Cinque anni fa la storia dei “101” che boicottarono Prodi. Fabio Martini ricostruisce quei giorni che segnarono il Pd.

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Per il PD si tratta di un vero e proprio stigma che ha segnato la sua esistenza. Un marchio pesante. Ci riferiamo alla vicenda dei 101 che boicottarono , 5 anni fa, l’elezione di Romano Prodi alla Presidenza della Repubblica. Marco Damilano, direttore dell’Espresso, ne ha parlato, con un articolo, sulla Repubblica di questi ultimi giorni. Oggi Fabio Martini, con un post su Facebook, ricostruisce i fatti di quella vicenda.

Se è vero che la storia di solito la scrivono i vincitori, ci sono casi nei quali nessuno rivendica vittorie. E’ il caso della famosa vicenda dei 101 che – esattamente 5 anni fa – affossarono a scrutinio segreto la candidatura al Quirinale di Romano Prodi. I principali protagonisti si sono dichiarati tutti “vittime” e in questi anni hanno orientato ricostruzioni a loro favorevoli. Ma dopo cinque anni di riscontri incrociati, i fatti e retroscena del 19 aprile 2013 sono disponibili, basta metterli in fila.
Diciassette giorni dopo le elezioni politiche del 2013, il segretario del Pd Pierluigi Bersani – pur contando sulla maggioranza in una sola Camera – decide di “prenderle” entrambe: a Montecitorio viene eletta Laura Boldrini (con 327 voti), mentre presidente del Senato viene eletto Pietro Grasso (con 137 voti, pari al 43% dei senatori). Ma a metà aprile, dovendo eleggere il Capo dello Stato, Bersani cambia il campo di gioco: lo allarga a Silvio Berlusconi e Gianni Letta, concordando la candidatura al Quirinale di Franco Marini, già presidente del Senato. Anche la Lega converge.

MARINI “SCARICATO”
Alla prima votazione Marini resta sotto il suo plafond potenziale, anche se i voti ottenuti (521), avrebbero garantito la sua elezione a partire dal quarto scrutinio. E in ogni caso i voti ottenuti da Marini sono tanti: sono più di quelli ottenuti in passato al momento della elezione da tre candidati poi diventati presidenti: Einaudi, Segni e Leone. Ma a questo punto Bersani, con uno scarto, ricambia di nuovo gioco, passa dalla maggioranza bipartisan a quella ristretta: nel giro di poche ore “scarica” Marini (che rimane sbalordito ma non protesta pubblicamente) e mette in pista Romano Prodi. Un cambio brusco che suscita il risentimento dei grandi elettori ex popolari del Pd: almeno una settantina. Cifra da annotare mentalmente. Ma come mai un cambio così brusco? Nelle ore che avevano preceduto e seguito il voto, diversi “grandi elettori” del Pd, in particolare quelli emiliani, erano stati raggiunti da numerosi sms: ma quale Marini? Appoggiate Rodotà! Alcuni dei deputati presi di mira, rispondevano ai loro elettori: Rodotà? Ma lo sapete che è il candidato dei Cinque stelle? Ma tanto era bastato a Bersani per abbondonare un cavallo e salire su un altro, Prodi, non “allenato” e lontanissimo: in quelle ore il Professore era in Africa, a pensare ad altro. Racconterà tre anni dopo Franco Marini alla “Stampa”: «La rapidità con la quale Bersani ha lanciato Prodi, senza preparare la candidatura, si spiega in un modo solo: provò a giocare d’anticipo perché temeva una candidatura di D’Alema a quel punto vincente». E la temeva perché? Perché un presidente ex comunista come lui, lo avrebbe inevitabilmente oscurato, non gli avrebbe fatto fare un altro giro da incaricato, che era il suo pensiero prevalente allora.

