“Contratto di governo” : novità o decadenza della politica? Intervista a P. Giacomo Costa (S.J)

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Il governo “Conte-Di Maio-Salvini”, il primo governo “populista” della nostra storia repubblicana, con la nomina dei vice-ministri e sottosegretari completa la sua struttura di potere. La compagine governativa fin dai primi passi si trova già nella bufera per la vicenda della nave “Aquarius”. Una vicenda triste, che ha messo in evidenza l’anima sovranista del governo ad egemonia leghista. Al centro dell’azione di questo governo c’è il discusso “Contratto di governo”. Contratto che è stato oggetto di discussione nell’opinione pubblica. Ma quali sono le “radici” di questo “contratto”. Ne parliamo con Padre Giacomo Costa, gesuita, Direttore della prestigiosa rivista “Aggiornamenti sociali” pubblicata dal “Centro San Fedele” di Milano.

 

Padre Giacomo, voi di “Aggiornamenti Sociali”, fin dalla fondazione, rappresentate lo “strumento” di studio della Compagnia di Gesù sulla società italiana, e quindi anche sulla politica di questo nostro Paese. Le chiedo: il voto del 4 marzo ha segnato una svolta radicale del contesto politico. Ovvero l’emergere “prepotente” di due forze populiste, sia pure di “natura” diversa, con la conseguente sconfitta del PD, a sinistra, e dell’arretramento di Forza Italia, a destra. Perché gli italiani si sono rivolti a due forze populiste? C’è una ragione profonda?

Gli elettori non diventano populisti dalla sera alla mattina: più che una svolta radicale, l’esito delle urne può essere visto come un passo, più deciso dei precedenti, lungo la linea evolutiva che la politica ha seguito negli ultimi vent’anni in Italia ma anche nel resto del mondo. Si tratta di mutamenti che hanno modellato elettori ed eletti, e che alcuni politici hanno cavalcato e promosso più degli altri. Un esempio è la “fine delle ideologie”, che è teoricamente nota da tempo e su cui si è molto disquisito, ma le cui conseguenze oggi si fanno sentire in maniera molto più concreta di prima. Nel ’900 essere di destra o di sinistra strutturava l’identità delle persone, oltre che le passioni e i conflitti politici. Oggi la politica continua a suscitare conflitti e passioni: dalla rabbia all’entusiasmo, dalla speranza al disgusto, ecc. ma ciò che definisce le scelte politiche è piuttosto l’interesse personale, inteso a diversi livelli: come tornaconto, ma anche come ciò che piace per simpatia superficiale o che sta a cuore per motivazioni profonde. Un altro fattore è l’evoluzione del sistema mediatico che si va svincolando dal riferimento alla forza dei fatti, rendendo quasi irrilevante la verifica dell’attendibilità delle notizie e della credibilità delle persone. Non a caso si parla sempre più di “postverità”, “fake news”, “hate speach” ecc. In questo quadro, almeno per il momento, Lega e M5S hanno saputo intercettare questi cambiamenti e comunicare in modo da attirare il consenso della gente. Gli altri sono rimasti su altre logiche e modalità comunicative, non del tutto finite, ma antiche.

 

Torniamo, per un attimo al PD. Questo partito, erede delle tradizioni riformiste della sinistra e del cattolicesimo democratico, ha subito una sconfitta pesante. Eppure, con tutti i limiti, quel partito, ad essere onesti, non ha mal governato. Molti provvedimenti presi sono importanti per la società italiana. Cosa non ha funzionato?

Effettivamente nella scorsa legislatura il PD ha goduto di una forte centralità politica e ha promosso passi legislativi importanti. Ma una serie di tensioni mai risolte è scoppiata in occasione (e con il pretesto) del referendum costituzionale. Si è frantumato il delicato equilibrio della proposta renziana, una proposta che potremmo dire “pop-democratica” in quanto provava ad articolare la tradizione democratica con un modo di far politica sempre più “popolare” (se non populista). La sinistra si è così avvitata sulla gestione del potere, dividendosi in correnti ferocemente in lotta tra di loro, con il risultato di mettere in secondo piano progetti e idee e di allontanarsi dai suoi stessi elettori. Oggi questa situazione risulta evidente dal di fuori, ma il partito sembra stentare a rendersene conto. La parabola delle tradizioni in cui si radica il PD è tutt’altro che esaurita, ma per concretizzare queste opportunità il partito deve rivisitare i contenuti delle sue proposte e ancora di più lo stile e la retorica comunicativa che utilizza.

