio come la libertà senza democrazia diventerebbe libertà soltanto per alcune classi privilegiate, mai per l’intero popolo»6. Questo è uno dei motti adottati dal “People and Freedom Group”, sorto nel 1936 per iniziativa di Sturzo. Per Sturzo il popolo non è una massa amorfa e non è una massa arrabbiata mossa solo dalle passioni. Il popolo è una cittadinanza critica e la democrazia è partecipazione associativa e individuale, irriducibile alla primazia della politica. Inoltre il popolo non è, come per Rousseau e Robespierre, una volontà unica ed ha anch’esso dei limiti. Il popolo è sovrano, ma sono sovrani anche il parlamento, le regioni. Vi è una pluralità di sovranità che rimanda al valore dell’autolimitazione in democrazia: «La sovranità popolare esprime un valore morale indicativo e direttivo, quello che i corpi eletti tradurranno in politica economica e leggi. Così il popolo stesso è limitato nella sua azione di autogoverno, e a sua volta limita i suoi rappresentanti al potere… Il principio saldo è che la democrazia è limite essa stessa alla volontà popolare»7. 

3) Il popolarismo e il fine della politica

Riandando con la memoria agli eventi fondativi del Partito popolare, Sturzo scrive: «Occorre adunque un principio distinto, che possa essere come il centro di sistemazione di una teoria e prassi politica, che sia comune e specifica insieme ai partiti popolari o simili, quali ne siano le denominazioni storiche nei vari paesi. Questo principio sarebbe la democrazia, ma abbiamo notato come questa parola si presti a confusione, sì da esigere da sè una specificazione. A me sembra che questa specificazione possa essere indicata dalla parola popolare… da questo aggettivo può bene dedursi, come uso specificativo, la parola astratta teorizzante di popolarismo»8. La parola popolarismo fu usata per la prima volta da Sturzo nel suo volume “Riforma statale e indirizzi politici”: «Esiste pertanto una dottrina politica che si chiama popolarismo e dalla quale il partito, come concretizzazione organizzativa ha la sua ragion d’essere, la sua ispirazione, la sua finalità?… La domanda serve a precisare i contorni e i presupposti teorici del movimento politico popolare. In quello e in altri volumi mi sforzavo di chiarire la portata storica di questo sistema che ho chiamato popolarismo, non per vano desiderio di creare una parola nuova, ma per obbligo di dare un nome a un movimento di idee politico e sociale, che aveva le sue concrete realizzazioni sul terreno dell’azione, in modo da opporlo ai sistemi, oggi predominanti, che si chiamano liberalismo, radicalismo, socialismo, fascismo, nazionalismo, comunismo, bolscevismo e simili. Il problema fondamentale su cui poggiare una simile teorizzazione è e non può essere che politico: tutto il resto dei problemi viene visto sotto l’angolo visuale politico, proprio perché si tratta di una teoria dello stato»9. Volendo ragionare sulla parola “popolarismo”, è utile soffermarsi sul suffisso “-ismo” che indica un parossismo, una esasperazione. Esasperazione di cosa? Se il populismo è stato definito una variante radicale della democrazia, come ha sostenuto Ernesto Laclau, più a buon diritto, allora, si può definire anche il popolarismo una variante radicale della democrazia. Questo “-ismo” significa, cioè, realizzare appieno, portare a massimo compimento le potenzialità e le funzioni dei così detti corpi intermedi. L’attributo “popolare” sta ad indicare, infatti, questo metodo di partecipazione alla vita civile. Il popolarismo, dunque, è una forza di integrazione istituzionale e di inclusione di ampi strati di cittadinanza in una prospettiva non identitaria, laddove, invece, il populismo è una forma di omogeneizzazione non finalizzata all’integrazione, ma è anti-istituzionale e antipolitico, in una prospettiva fortemente ideologizzata e identitaria. Il paragone tra popolarismo e populismo è interessante, perché attraverso di esso si possono rintracciare gli elementi “sani” del populismo nello stesso Sturzo. Si pensi allo “stare in mezzo alla gente”: ha una valenza negativa e vuol dire omologazione, massificazione e, ad uso dei politici, significa assecondare le passioni più basse in nome del consenso. Ma ha anche una valenza positiva e allora diventa rompere l’isolamento elitario, tendere all’incontro con la diversità, come nel caso di Sturzo. Ricordiamo, in particolare, la sua