La riforma dello IOR e l’ “eredità” di Marcinkus. Intervista a Fabio Marchese Ragona

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Era il 1982 quando il Banco ambrosiano fu liquidato, Roberto Calvi fu trovato impiccato sotto un ponte londinese e Marcinkus fu accusato di aver avuto un ruolo centrale nel crac del banco milanese, giocandosi la berretta cardinalizia. Nello stesso anno fu istituita la commissionvaticanistae mista Italia-Vaticano per l’accertamento della verità sul crac dell’Ambrosiano e sul coinvolgimento dello Ior di Marcinkus. Cinque anni dopo, nel 1987, i magistrati italiani spiccarono nei suoi confronti, e in quelli di due suoi collaboratori, un mandato di cattura internazionale per concorso in bancarotta fraudolenta.

Tutto inutile. Il monsignore americano, cosi come i suoi fedelissimi, non vide mai le manette. Marcinkus, infatti, grazie all’immunità diplomatica ricevuta dal Vaticano, non poté essere arrestato: si era abilmente rifugiato dentro le mura d’oltretevere. E li rimase rinchiuso

per molti anni. I tentativi di contatto (formali e informali) della magistratura italiana, che chiese persino l’estradizione dell’arcivescovo, caddero tutti nel vuoto.

Il libro (“Il Caso Marcinkus” Ed. Chiarelettere), appena uscito nelle librerie, di Fabio Marchese Ragona – vaticanista di  Mediaset – ripercorre le imprese rocambolesche di quel banchiere senza scrupoli, arricchendole di dettagli venuti alla luce solo di recente, di nuove testimonianze e di documenti inediti.

A distanza di trent’anni dall’uscita di scena di monsignor Marcinkus, cosa resta di lui nelle stanze del torrione di Niccolo V, sede dell’Istituto per le opere di religione? E’ vero che lo Ior si e ormai quasi totalmente rinnovato, grazie alla vigilanza dell’Autorità d’informazione finanziaria della Santa sede e alle nuove normative sulla trasparenza entrate in vigore in Vaticano? Ne parliamo, in questa intervista, con l’autore. 

Fabio, il tuo libro, sul caso Marcinkus, porta nuova luce su fatti drammatici che hanno riguardato le finanze vaticane. Cinquant’anni di storia con molti protagonisti tra cui papi, capi di Stato, cardinali e banchieri. Ti chiedo: nello Ior aleggia ancora lo “spirito” di Marcinkus?

Di certo, con gli ultimi due papi, Benedetto e Francesco, le cose all’interno dello IOR sono cambiate radicalmente. Soprattutto Bergoglio, pontefice arrivato dall’Argentina, ha voluto dare un’accelerata alla riforma finanziaria anche se ha trovato tanti ostacoli lungo il suo percorso. Lo “spirito” di Marcinkus aleggia ancora quando qualcuno tenta di bloccare il vento di cambiamento voluto dal nuovo Papa. E purtroppo è successo. 

Nello IOR ci sono ancora opacità, nel libro riveli un episodio emblematico quello sulla riforma dello Statuto dello IOR. Puoi parlarcene?    

 Mi riferivo proprio a questo. Appena eletto Papa, Francesco ha istituito una commissione formata da cardinali, vescovi, monsignori e laici per studiare lo IOR e proporre al Papa un progetto di riforma. Dopo una riunione dell’autunno 2014 il Papa aveva chiesto che lo IOR modificasse lo statuto, fermo ancora al 1990. La commissione alla fine fu sciolta perché immobilizzata da chi faceva ostruzionismo. E lo statuto non fu mai cambiato.

Veniamo al tragico protagonista del tuo libro: l’Arcivescovo americano Paul Casimir Marcinkus. Dominus incontrastato delle finanze vaticane per trent’anni. Il periodo di Marcinkus attraversa uno dei periodi più difficili della storia del nostro Paese , con i suoi misteri. Il ritratto che ne viene fuori è di un uomo molto molto discutibile (incriminato dalla  magistratura italiana per il  caso del Banco Ambrosiano).  Come è stato possibile che un uomo così spregiudicato abbia goduto la fiducia di due grandi Papi: Paolo VI e Giovanni Paolo II? Quali “meriti” poteva avere?

Monsignor Marcinkus fu chiamato alla guida dello IOR da San Paolo VI perché Montini voleva riformare l’istituto, voleva che outsider rompesse gli equilibri della Curia. Marcinkus non aveva però alcuna competenza finanziaria, si affidava molto ad alcuni collaboratori laici e ad alcuni banchieri di cui si fidava ciecamente. Lui stesso godeva di grande fiducia perché era diventato molto amico sia di Paolo VI (gli aveva salvato la vita nelle Filippine) e del suo segretario particolare, sia di Giovanni Paolo II perché lo aveva aiutato molto a combattere il comunismo, facendo arrivare fondi a Solidarnosc.  

Fa impressione leggere della “bella vita”che faceva alle Bahamas l’Arcivescovo…sempre in golf club esclusivi, con l’immancabile sigaro cubano. Ma nelle Bahamas non andava  solo per vacanze…andava a creare istituti bancari ad hoc per un paradiso fiscale. Perché lo Ior aveva “bisogno” di questo tipo di Banca. Che tipo di operazioni voleva occultare lo IOR?

Lo IOR non voleva occultare delle operazioni. Non ne aveva bisogno. La dirigenza dell’epoca dell’Istituto per le Opere di Religione però era in affari con il Banco Ambrosiano e i vertici di quell’istituto bancario milanese avevano compiuto delle acrobazie finanziarie che partivano da Milano, transitavano dalla Città del Vaticano (per eludere i controlli), raggiungevano le Bahamas e poi rientravano tramite la Svizzera o tramite altre offshore. Un gioco di scatole cinesi. Marcinkus e company erano consapevoli di tutto: lo stesso monsignore era membro del CdA della Cisalpine di Nassau, creata con proventi della mafia.  