 

Guadiamo al centrodestra. L’emergere prepotente di Salvini sta facendo piazza pulita del “moderatismo” (ammesso che mai lo sia stato) di Forza Italia. Insomma la destra italiana assumerà il volto sovranista della Lega. E’ un processo inarrestabile?

Più che moderatismo, il centrodestra è quello che ha introdotto in Italia la politica spettacolo e la polarizzazione estrema sulla figura del leader e sul rapporto diretto con il popolo: al populismo si arriva per tappe. Questo approccio ha segnato la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e man mano tutti partiti vi si sono adeguati, anche quelli antiberlusconiani, adottando uno stile comunicativo improntato alle logiche dell’intrattenimento per sconfiggere la lontananza e la noia che suscitava la politica della Prima Repubblica. I politici si sono trasformati in star mediatiche, all’inseguimento di un consenso che assume i connotati del gradimento in termini di audience, puntando quindi a piacere, affascinare e sedurre assai più che a proporre idee per il futuro del Paese. Al “carro” berlusconiano si è legata Lega Nord di Bossi, il cui contributo è stato soprattutto la metodica semplificazione della complessità e l’adozione di una prospettiva localistica e anti-intellettualistica. L’obiettivo era catturare il consenso delle persone più smarrite di fronte alla globalizzazione attraverso l’enfasi sugli interessi locali.

 

E veniamo alle vicende politiche di questi ultimi giorni. Ovvero alla nascita, dopo 90 giorni dal  voto, del governo Conte-Di Maio-Salvini. Il “cuore” di questo governo, così dicono i protagonisti, è il “contratto di governo” firmato da Lega e 5stelle. Rappresenta una novità, oppure si inserisce, invece, nella lunga scia della crisi della politica italiana?

È certamente una novità nella biografia dei protagonisti, che comprensibilmente ne sottolineano il carattere epocale. Ma guardando le cose da un’altra prospettiva, anche il «Contratto per il governo di cambiamento» è un passo tutto sommato coerente all’interno di una evoluzione della politica italiana a cui tutti i protagonisti, almeno dell’ultimo decennio, hanno dato il proprio contributo, a partire da chi, come Berlusconi e Renzi, oggi si professa fiero oppositore dell’intesa M5S-Lega. Inseguendosi a vicenda, i partiti hanno finito per scimmiottarsi e imparare il peggio l’uno dall’altro. Scorrendo il Contratto o ripensando al modo in cui la sua elaborazione è stata mediatizzata, è facile riconoscere le dinamiche caratteristiche della politica del XXI secolo, a partire da quel renzismo che pure rappresenta il bersaglio polemico di entrambi i movimenti. In comune hanno ad esempio la retorica e talvolta l’affanno della novità: il cambiamento a cui è intitolato il contratto è la versione “ministeriale” del “vaffa” grillino (e per nulla alieno alla tradizione leghista), ma ha molto da spartire anche con la rottamazione di Renzi. Analogo è il senso di vertigine che suscitano e le domande che ne scaturiscono: è praticabile una via pop alla democrazia o percorrerla conduce a ridurla un simulacro di se stessa?

 

Nel suo editoriale, che apre il nuovo numero della sua rivista, lei afferma che il contratto fa compiere alla politica italiana una sorta di “seconda secolarizzazione” ovvero una svalorizzazione della politica nei confronti dei valori della Costituzione. Può spiegare perché?

Per “seconda secolarizzazione” intendo un movimento che svincola la politica e le dinamiche sociali non dalla religione o dal riferimento al trascendente, ma dall’insieme di valori di cui è tessuta la Costituzione: restano un riferimento poco più che retorico. Non è un caso che fin da subito i costituzionalisti abbiano fatto rilevare l’inconciliabilità di vari elementi del Contratto con la Carta fondamentale.