più che decennale attività politica comunale, che lo ha collocato nell’agorà, come organizzatore di cooperative di operai e contadini, casse rurali, come membro del Consiglio provinciale di Catania, come prosindaco di Caltagirone, come vice presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia. Proprio a partire da queste esperienze Sturzo elabora il suo pensiero sociologico e politico. Si consideri, inoltre, l’insistenza con cui Sturzo chiede l’attuazione del referendum. Anch’egli, infine, usa un linguaggio forte e, potremmo dire, populista, quando, ad esempio, definisce lo Stato come «è un’enorme piovra, che assorbe la vita comunale… sovverte le ragioni municipali, paralizza le attività paesane o le travolge nell’agitarsi scomposto dei partiti»10. Un’affermazione affatto inusitata per quei tempi. Negli anni 1919-1922, dopo la prima guerra mondiale e mentre imperversavano drammatiche turbolenze sociali, si produsse, infatti, una violenta ondata populista contro i liberali al potere. Populismo e popolarismo, però, pur essendo entrambi espressione di ansie e di rabbie e delle parti più isolate della società, si differenziano nei mezzi e nelle finalità, fino a divenire l’uno negatore dell’altro. Non sono populistici i valori della razionalità, della prudenza e del pragmatismo, che portano Sturzo a non avere una visione messianica della politica e a non promettere una società felice. «Per noi il centrismo è lo stesso che dire popolarismo, in quanto il nostro programma è un programma temperato, e non estremo – siamo democratici, ma escludiamo le esagerazioni dei demagoghi; vogliamo la libertà, ma non cediamo alla tentazione di volere la licenza… e così via. Ogni affermazione del nostro programma non è mai assoluta ma relativa, non è per sé stante ma condizionata, non arriva agli estremi ma tiene la via del centro… noi neghiamo che nella vita presente si possa arrivare ad uno stato perfetto, ad una conquista definitiva, ad un assoluto di bene… Nel movimento popolare invece non c’è la futura età di Saturno, la città del sole, il 2000, la repubblica di Platone e simili ottimismi; perché la nostra fede cristiana e il nostro senso storico ci portano a valutare la vita presente come un relativo di fronte ad un assoluto, e quindi diamo valore fondamentale, anche nella vita pubblica, all’etica, che è per noi norma insopprimibile, e superiore a quella che si chiama ragion politica o ragione economica; e questo ci dà il senso di relatività, che incentra i problemi, e non li fa come per sé stanti, come fini assoluti da dover raggiungere per un logico predominio e per una ferrea legge»11. Pragmatismo, quindi, e praticabilità storica delle proprie idee che, tra l’altro, hanno fatto di Sturzo uno dei politici più coerentemente e coraggiosamente laici. Caratteristiche proprie del popolarismo, inoltre, sono quella comunalista e regionalista: «Queste due parole in Italia indicano il movimento che tende a rivendicare la tradizione italiana dei comuni liberi e del self-government locale, e a dare autonomia amministrativa e sotto certi aspetti politica alle diverse regioni di cui si compone l’Italia… Ecco pertanto i tre punti specifici che danno il carattere proprio a questo partito: la rivendicazione della libertà (religiosa, scolastica, economica, amministrativa); la difesa morale e sociale delle classi operaie; il decentramento statale e il self-government locale, anche nelle regioni… la base sociale del nuovo partito poggiava sulle classi rurali, sui piccoli proprietari, sui piccoli redditieri, sull’artigianato, su parte degli operai delle fabbriche, sulla classe media e professionista. Il partito popolare sorgeva come partito non di una sola classe, ma inter-classista, non per agitare la lotta di classe, ma per arrivare a forme parziali e concrete di armonizzazione delle classi»12. Da questa sintetica analisi del popolarismo, si può dedurre quale sia il senso della politica per Sturzo. Il senso della politica è la libertà, è aprire, il più possibile, gli spazi dell’agire pubblico. Si parla molto, e non può essere altrimenti, dell’importanza della limitazione dei poteri nel pensiero di Sturzo, ma occorre porre l’accento anche su un altro punto fermo della sua concezione: la politica come strumento, appunto, per ampliare gli spazi pubblici da realizzarsi, in modo particolare, con la creazione dei corpi intermedi.