L’ACCLAMAZIONE SOSPETTA DI PRODI
Ma nella notte tra il 18 e il 19 aprile Massimo D’Alema rompe gli indugi: anche lui vuole cimentarsi nella corsa presidenziale. Bersani preferisce Prodi? Bene, saranno i “grandi elettori” del Pd e di Sel a decidere. Una scelta da compiersi a scrutinio segreto. Nella notte si profila uno scontro lacerante ma autentico tra i duellanti di un ventennio di centro-sinistra. E quella notte entra in scena il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Il giorno precedente si era fatto vivo, con un anatema nei confronti di Marini, considerato un “vecchio”, da rottamare e non da candidare presidente. Una mossa per dar fastidio a Bersani, ma Renzi, fresco di sconfitta alle Primarie, in quel momento ha un ruolo marginale nel partito, confermato dal numero delle sue truppe: 35 parlamentari che convoca al ristorante Eataly. E gli comunica: «Si vota Prodi». Uscendo, a chi gli chiede se si senta il vincitore della giornata, il sindaco risponde: «No. Vince l’Italia se domani sarà eletto un presidente di grande rilievo internazionale». Nel corso della notte Renzi cambierà idea? Spingerà i più fedeli dei suoi a non votare Prodi? Si può immaginare che una ventina di renziani – ma solo quelli che non rivelerebbero mai il contrordine – nel segreto abbiano tradito? Se così fosse, ed è possibile, staremmo parlando di una ventina di “grandi elettori” su un totale di 496. Venti su quattrocentovantasei. Altra cifra da annotare mentalmente.
Nel cuore della notte, senza che la cosa trapeli sui Social o sui giornali, si prepara la sfida del ventennio: Prodi-D’Alema. Sono pronte persino le schede. Alle 8 del 19 aprile, al cinema Capranica, Bersani propone ai grandi elettori del Pd e di Sel la candidatura di Romano Prodi e a quel punto accade l’imponderabile: all’annuncio del nome del Professore, le prime file si alzano in un applauso entusiastico, quasi fosse studiato a tavolino. Bersani e Zanda «cedono» all’acclamazione senza voto e senza attendere il manifestarsi di altre candidature. Una forzatura. Racconterà più tardi Massimo D’Alema a Marco Damilano nel suo libro «Chi ha sbagliato più forte» (che contiene e svela i principali snodi di questa vicenda meglio del recente, stringato articolo su “Repubblica”): «In sala – dice l’ex premier – c’è stato l’errore grave di chi doveva parlare e non lo ha fatto». E cioè Anna Finocchiaro.

RODOTA’, MONTI E PONZIO PILATO
A quel punto, sono le 9 del mattino, il Professore è in pista. Ma dietro la sua candidatura c’è un Pd lacerato e che comunque, anche con l’appoggio di Sel, non ha i voti sufficienti per superare il quorum presidenziale. Visto che dal Pd nessuno si preoccupa di coinvolgere chi può portare quei voti decisivi (e cioè Monti, Rodotà, Grillo) è Prodi stesso a doverlo fare. Mobilitandosi dal Mali, dove si trova per una missione Onu. Telefona a Massimo D’Alema, che è sincero e gli dice: «La situazione, dopo l’esito del voto su Marini, è molto confusa e tesa». Prodi annota mentalmente: D’Alema non mi farà votare dai suoi. Poi chiama il suo vecchio amico Mario Monti, che gli dice: «Romano la tua candidatura è divisiva…». E pare che alluda anche ad un futuro incarico che l’eventuale Prodi al Quirinale, potrebbe dare proprio a lui. Prodi dice che non può garantire nulla, ma scuote la testa a annota: fuori due. In quelle ore convulse chi può ancora fare la differenza è Stefano Rodotà, votato fino a quel momento dai Cinque Stelle. Vanno da lui i capigruppo Crimi e Lombardi per chiedergli se sia pronto a lasciare il campo a Prodi, ma lui non molla. Successivamente uno dei due capigruppo ammise: «Eravamo sicuri che Rodotà si sarebbe ritirato…>. Invece Rodotà non si ritira e non deflette neppure quando lo chiama Prodi: .
Intanto in Parlamento si perfeziona l’affondamento. Ha scritto Sandra Zampa nel suo libro su quei tre giorni che il senatore Ugo Sposetti (dalemiano doc) «faceva telefonate per sollecitare un no a Prodi», ma non era «l’unico telefonista in servizio». Molto attivi nel contrasto anche i “giovani turchi” – Orfini, Martina, Orlando – ex Ds che in quel momento “trattavano” postazioni (come avrebbero fatto ma molti mesi dopo con Renzi) con il segretario in carica, Bersani. In quelle ore dunque non ci fu una regia unica e tantomeno un “uomo nero”. Si crearono però le condizioni perché potessero scorazzare diverse tribù. Quelle «offese» dagli errori e da una gestione affrettata e superficiale e altre che investivano sul proprio futuro. Prima che la votazione iniziasse, Romano Prodi telefonò alla moglie Flavia e le disse: «Non passerò». Nel segreto dell’urna però la quantità dei franchi tiratori è superiore ad ogni aspettativa. Prodi si ritira. Bersani, cambiando di nuovo schema di gioco, assieme a tre quarti del Parlamento, chiede a Napolitano di restare. E subito dopo si dimette da segretario del Pd.

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