Un esempio illuminante è l’uso del concetto di dignità. Il n. 19 del Contratto la attribuisce “all’individuo”, utilizzando il termine come sinonimo di “persona”. Ma così, forse inconsapevolmente, si svuota il principio personalista della Costituzione, che intende la dignità non soltanto in riferimento all’essere umano in quanto tale, ma considerando la concretezza dei legami sociali al cui interno si svolge la sua vita. La dignità ha una dimensione sociale che l’individualismo liberale conduce a dimenticare, ma che rappresenta l’unica garanzia per farne una pratica condivisa e non un privilegio di chi può permettersela. La dignità è di tutti e di ciascuno, e negarla a qualcuno minaccia quella degli altri. Per questo non può essere fatta a pezzi e allocata soltanto a chi fa parte dei “nostri”, in opposizione ad “altri” la cui dignità può tranquillamente essere calpestata.

In questo contesto, l’impianto valoriale della Parte I della Costituzione non rappresenta più l’orizzonte al cui interno inserire le diverse proposte politiche, ma un richiamo retorico, talvolta maldestro. La bussola che orienta l’azione del Governo non sono i “Principi fondamentali” (e i valori a cui si richiamano), ma le preferenze che i leader ritengono che i loro elettori abbiano espresso, anche a seguito di una opportuna azione di persuasione. Il problema vero sta però nel fatto che la società nel suo insieme, o almeno una larga parte, sembra aver perso la sensibilità per riconoscere e difendere il ruolo dei valori e dei principi come cornice di riferimento dell’azione politica.

 

Qual è l’anima profonda di questo “contratto”? Che tipo di società disegna?

Siamo di fronte al passaggio a una politica e in qualche modo a una società fondata sugli interessi, in cui ciascuno cerca di portarsi a casa almeno un pezzo del proprio risultato anziché partecipare alla costruzione di un bene comune.

L’impressione è che sia questo il criterio che ha guidato la stesura del Contratto. Non c’è una reale mediazione e quindi nessuna autentica integrazione dei punti di vista dei due contraenti, per cui resta irrisolta la questione di come si concilia la drastica riduzione del carico fiscale (la flat tax leghista) con una serie di misure, anche di welfare, che non possono che far lievitare la spesa pubblica (a partire dal reddito di cittadinanza a 5 stelle). Più che un progetto comune, l’accordo sembra riguardare la spartizione delle sfere di influenza, in modo che ciascuno possa portarsi a casa un risultato che gli permette di gratificare i propri elettori: infatti al n. 1 è sancito l’impegno «a non mettere in minoranza l’altra parte in questioni che per essa sono di fondamentale importanza». Non è un caso allora che sulle questioni eticamente sensibili (fine vita, DAT, ecc.), rispetto alle quali è inevitabile un autentico lavoro di mediazione se le posizioni di partenza sono molto lontane, non ci sia nemmeno una parola.

Non stiamo però dicendo che il Paese stia precipitando nell’amoralità collettiva, né penso che sia utile rimpiangere il passato: bisogna registrare però che si sta smarrendo la consapevolezza che i diversi piani diversi – quello dei valori, quello delle pratiche individuali e sociali, quello delle norme e delle misure pratiche – sono inestricabilmente connessi. La mancanza di coerenza fra i diversi piani rende strutturale la contraddizione tra gli obiettivi perseguiti su ciascuno di essi, impedendone il raggiungimento armonico

 

Una cosa che fa impressione è la visione ambigua, pur tra reiterate affermazioni di “fedeltà”, dei due protagonisti sull’Europa. Anche questo è un segnale….

Anche in questo caso siamo di fronte a un passo in avanti nell’utilizzo di una retorica di contrapposizione che punta a identificare un nemico a cui addossare tutte le responsabilità.È uno sport diffuso in tutti i Paesi, che ha portato alla nascita di un vero e proprio genere letterario. Va riconosciuto che anche l’UE sembra fare di tutto per aiutare i propri detrattori, o almeno sembra aver perso la capacità di ispirare e trasmettere entusiasmo. Anche il discorso europeo si è in qualche modo “secolarizzato” nel senso che dicevamo prima, ponendosi sempre più sul piano degli interessi e sempre meno su quello dei valori. Ma non si può costruire una casa comune titillando l’egoismo o l’autointeresse. Per l’Europa è una prospettiva perdente.

 

Qual è il “peccato mortale” del sovranismo?

