IL FUTURO DEL MANUFACTURING IN ITALIA

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La lentezza con cui il governo si sta muovendo su un caso come Ilva, così strategico e determinante per il nostro sistema industriale, ci chiede di riflettere sul nostro futuro: l’Italia avrà ancora la forza di restare tra i paesi più industrializzati del mondo? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sabella, direttore di Think-in e coordinatore del progetto Think-industry4.0.

Sabella, a che punto siamo in Italia col piano industria4.0?
Abbiamo sicuramente indicatori che ci dicono che c’è un segmento virtuoso di imprese in Italia che si sta allargando: innanzitutto, la stima prudenziale del pil 2018 è +1,5% e quella potenziale +2%. Considerando che nel 2017 siamo cresciuti del +1,5%, la previsione più ottimista fa ben sperare.

È possibile dare una dimensione a questo segmento virtuoso?
Diciamo che incrociando le informazioni che arrivano dai sindacati e da una recente ricerca del Politecnico di Milano, circa il 50% del nostro sistema produttivo si rivela sensibile all’innovazione. Solo un anno fa questo segmento di imprese era dato al 30%, quindi oggi possiamo dire che si è allargato. E che, quindi, il piano industria4.0 sta funzionando. E questo è interessante, anche se poi c’è l’altro 50%…

Appunto. Cosa ne è di questo 50% di imprese non definibile virtuoso?
La maggior parte sono aziende di piccole dimensioni, che non riescono a lavorare sull’innovazione e sulla crescita della loro produttività. Altre sono aziende viziate da una delle caratteristiche di fondo del nostro sistema produttivo, in cui la gestione spesso passa di padre in figlio e laddove altrettanto di frequente subentrano figli che non hanno le competenze dei padri. E qui iniziano processi involutivi che frenano innovazione e competitività delle imprese.

A proposito della produttività del lavoro, da sempre tasto dolente del nostro sistema imprese, a che punto siamo e quali vie d’uscita?
Vero, questo è da sempre il nostro tasto dolente. Va detto però che le recenti rilevazioni del ministero del Lavoro sulla produttività, per effetto del piano industria4.0, ci parlano di un +0,9% nel 2017. Negli ultimi 15 anni, la produttività è cresciuta mediamente del +0,3% (fonte Istat) mentre media Ue +1,6%, area euro +1,3% Francia +1,6%, Germania +1,5%, Regno Unito +1,5%, Spagna +0,6%. Quindi, anche in questo caso è utile guardare con un po’ di ottimismo alla crescita della nostra impresa e, conseguentemente, della nostra economia.

Sono in molti però a dire che l’innovazione digitale più che creare posti di lavoro li rende superflui…
Il fenomeno della distruzione di lavoro esiste, ed è quello che fa notizia. Tutti i giorni ormai leggiamo di imprese che siccome automatizzano aspetti della produzione lasciano a casa delle persone. Però si omette di ricordare che, allo stesso tempo, l’innovazione crea lavoro e che i paesi che più vi hanno investito (es. Germania, GB, USA…) sono proprio quelli dove si creano nuovi lavori. Tuttavia, anche in Italia, registriamo trend interessanti: la Confindustria, anche in questo caso per effetto del piano industria4.0, ha recentemente comunicato che da qui a 5 anni si ricercano 280.000 nuovi innesti soltanto nei settori cardine, vale a dire la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’Ict. L’innovazione delle imprese cresce e con essa il numero di nuovi posti di lavoro. Il saldo, nel medio termine, sarà certamente positivo.

Qual è il ruolo del sindacato in questo processo di innovazione d’impresa?
È difficile avere numeri precisi, ma possiamo dire che da tempo si registra una crescita progressiva della contrattazione aziendale. Ciò avviene in quel segmento virtuoso di imprese (o almeno in buona parte di esso) di cui parlavamo prima, anche perché facilmente, nelle organizzazioni complesse, le riorganizzazioni del lavoro passano dagli accordi sindacali. In sintesi, le rappresentanze del lavoro sempre più avranno un ruolo importante nella gestione della trasformazione dei processi in azienda.

Il governo Lega-M5S che intenzioni ha su questo versante? L’attuale Ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, non pare avere le idee molto chiare su Ilva per esempio, il che la dice lunga…
Salvini ha più volte detto che Ilva va rilanciata. Io non penso che Di Maio sia dell’idea diversa, il problema è che il M5S intercetta molto del malcontento che al Sud si pone in senso anti-industriale. Quindi, il Ministro dello sviluppo economico – pur sapendo che lo sviluppo economico non è chiudere Ilva – qualche problema lo ha nella vicenda Ilva e quindi non procede speditamente come, per esempio, il suo precedessore, più vicino invece agli ambienti dell’industria. Il punto vero è che, però, i nostri competitor si muovono ad un’altra velocità e, quindi, la domanda sul futuro del nostro manufacturing resta aperta.

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