VERSO IL DIACONATO FEMMINILE? Intervista ad Andrea Grillo e Pierluigi Consorti

Nella Chiesa cattolica si sta discutendo sull’opportunità di aprire il diaconato alle donne. Papa Francesco, nell’agosto del 2016, aveva istituito una Commissione per lo studio del diaconato delle donne nella Chiesa. La Commissione ha terminato i suoi lavori ed  ha consegnato al papa, a metà dicembre, il risultato delle sue ricerche. Quali potranno essere i possibili sviluppi? Ne parliamo, in questa intervista interdisciplinare, con due esperti: Andrea Grillo e Pierluigi Consorti. Andrea Grillo, teologo, è docente di Teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, Pierluigi Consorti, canonista, insegna Diritto Canonico nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.

Vogliamo fare un piccolo bilancio della Commissione , istituita da Papa Francesco, per studiare  la questione del “Diaconato Femminile”. Qual è il bilancio?

AG: Ritengo che il bilancio fino ad ora sia poco chiaro. Intendo dire che finché non saranno resi noti gli atti, le conclusioni, non si potrà esprimere un giudizio fondato. Abbiamo tuttavia il giudizio interlocutorio espresso dal Papa, che mi pare dica due cose: da un lato la mancanza di un accordo all’interno della Commissione; dall’altro la esigenza di non chiudere il lavoro di approfondimento e di studio.  E’ probabile che il lavoro di scavo storico abbia avuto il limite di un forte condizionamento sul piano teologico e sistematico. Intendo dire che nella storia puoi trovare solo ciò che sai concepire. Se hai una teologia vecchia in testa, anche nella storia vedi solo cose vecchie.

PC: E’ difficile fare un bilancio, dato che gli atti della discussione non sono noti. L’istituzione di una Commissione di studio va vista come un’opportunità di approfondimento di un’ipotesi che tuttavia non necessita solo di uno studio storico quanto di una prospettiva. Spesso nella Chiesa per giustificare un cambiamento si cercano gli antefatti: se all’inizio c’erano donne ordinate, allora è possibile farlo di nuovo. Da questo punto di vista la Chiesa sembra preda di un ostacolo mentale, quasi sia soggetta a ripetere solo cose già fatte. L’idea che debba essere mantenuto ad ogni costo un ininterrotto filo di continuità con la tradizione, a bene vedere, è un tradimento della Tradizione. Il punto è annunciare il Vangelo: come farlo lo decide la Chiesa stessa.

La questione dell’ordinazione diaconale delle donne, come si sa, investe la Storia del cristianesimo delle origini, la Teologia sistematica e sacramentaria, ma investe anche il Diritto canonico. Vi chiedo: sul piano storico è accertato che, nella Chiesa antica, ci fossero “diaconesse”. Qual era il posto delle donne , di queste donne, nella comunità?

AG: E’ evidente che sul piano storico, accanto a dati indiscutibili, sia possibile lungamente discutere sul ruolo delle diaconesse antiche e sulla portata della loro ordinazione. Il ruolo delle donne, nella Chiesa antica, era quello che veniva loro consentito dalla cultura sociale, familiare, politica del tempo. La totale assenza, in molte tradizioni, di una minima possibilit di attribuire autorità alla donna ha di fatto escluso anche dall’orizzonte ecclesiale ogni possibile equiparazione della donna all’uomo. Ma questa, storicamente, è una questione non di ordine teologico, ma di ordine sociologico e culturale.

PC: Come ho detto, l’indagine storica ha un valore relativo. I Vangeli ricostruiscono una condizione storica del tempo di Gesù in cui le donne occupano spazi marginali; eppure Gesù non segue questa tradizione e affida alle donne il medesimo compito di evangelizzare attribuito agli uomini. Cosa che desta qualche scandalo, attestato come tale nelle Scritture stesse. Le prime comunità molto probabilmente vivevano gli stessi problemi di emarginazione delle donne; che tuttavia erano a pieno titolo membre delle comunità, ossia battezzate (Gal. 30), perciò libere di essere chiamate a svolgere anche incarichi ecclesiali. Tuttavia, ancora oggi facciamo fatica a descrivere la Chiesa con categorie diverse da quelle della fraternità: come fossimo senza sorelle. Dio stesso è immaginato come un uomo, mentre certamente non ha un genere, ma nessuno dice che Dio è buona. Gesù è il figlio dell’Uomo, ma è certamente anche figlio della Vergine: ma non viene mai chiamato figlio della donna. E’ una questione di mentalità. Homo in latino designa l’umanità intera: per dire uomo-maschio si usa vir e uomo-donna mulier. Gesù dovrebbe essere detto quindi figlio dell’uomo e della donna. Ma non succede.