Parlando dell’Istituto di Nassau non si può non parlare di Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano morto a Londra sotto Il ponte dei “frati neri”.  I due, Calvi e Marcinkus, avevano un rapporto di una certa familiarità e amicizia. Alla morte di Calvi non prova alcun rimorso…anzi critica l’operato di Calvi. Eppure anche lui, Marcinkus, ha contribuito a mandare in rovina Calvi…. Come ti spieghi il comportamento del Monsignore?

Monsignor Marcinkus si fidava molto di Roberto Calvi e lo lasciava fare. Quando Calvi fu arrestato dalla Guardia di Finanza dopo il processo valutario, Marcinkus lo scaricò del tutto. Furono inutili i tentativi dei familiari di entrare in contatto con lui o con i suoi collaboratori. Successivamente Calvi, una volta uscito di prigione, tornò dal monsignore americano, implorandolo di poterlo aiutare. Marcinkus accettò di firmare delle lettere di patronage a patto che Calvi firmasse una lettera di manleva in cui si prendeva tutta la responsabilità sulle operazioni con le società offshore. Era un uomo con l’acqua alla gola e firmò. Fu la sua condanna a morte. 

Non poteva mancare il rapporto con un amico storico del Vaticano: Giulio Andreotti. Il “Divo” è stato utile per lui….Che tipo di rapporto c’era?

Tra Marcinkus e Andreotti c’era un rapporto molto stretto, di grande amicizia e di stima reciproca. I due si conoscevano da oltre 40 anni. All’interno dell’Archivio personale di Giulio Andreotti ho trovato decine di lettere e biglietti che i due si scambiavano. Anche quando il monsignore era rifugiato in Vaticano per sfuggire alla giustizia italiana, Marcinkus comunicava tramite lettera con il ministro degli esteri Giulio Andreotti.  

Un avversario di Marcinkus fu  Albino Luciani.Cosa opponeva questi due uomini così opposti?

Sul rapporto tra Marcinkus e Papa Luciani si è scritto tanto ma non ci sono mai state testimonianze dirette. Nel libro ho raccolto la testimonianza di un sacerdote che conosceva l’allora patriarca di Venezia e racconta che quando Luciani incontrò Marcinkus rimase molto deluso per il trattamento riservatogli dal prelato americano. Si era sentito – dice – trattato come un bidello. Quando Luciani divenne Papa aveva in mente di sostituire Marcinkus dalla guida dello IOR. Ma non perché serbasse rancore nei suoi confronti ma perché secondo Giovanni Paolo I era inconcepibile che un vescovo guidasse un istituto bancario. 

Con Wojtyla tocchiamo l’apice della “gloria” per Marcinkus. Sappiamo che Karol Wojtyla utilizzò lo Ior per finanziare il sindaco polacco  Solidarnosc. Qual è stato il ruolo dell’Arcivescovo  Marcinkus?

Con Giovanni Paolo II possiamo dire che il potere di Marcinkus crebbe ancor di più. Il monsignore americano sosteneva con forza la lotta di Wojtyla al comunismo e diede una grande mano per far arrivare fondi al sindacato polacco Solidarnosc. Nel libro viene testimoniato che il vescovo statunitense apriva dei conti correnti sui quali arrivavano fondi dagli Stati Uniti e da lì venivano dirottati in Polonia. Marcinkus era per Wojtyla un amico ma anche uno degli uomini di fiducia che avrebbero garantito che il suo progetto per il crollo del comunismo potesse andare in porto. 

Dopo averlo “glorificato” Wojtyla lo allontana (su pressioni di Casaroli e Silvestrini), tardivamente, dallo Ior.. Troppo Tardivamente non trovi?

 Giovanni Paolo II fece di tutto perché “l’allontanamento” fosse il più delicato possibile. Marcinkus continuò a vivere in Vaticano per diversi anni per poi far ritorno negli Stati Uniti. Giovanni Paolo II avrebbe voluto insignirlo anche della porpora cardinalizia, ma su questo trovò la resistenza dell’allora Segretario di Stato, Agostino Casaroli. Passò la linea di Casaroli e il monsignore tornò negli USA senza soldi e senza porpora.

L’Addio di Marcinkus allo Ior è segnato dal suo triste ritorno in   patria, gli Usa. Nel libro  riporti una dichiarazione di Andreotti ad una agenzia di Stampa  in cui sostanzialmente da la colpa al “Sistema Vaticano” che fece l’errore di affidargli, anni prima, la   Presidenza dello IOR. Lui Marcinkus, infatti, non aveva alcuna competenza bancaria…Insomma il “Banchiere di  Dio” è stato un povero ingenuo?

E’ stato un uomo che si è fidato troppo di persone sbagliate. Non so se ingenuo sia la parola giusta; di certo non aveva competenze e lui stesso non ne faceva mistero. Molti lo descrivono come un uomo straordinario, altri come un delinquente. L’unica cosa certa è che è sempre stato e rimarrà per sempre una figura controversa. 

Ultima domanda: Vista questa “eredità“, di Marcinkus, non sei molto ottimista sul tentativo di riforma dell’Istituto da parte di Papa Francesco…o sbaglio?

Papa Francesco ce la sta mettendo tutta, in Curia lo stanno aiutando. Sul tema finanziario, però, il Papa sta trovando molte resistenze da parte di molte persone. Non sono pessimista, anche se per Bergoglio riuscire a riformare del tutto lo IOR è una sfida non indifferente. 

 

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