Più che di peccato parlerei di forza di seduzione. Penso che sia l’enfasi su un “noi”, di cui non sono chiari i criteri di definizione, e che conduce rapidamente dal tentativo, anche legittimo, di sottolineare identità e appartenenza a una retorica che identifica diverso con ostile. I migranti diventano il capro espiatorio ideale da questo punto di vista e infatti negli ultimi mesi la cronaca registra un aumento della violenza nei loro confronti. E’ evidente come la dignità affermata in linea di principio non è riconosciuta a tutti. Ma questa – lo dimostra la storia del ‘900 – è una contraddizione e molto spesso diventa una trappola. All’enfasi sulle differenze tra “noi” e tutti gli altri si accoppia di solito – e certamente nel caso del Contratto per il governo del cambiamento – l’incapacità o l’indisponibilità di riconoscere e fare i conti con il pluralismo radicale che ormai segna le società avanzate, e quindi con il tema del dialogo e dell’integrazione delle differenze e delle minoranze.

 

Attraverso quali percorsi è possibile, realisticamente, rinnovare la politica italiana? C’è spazio per i cattolici?

Innanzi tutto dobbiamo imparare a guardarci da tre tentazioni, peraltro ricorrenti nella storia del Paese. La prima è quella della nostalgia e del rimpianto per un’epoca passata dove la politica aveva la P maiuscola – ma ce ne lamentavamo anche allora! – opposta ai tempi bui dell’attuale decadenza. La seconda è quella di rimanere alla finestra, in attesa di veder fallire – ancora una volta lamentandosi – anche questo tentativo, salvo poi ritrovarsi con il problema di dove tracciare un segno sulla scheda delle prossime elezioni. Due atteggiamenti che è facile deridere superficialmente, ma di cui vanno indagate le ragioni profonde e le componenti emotive: quello che li accomuna è l’incapacità di generare futuro. La terza tentazione, specie per chi è in politica, è quella di provare a costruire contenitori identitari, giocando ancora un volta la logica del “noi” e partecipando alla “spartizione” delle sfere di influenza.

Credo però ci sia spazio anche per un altro modo di operare, a partire da un vero e proprio atto di fede nel fatto che la capacità delle persone di riconoscere il bene e di esserne attratta non si è spenta definitivamente. Gli esempi di come siamo alla ricerca di senso e di umanità sono molteplici, quotidiani. Ottengono scarsa attenzione, ma non per questo non toccano in profondità.

 

Ma concretamente in che direzione possiamo incanalare lo sforzo di rinnovamento?

Una prima pista di lavoro fondamentale – e questo vale in particolare per chi opera nel mondo della comunicazione – è la ricerca di un linguaggio che consenta anche oggi di narrare il bene, o, meglio, di entusiasmare per il bene, riuscendo a parlare alla gente e a comunicare una prospettiva profondamente umana che rimette al centro la fiducia, i legami e persino il punto di vista di chi è scartato. Una volta che questa prospettiva sarà radicata nella società, la rincorsa al consenso obbligherà anche la politica ad adottarla. Oggi si sta spegnendo il richiamo del lessico dei valori e dei diritti, mentre è grande quello degli interessi, dei gusti e delle opportunità, dove il “sentire” ha un grande peso. Non è un cambiamento da stigmatizzare superficialmente: in fondo lo “stare a cuore” può rappresentare un attivatore di risorse emotive, di creatività e di impegno almeno pari alle ideologie del passato. Si tratta quindi di individuare i registri su cui anche oggi elaborare proposte culturali capaci di aiutare l’interpretazione della realtà nella sua interezza, riorientando il discorso e l’immaginario collettivo e rimotivando all’impegno per la costruzione di un sentire condiviso, anche in situazioni di crescente pluralismo sociale, culturale e religioso.

Il secondo filone è quello dell’impegno diretto, della mobilitazione per la tutela della dignità e dei diritti di tutti, su cui occorrerà probabilmente fare un passo in più. Anche in questo caso non partiamo da zero, ma da un capitale autenticamente sociale di tante iniziative di partecipazione e di lotta contro il degrado, contro la corruzione, la criminalità e le mafie di cui il nostro Paese è ricco. La potenza di questo filone è di far sperimentare la forza del legame quando si agisce a favore di altri, trascendendo l’orizzonte del proprio orticello.

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