La storia del Cristianesimo delle origini è complessa e diversificata. Gli Atti degli apostoli raccontano una comunità di uomini e di donne guidata però da soli uomini, e la tradizione racconta che i presbiteri e i vescovi fossero scelti (eletti) dalle loro comunità, con modalità che si devono ritenere eterogenee. In realtà nelle Chiese post-costantiniane i vescovi erano nominati dai re, che convocavano i concili, li dirigevano e sanzionavano. Esattamente come fece Costantino a Nicea. Logico che il potere fosse gestito da maschi. Le donne potenti nella storia ci sono state, ma sono eccezioni. E’ perciò molto possibile che gli incarichi non “di potere” fossero attribuiti alle donne. Ma, come ho detto, l’archeologia interessa fino ad un certo punto. Bisognerebbe piuttosto chiedersi cosa osta ad affidare incarichi (ordinare) anche alle donne.

Quindi non è sufficiente il piano storico per fugare idubbi  sull’ordinazione diaconale femminile?

AG: Ritengo, come ho già chiarito, che la ricerca storica sia necessaria ma non sufficiente. La indagine sulle forme ecclesiali del passato è un passaggio assolutamente necessario, assai illuminante, ma non risolutivo. Perché la storia ci dice che cosa è stato, ma che cosa deve essere domani può dircelo solo un giudizio in cui il discernimento del presente è decisivo e non può essere tratto dal passato. La tradizione, se è sana, sa andare avanti. Se è malata, si paralizza.

PC: Credo di avere già risposto. E’ come dire che prima di attraversare la strada bisogna guardarsi indietro e non intorno e davanti.

Veniamo alla teologia. Sappiamo che Paolo VI ha ripristinato il diaconato nel 1966 (il diaconato permanente). Il diaconato non è solo il primo gradino verso il presbiterato ma assume un suo “spessore” proprio.  Se è così quali sono i dubbi teologici? Come superarli?

AG: Per il diaconato, i dubbi teologici sono il frutto della storia. Ciò che il Concilio ha rimesso in vigore ha sicuramente i suoi presupposti nella storia antica della Chiesa. Ma siccome dal Medioevo e lungo tutta l’età moderna avevamo perso totalmente la comprensione “autonoma” del diaconato, con tutta la sua dignità in sé, quando abbiamo riaperto la possibilità di un accesso alla “permanenza nel diaconato” siamo rimasti imbarazzati: una Chiesa che aveva totalizzato la ministerialità del “sacerdote/presbitero” ha faticato molto a comprendere quale ruolo ministeriale debba essere attribuito al diacono e in che rapporto esso stia nei confronti del Vescovo e del Presbitero. Ma questa è, appunto, una materia su cui la estensione alla donna del diaconato potrebbe recare grandi e positivi vantaggi. Non sono affatto d’accordo con coloro che dicono: prima “sistemiamo” la teologia del diaconato e poi apriamo il diaconato anche alle donne. Io dico il contrario: per sistemare la teologia bisogna ampliare la “base di esperienza ministeriale”, includendo in essa anche la donna battezzata.