 

5) La funzione dei corpi intermedi

Le caratteristiche più evidenti ed essenziali di questi organismi, che fanno da tramite tra le persone e lo stato e fanno sì che il popolo esista, si possono individuare nella spontaneità (come nel caso della famiglia) e nella imprevedibilità (si pensi alla nascita dei comitati di quartiere a metà degli anni Sessanta in Italia). Si possono definire come una sorta di rigenerazione creativa della democrazia. Servono ad allargare il campo della rappresentanza, poiché i partiti, come ritiene Sturzo, non sono sufficienti, in quanto non rappresentano tutti. La sovranità è partecipazione e le istituzioni sociali debbono essere inclusive. Quando, invece, si prende la scorciatoia del modello di democrazia diretta si tende a scavalcare queste mediazioni, la cui esclusione genera una democrazia illusoria (la promessa di una futura società felice) e una politica senza società (masse disorganizzate e atomizzate). Sturzo, invece, procede nella direzione opposta: ridare spazio alla realtà sociale e ai corpi intermedi, soprattutto laddove la dinamica di sviluppo delle società moderne è caratterizza dall’incertezza e dal crescente bisogno di prevedibilità che privilegiava le forme statali e sociali preordinate e statiche. Incoraggia l’autogoverno di questi enti, che hanno la funzione di garantire lo spazio entro cui la libertà può manifestarsi, in quanto forme autonome di organizzazione, di democrazia e di potere, dove si stabiliscono legami e linee comuni e si forma l’opinione pubblica. Se libertà e democazia sono elementi prepolitici, grazie ai quali si può parlare di politica, grazie ai quali la politica esiste, lo stesso si può dire, allora, a proposito dei corpi intermedi: anche essi sono prepolitici e prepartitici, sono anche essi elemento indispensabile perché la politica esista. In questo senso, possiamo definire i corpi intermedi come “cosigli permanenti”, che ricordano le “repubbliche elementari” di Thomas Jefferson, la cui ragion d’essere aveva spiegato così: «Le repubbliche elementari delle circoscrizioni, le repubbliche-contee, le repubbliche-stato e la repubblica dell’Unione dovrebbero formare una gradazione di autorità, ciascuna in base alla legge, ciascuna in possesso della propria porzione delegata di potere e costituire veramente un sistema di freni e contrappesi fondamentali per il governo»13. Ossia: l’equilibrio tra la libertà e l’autorità di cui spesso parla Sturzo. Proprio come le repubbliche elementari di Jefferson, i corpi intermedi offrono un modo di raccogliere la voce del popolo migliore dei meccanismi del governo rappresentativo. Alla domanda sul perché delle repubbliche elementari, Jefferson non seppe fornire una risposta precisa, ma disse: «cominciate a farle, anche solo per un singolo scopo: e ben presto mostreranno per quali altri scopi sono i migliori strumenti»14. La società civile così intesa, e come la intende anche Sturzo, diviene l’unica sede tangibile in cui ciascuno può essere libero e questo è il fine dello Stato, il cui scopo principale negli affari di politica interna, appunto, è quello di offrire ai cittadini tali sedi di libertà e di proteggerle. Il principio basilare di questo sistema è che nessuno si può dire felice senza possedere la sua parte di felicità pubblica e che nessuno può essere considerato né felice né libero senza partecipare, avendone una parte, al pubblico potere. Questa tipo di partecipazione rimanda alla duplice eredità di ragione e democrazia che il diciottesimo secolo ci ha tramandato e che non ha mancato du influenzare, tramite Locke, anche il pensiero di Sturzo. Ragione significa fiducia nella capacità della mente di cogliere gli ordinati processi della natura e della società rendendoli intellegibili. Democrazia significa fiducia nella capacità di autogoverno della gente comune; essa presuppone in tutti gli individui capacità di ragionamento, affinchè questo elemento democratico sia incoraggiato, “esapserato” fino al massimo della sua attuazione pratica. Per Sturzo, infatti, la società è composta di diversi organismi sociali specifici, armonici e concentrici; la società non è un’accozzaglia di atomi, ma una condizione di forze e di finalità.