PC: Dal punto di vista giuridico la questione è molto più semplice. L’attestazione del diaconato come ministero è di derivazione divina: nel senso che la Scrittura dice che furono istituti sette diaconi per il servizio alle mense, anche per consentire agli incaricati della predicazione di non lasciare quel servizio. Si serve in tanti modi. La vita comunitaria consente che qualcuno si dedichi ad un servizio più che ad un altro, solo perché qualcun altro non farà mancare i servizi necessari. Ma tutti i ministeri sono servizio. Una donna dell’epoca di Gesù la pensava diversamente e raccomandò i suoi figli. La risposta del Maestro non lascia dubbi. L’idea di associare il ministero ad un potere e di graduarlo secondo l’ordine sacramentale della giurisdizione è un espediente teologico. Per il diritto non è così. La riforma conciliare è stata una semplice operazione di pulizia concettuale. Ad esempio, nulla vieta che tutti i ministeri possano essere affidati temporaneamente. Del resto, a ben vedere, è già così se solo si pensa che un diacono serve una o un’altra comunità, e anche un prete può andare in una o un’altra parrocchia (e perfino diocesi) e così i vescovi. Il problema è che questi avvicendamenti sono supposti in una logica istituzionale, fuori da una comunità concreta. L’ordine come sacramento di giurisdizione svolge una funzione amministrativa impropria. Questo ha portato la Chiesa a pensarsi non solo come luogo per soli maschi, ma per soli preti che guidano altri fedeli (più o meno) in comunione coi Vescovi (che è poi l’idea che la Chiesa sia un luogo per vescovi coi preti). Non è un pensiero sano. Ricorda l’antico adagio del populus ducens (il clero) e del populus ductus (i laici e le religiose) che non solo non era quello dell’origine, ma soprattutto non è  quello proposto dal nostro Maestro.

L’argomento del “sesso maschile” di Gesù, che impone una “imitazione di Gesù” intesa come identità fisica , è ancora autorevole? 

AG: credo che l’argomento non sia mai stato autorevole. E’ una argomentazione che abbiamo opposto alla possibile ordinazione delle donne nel momento in cui è cambiato il profilo culturale, sociale e professionale della donna. Prima non era autorevole l’argomento, ma la forza culturale e sociale del primato del maschile. Quando è entrato in crisi, e addirittura un papa, Giovanni XXIII ha salutato questa “crisi” come “segno dei tempi”, vedendo nell’entrata della donna nella vita pubblbica una segno di vangelo da cui la Chiesa doveva imparare qualcosa, abbiamo iniziato a mettere in piedi vecchie e nuove argomentazioni difensive e riduttive. Tra cui questa biologica, ma anche quella sociale, quella simbolica, quella relazionale. A me sembrano tutti tentativi di sfuggire la realtà.

PC: Direi che è un argomento senza senso. Gesù ha proposto di seguirlo, e in questo senso tutti devono sforzarsi di essere come lui; ossia avere i suoi stessi sentimenti. L’idea del sacerdozio ministeriale quale imitatio Christi “migliore” rispetto a quella comune è del resto molto tardiva, tutta tesa a giustificare la separazione fra sacerdozio ordinato e quello universale, che il Concilio ha cercato di colmare, riuscendoci solo in parte. Il diritto canonico sotto questo punto di vista appare ancora troppo al servizio di una logica istituzionale sorretta da una visione teologica di natura gerarchica, per cui i vari ministeri finiscono per accentrarsi nell’unico sacramento dell’Ordine, a sua volta proposto con una visione altrettanto gerarchica, che distingue il sacerdozio dagli altri ministeri. Il diaconato, ad esempio, è considerato un ministero connesso all’ordine, ma di natura non sacerdotale. Questa distinzione paradossalmente contesta l’impostazione che vuole negare l’ordinazione diaconale femminile: infatti, pur volendo accedere all’idea fisica della “imitatio Christi” sacerdotale (ossia: all’idea per cui vescovi e presbiteri agiscono come fossero “Cristo sacerdote”), nulla osterebbe al conferimento del ministero diaconale (e non sacerdotale) anche alle donne, che certamente possono – o devono – essere imitartici di Cristo, e quindi possono svolgere tutti i ministeri.

Approfondiamo un poco: sul fronte del Diritto Canonico c’è  da affrontare una discriminazione, che perdura da troppo tempo, che riguarda il genere “in ordine all’ordine”. Il diritto canonico non consente la partecipazione del genere femminile al  sacramento dell’ordine. In quanto la visione ecclesiologica è quella del primato assoluto dell’eucarestia. Tutto il sacramento dell’ordine è finalizzato all’eucarestia. Come superare questa discriminazione di genere? 

AG: Il diritto canonico non è la fonte della vita cristiana, ma uno strumento. Quando non funziona più, lo si deve cambiare. Il canone 1024, che stabilisce in modo generico nel “battezzato maschio” il soggetto per la valida ordinazione ha già subito una interpretazione restrittiva del suo significato dagli stessi giuristi, che lo intendono come riferito ad Episcopato e Presbiterato, non al Diaconato. Nulla impedisce che se ne cambi anche esplicitamente il dettato. D’altra parte la destinazione alla eucaristia non impedisce di pensare anche al ruolo eucaristico che il diacono svolge nell’annuncio della Parola, cosa che sarebbe facilmente riconoscere anche alle donne. Sarebbe solo un riconoscimento di una pratica di “annuncio della parola” che spesso compete in molte comunità proprio alle donne.

PC: Il diritto canonico non è immutabile. Proprio il canone 1008 – che disciplina il sacramento dell’ordine – è stato ad esempio già modificato nel 2009 perché fosse più aderente alle disposizioni conciliari. Com’è noto, nella prima versione si diceva che il sacramento dell’ordine costituisse alcuni fedeli in ‘ministri sacri’ “consacrandoli e destinandoli a pascere il popolo di Dio, adempiendo nella persona di Cristo Capo, ciascuno nel suo grado, le funzioni di insegnare, santificare e governare”. Questa formula ripeteva esattamente la tesi dei tria munera Ecclesiae, e li riferiva al clero ordinato. Il nuovo testo recita che i ‘ministri sacri’ sono “consacrati e destinati a servire, ciascuno nel suo grado, con nuovo e peculiare titolo, il popolo di Dio”. Possiamo trarne almeno due conseguenze: l‘ordine conferisce un titolo di servizio peculiare, ma non esclusivo, senza distinzione di uffici assegnati; il diritto canonico può cambiare se utile ad una migliore disciplina della Chiesa.

La vita della Chiesa non si esaurisce nei sacramenti ma si “espande” nella carità. Ovvero nel “servizio” agli ultimi. Non è questa la “sostanza” del diaconato? E questa “sostanza” non può essere “incarnata”, anche, in una donna?

AG: La riformulazione della “sostanza” del sacramento dell’ordine è il punto più delicato, che non può essere svolto solo dallo storico, anche se la storia ci dice una cosa molto importante. Ragionare in termini di “sostanza del sacramento” è una nostra peculiarità, che la teologia medievale non applicava al caso della ordinazione. Lavorava, quella teologia, piuttosto con una logica generale di “Ministero”, a cui faceva seguire una serie di “impedimenti”, di cui il primo era il “sesso femminile”. Nel nostro tempo noi potremmo uscire dalla logica della sostanza e tornare alla logica degli impedimenti e valutare, con molta lucidità, le buone e cattive ragioni di ogni impedimento. E’ utile sapere che per S. Tommaso gli impedimenti erano essere donna, schiavo, assassino, figlio naturale, incapace e disabile. Quanto è cambiato il mondo da allora!

PC: Come ho cercato di dire, non è esatto distinguere diverse sostanze nell’unico sacramento. Il riferimento alla “sostanza” è stato centrale nel dibattito filosofico medievale, ma oggi è privo di riferimenti concettuali analogici. Oggi per “sostanza” indichiamo il cuore di un concetto, non la materia di un oggetto. Distinguiamo ad esempio “sostanza” da “essenza”, che invece filosoficamente sono state intese come sinonimi. Aristotele e Platone si sono distinti su questo punto, e Tommaso ha fatto tesoro di queste formule per ragionare intorno alla ‘sostanza’ dei sacramenti. La sostanza era per lui ciò che non si vedeva, ma c’era. Se dovessimo aggiornarci, diremmo oggi che la sostanza del sacramento dell’ordine è il maschio, perché solo nel suo corpo lo Spirito può agire conferendogli poteri straordinari. Questo genere di argomentazioni scade facilmente nella magia. Se ragioniamo invece in termini di “presenza sacramentale” possiamo semplicemente chiederci che cosa un sacramento indica concretamente. L’ordine, ad esempio, indica la ricezione di un mandato di servizio. Giuridicamente si tratta di un atto di governo che attribuisce specifici ministeri. I ministeri sacramentali in senso stretto nella Chiesa cattolica sono solo due, fatti salvi quelli dell’iniziazione: l’ordine e il matrimonio. Uno solo discrimina in ordine al genere e questa discriminazione si ripercuote sulla ministerialità sacramentale, dato che i ministri ordinari dei sacramenti sono proprio gli ordinati. Il diritto conosce già alcune deroghe a quest’ultimo criterio di ministerialità, che quindi non è assoluto, ma soprattutto conosce un più vasto ventaglio di ministeri che col tempo vengono progressivamente attribuiti sia a fedeli non ordinati, sia a donne. Penso ad esempio al ministero di giudice. La strada è quindi aperta, si tratta di scegliere se percorrerla o no.