6) Popolo come opinione pubblica

«In via generale il popolo, come opinione pubblica, riesce ad essere una forza di controllo e di limitazione dello stato o meglio degli organi statali che si presume eseguano la sua volontà. Ciò avviene per una fondamentale esigenza della società politica, quella della limitazione dei poteri… “popolo”, preso come la somma degl’individui di una collettività politica, è potenzialmente la forza sociale di controllo; ma non diviene effettivamente tale se non si organizza a questo fine. Il semplice elettorato individualistico raramente riesce organico. Le circoscrizioni elettorali come tali non sono organismi viventi. I partiti politici sono già un inizio di organizzazione delle masse elettorali, quando rispondono alle esigenze, alle tradizioni e alla psicologia del popolo… In conclusione, la nozione di popolo non s’identifica con quella di stato; il popolo come tale influisce sulla struttura e funzionalità dello stato in quanto può organizzarsi spontaneamente come elettorato, inquadrarsi nei partiti liberi, partecipare alle espressioni della pubblica opinione, provocare la formazione e deformazione dei nuclei dirigenti»15. Il popolo per Sturzo può divenire opinione pubblica e forza morale come freno al cattivo potere e agli egoismi, come luogo di resistenza etica, mediante la sua articolazione in partiti, sindacati, mass-media, società civile e come forza motrice capace di mutamento e di civilizzazione: «Il metodo di libertà e il metodo di autorità dovrebbero essere usati in modo che, dove l’uno ecceda, l’altro serva a ristabilire l’equilibrio. E poiché è più facile che l’eccesso venga dall’autorità anziché dalla libertà – perché l’autorità ha dal suo la legge e la forza – occorre che il popolo sia chiamato con i referendum, con le elezioni locali e generali, amministrative e politiche a pronunziarsi sull’andamento degli affari del proprio paese. Occorre che i portavoce della pubblica opinione, stampa quotidiana e periodica, “meetings” e riunioni, associazioni permanenti o temporanee, siano aperti a tutti», La democrazia «consiste anzitutto nella libertà della vita pubblica»16. Per Sturzo quanto più è sviluppata e diffusa tale consapevolezza, insieme al sentimento di solidarietà, maggiore sarà la partecipazione popolare al governo della cosa pubblica, più stimati i valori etici legati al buon governo, più progredita la nazione, meglio organizzati i poteri dello stato e meglio soddisfatte le aspettative dei cittadini. «Si tratta di rendere edotto il popolo della sua funzione perenne e fondamentale in democrazia, sia come elettorato, sia come opinione pubblica, dell’economia, della cultura, della tecnica; sia per lo spirito di riforma che deve sempre animare le correnti ideali o mistiche, sia per il carattere di stabilità che si deve dare agli istituti politici, sia per la formazione delle tradizioni locali e nazionali, che tengono legate le nuove generazioni alle precedenti in una spirituale continuità della democrazia di oggi con quella di ieri, nonostante i dovuti cambiamenti e sviluppi»17. Il popolo, perciò, deve avere i caratteri della spontaneità, della creatività e lo deve ispirare, sempre, uno spirito di riforma. Agli istituti politici si chiede, invece, solidità e stabilità, che in Sturzo non sono sinonimi di fissità e staticità. Le opinioni, quindi, si formano in un processo di discussione aperta e di pubblico dibattito e, là dove non esiste alcuna possibilità che si formino le opinioni, possono esistere stati d’animo, ma non può esistere opinione.

7) Il popolarismo è diventato fenomeno storico?

Il popolarismo è rimasto una teoria o è diventato anche un fenomeno storico? In un certo senso se lo domanda anche Sturzo: «la parola popolarismo non ha il corso che ha quella di socialismo, di liberalismo e di nazionalismo, cioè di un sistema o di una concezione che crea un partito; ai popolari è toccata la strana avventura di essere contemporaneamente presi per clericali o demagoghi»18. Interessante questa affermazione di Sturzo, che ci dà anche notizia di come i popolari sono considerati, come clericali o demagoghi appunto. Queste parole sembrano implicitamente rispondere ed anche accogliere le critiche di due suoi contemporanei, Gobetti e Gramsci. Secondo loro, infatti, a Sturzo sarebbe sfuggito il problema centrale della politica italiana che condiziona tutti gli altri problemi: quello delle forze capaci di creare e sostenere una classe dirigente. Gobetti e Gramsci addebita al Partito popolare l’intento di puntare soprattutto alla riforma degli apparati statali, piuttosto che far avanzare una politica alternativa per preparare l’avvento delle masse alla guida dello stato. Questa critica non è priva di fondamento, ma non ci deve indurre a pensare che il popolarismo sia passato invano, tutt’altro. Possiamo, infatti, vedere tracce di questa cultura nella storia dell’Italia repubblicana, di come essa, anzi, si sia felicemente dispiegata ed abbia ottenuto i suoi frutti migliori quando ne ha avuta l’occasione, in un contesto politico democratico e caratterizzato da maggiore consapevolezza e partecipazione. Ad esempio, ritroviamo queste tracce nel nuovo Diritto di Famiglia che fu promulgato nel 1975 ad opera, tra le altre, di una parlamentare democristiana, Maria Eletta Martini: una riforma che andava proprio nella direzione indicata da Sturzo, nel senso di una maggiore valorizzazione degli organismi intermedi, primo fra tutti la famiglia. È probabile che Sturzo avrebbe salutato con favore questa rivoluzione nei rapporti marito-moglie, che dette luogo, inoltre, a quel felice fenomeno della piccola e media imprenditoria a carattere familiare, particolarmente sviluppato nel Nord-Est. Troviamo tracce di questa cultura anche nei già citati comitati di quartiere che sorsero dal basso, imprevedibilmente e spontaneamente nella metà degli anni Sessanta. Tra l’altro, è utile notare come ci sia stato un crescendo di presa di consapevolezza da parte del popolo sturzianamente inteso. Particolarmente illuminante in questo senso è la legislazione in favore delle donne: di iniziativa parlamentare nei primi anni della repubblica, si caratterizzò poi, a partire soprattutto dagli anni Sessanta, come la risposta alle domande che provenivano dal basso. Anche questa è la cultura del popolarismo, di cui, forse, non è più avvenuta, almeno in temi recenti, una discussione, una nuova sistematizzazione e teorizzazione. Se di questa cultura c’è stata una interiorizzazione, questa è avvenuta, però, senza una sufficiente consapevolezza e presa di coscienza. La mancanza di questa ratio ne ha indebolito la forza e la capacità di diventare prassi quotidiana, per rimanere fenomeno episodico e “intermittente”.