Per i tradizionalisti l’ordinazione delle donne al diaconato sarebbe
un cedimento allo “spirito del mondo”. Come rispondete a questa posizione?

AG: Per i tradizionalisti è un cedimento allo spirito del mondo il rapporto con la cultura. Ma questa è stata la regola della Chiesa fino al XIX secolo. Fino al blocco antimodernistico, che ha paralizzato i rapporti con la cultura, la Chiesa non solo era aperta alla cultura, ma faceva, produceva cultura. In tutte le diocesi c’era preti non solo teologi, ma letterati, scienziati, chimici, fisici, astronomi, biologi… Una Chiesa all’altezza della sua grande tradizione sa superare questo blocco e entrare in un dialogo profondo con la cultura moderna, con le sue gioie e speranze, con le sue notti e tristezze. E non rinuncia a mettere in piedi una cultura ministeriale nuova. Coma la Chiesa ha sempre fatto fino al XIX secolo.

PC: Certamente, i tradizionalisti amano la tradizione. Bisogna però vedere se amano allo stesso modo anche Gesù e la Tradizione, e anche se desiderano conformarsi ai suoi sentimenti. I cristiani non hanno paura del mondo, anzi lo amano fino al punto di volerlo salvare. Cedere allo spirito del mondo significa assumerne i sentimenti e le sembianze: prestare attenzione alle forme per apparire, senza dare troppa importanza alla sostanza (tanto per tornare alla sostanza). Saulo è un apostolo, ma non era fra i dodici; Giuda è stato un apostolo, ma ha tradito; Pietro è stato un apostolo, ha tradito e poi si è convertito; Maria Maddalena non è conteggiata fra i dodici, ma è “Apostola degli apostoli” perché ha annunciato la Resurrezione agli altri. Non giudico la fede dei tradizionalisti, ma non vedo la necessità di abbandonare il piano del ragionamento per scendere su quello della forma.

Ultima domanda: a livello ecumenico quali influenze potrà avere l’ordinazione diaconale femminile?

AG: Io farei il discorso al contrario: quanto ha influito una migliore conoscenza dei fratelli e delle sorelle “separati” per elaborare una evoluzione della tradizione cattolica? L’ecumenismo non è solo tra le conseguenze, ma è tra le cause della evoluzione cattolica. Conoscere i fratelli e le sorelle cristiane di altre tradizioni è una ricchezza che trasforma. Non è secondario il fatto che, se impariamo a conoscere la loro storia, troviamo, ad es. presso i fratelli e le sorelle valdesi italiani, un percorso molto simile a quello che oggi noi intraprendiamo, elaborato già 50 anni fa. Gli argomenti sono gli stessi, solo spostati 50 anni dopo. Tutti hanno dovuto fare i conti con “il ruolo della donna nella vita pubblica”: la magistratura, l’esercito, le grandi istituzioni musicali, gli ambienti politici, altre tradizioni ecclesiali. Il riconoscimento del ruolo pubblico della donna non è “cedimento allo spirito del mondo”, ma migliore conoscenza del vangelo.

PC: Le altre Chiese cristiane hanno affrontato questo percorso prima di noi. Credo che le loro riflessioni e le loro decisioni possano aiutare la Chiesa cattolica a percorrere la sua strada. Il processo è avviato, e già questo mi sembra un risultato ecumenicamente apprezzabile.