NOTE

1          H. Arendt, Sulla rivoluzione, Einaudi, Torino 1999, p. 439.

2          L. Sturzo, La lotta sociale legge di progresso, conferenza tenuta al circolo universitario di Napoli il 13 giugno 1902, al salone dell’Arcivescovado di Milano il 12 maggio 1903 e al circolo universitario di Torino il 19 maggio 1903. Ora in L. Sturzo, Sintesi sociale. L’organizzazione di classe e le Unioni professionali. Scritti pubblicati su «La cultura sociale» (1900-1905), p. 52.

3          L. Sturzo, Il partito popolare italiano, v. II, Popolarismo e fascismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, p. 235.

4          L. Sturzo, Per lo studio di un fenomeno etico-psicologico, in «Rassegna nazionale», n. 2, febbraio 1925. Ora in L. Sturzo, Il partito popolare italiano, v. III, Pensiero antifascista (1924-1925), La libertà in Italia (1925), Scritti critici e bibliografici (1923-1926), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2003, p. 85.

5          L. Sturzo, Politica e morale (1938), Zanichelli, Bologna 1972, p. 34-36.

6          L. Sturzo, Nazionalismo e internazionalismo, Zanichelli, Bologna 1972, p. 108.

7          L. Sturzo, Nazionalismo e internazionalismo, cit., p. 311-312.

8          L. Sturzo, Il popolarismo, in «Politique», Paris, 15 agosto 1928 e in «Il Pungolo», Paris, 1-15 giugno 1929. Ora in L. Sturzo, Scritti politici 1926-1949, pp. 34-35.

9          L. Sturzo, Riforma statale e indirizzi politici, Vallecchi, Firenze 1923. Ora in L. Sturzo. Il Partito popolare italiano, v. I, Dall’idea al fatto (1919), Riforma statale e indirizzi politici (1920-1922), pp. 101 e ss..

10        L. Sturzo, Il programma municipale dei cattolici italiani, relazione e proposte al 1° Convegno dei consiglieri cattolici siciliani, tenuto a Caltanissetta il 5, 6 e 7 novembre 1901. Ora in L. Sturzo, in L. Sturzo, La Croce di Costantino, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1958, p. 273.

11        L. Sturzo, Il nostro centrismo, in «Il Popolo nuovo di Roma», 26 agosto 1923. Ora in L. Sturzo, Il partito popolare italiano, v. II, cit., pp. 166-167.

12        L. Sturzo, I precedenti del partito popolare italiano, articolo pubblicato nel 1926 su tre riviste: «Abendlnad», Kôln 1 maggio; «Contemporay Review», giugno; «La Vita nuova», New York, agosto. Ora in L. Sturzo, Scritti politici 1926-1949, Ed. Cinque Lune, Roma, 1984, pp. 29 e ss..

13        H. Arendt, Sulla rivoluzione, cit., 294.

14        Idem.

15        L. Sturzo, Presupposti e caratteri della Democrazia cristiana, in «Piccola Biblioteca di Cultura Politica», Roma SELI 1947. Ora in L. Sturzo, Nazionalismo e internazionalismo, cit., pp. 301-302.

16        L. Sturzo, La società sua natura e leggi. Sociologia storicista, Zanichelli, bologna 1960, p. 228.

17        L. Sturzo, Autogoverno e suoi limiti. Note sulla democrazia, in «Il Ponte», Firenze, ottobre 1946. Ora in L. Sturzo, Politica e morale, cit., p. 363.

18        L. Sturzo, Riforma statale e indirizzi politici 1920-1922, in L. Sturzo, Il partito popolare italiano, v. I, cit.,  cit., p. 101.

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