100 anni di Pax Romana, imparando che l’unità politica dei cattolici era transeunte e che la teologia morale da ripensare. Intervista a Stefano Ceccanti

Proprio oggi,  cento anni fa, nacque a Friburgo l’associazione cattolica “Pax Romana”. Con Stefano Ceccanti, ex Presidente nazionale della FUCI e attualmente costituzionalista e deputato del PD, cerchiamo di capire che cosa ha significato la nascita di “Pax Romana” per il laicato cattolico.

Professor Ceccanti, in un recente articolo del Riformista, ed anche oggi su Avvenire, lei ha ricordato che nel luglio del 1921, esattamente cento anni fa, dopo la prima guerra mondiale e all’esplosione dei nazionalismi esasperati, nacque a Friburgo l’associazione internazionale degli universitari cattolici Pax Romana che poi funzionò fino al Concilio Vaticano II come un grande network montiniano e maritainiano, fornendo la gran parte degli uditori laici al Concilio. Ha anche ricordato che analogamente a quanto era successo in Italia dove dalla Fuci era germogliato il Movimento Laureati di Azione Cattolica (oggi Meic), nel 1947 era poi sorto anche il secondo ramo di Pax Romana, quello appunto dei laureati. Un anno prima era sorta la Jec internazionale, coinvolgendo gli studenti delle secondarie, a cui corrisponde in Italia il Movimento Studenti dell’Azione Cattolica. Forse però vale la pena ora di concentrarci su quello che è successo dopo, nel post-Concilio, a cominciare dagli aspetti ecclesiali: le intuizioni di Pax Romana sono state sostanzialmente fatte proprie dalla Chiesa oppure anche problematizzate?

Un’esperienza di frontiera quale è quella di associazioni di ambiente, per di più inviate in ambienti che si erano separati dall’influenza della Chiesa in modo anche polemico, è sempre per sua natura sperimentale. La realtà ecclesiale pone domande all’ambiente ed anche viceversa. In questo senso il Concilio ha fatto proprio il metodo, per così dire, sperimentale, tra Chiesa e mondo ed ancor più puntualmente il documento montiniano del 1971, la Lettera Octogesima Adveniens del 1971, specie al suo paragrafo 4. Altra cosa sono i le sperimentazioni concrete, che sono destinate ad essere superate. Paradossalmente, siccome il metodo è confermato, i punti provvisori di arrivo vengono problematizzati. Nei movimenti di ambiente il post-concilio determina anzitutto un nuovo protagonismo delle periferie ed in particolare dell’America Latina. Quel movimento composito che chiamiamo teologia della liberazione parte dal movimento universitario brasiliano e da quello peruviano, il cui assistente è per molti anni Gustavo Gutierrez. Però non possiamo dire esattamente che Gutierrez viene a sostituire Maritain perché in realtà, come spiega per l’appunto Paolo Vi nel testo del 1971, la Chiesa riscopre non solo la propria dimensione internazionale, ma anche policentrica. Mentre i vari filoni conciliari in America Latina, con risonanza globale, cercano di declinare il tema dell’opzione per i poveri, in realtà negli altri continenti soprattutto nel Nord del mondo le priorità non potevano essere le stesse. Devo dire che poi la situazione si è molto evoluta anche in America Latina, ad esempio con le riflessioni sulla teologia della rigenerazione dell’attuale arcivescovo di Lima Carlos Castillo, che è sttao anche lui assistente del movimento peruviano

Ma in Europa e nel Nord del Mondo quali sono stati quindi gli specifici problemi e le specifiche priorità?

In Europa sono due i temi che animano maggiormente i dibattiti dopo il Concilio, molto diversi tra di loro. Il primo è quello del rapporto tra comunità cristiane e politica: l’opzione preferenziale per la democrazia finalmente sancita dalla Gaudium et Spes pone in prima fila la Chiesa nel rompere i rapporti coi precedenti regimi autoritari in Portogallo e in Spagna. A ciò, col nuovo pontificato di Giovanni Paolo II, si aggiunge il protagonismo nell’abbattimento delle cosiddette democrazie popolari. Dentro le democrazie, però, già il Concilio e poi la Octogesima Adveniens, avevano stabilito come regola il pluralismo. Può sembrare strano perché il Concilio, almeno a prima vista, era segnato dall’apogeo delle Democrazie Cristiane, almeno in Italia ed in Germania, mentre l’Mrp francese stava scomparendo. In realtà la Cdu tedesca era (ed è) un partito molto diverso dalla Dc italiana non solo perché interconfessionale con una significativa presenza evangelica e posizionato più chiaramente sul centrodestra,, ma anche perché dalla svolta della Spd di Bad Godesberg la Chiesa cattolica aveva assunto una posizione di equidistanza istituzionale tra i due maggiori partiti e c’era già una presenza significativa di cattolici nella Spd. Lo spiegò anni fa l’allora cardinale Ratzinger in una conferenza al Senato italiano causando stupore in molti che credevano erroneamente che lo schema fosse simile a quello italiano. Quindi in realtà il Concilio e poi l’Octogesima Adveniens prendono atto di una situazione di fatto, a cui l’Italia continuava a fare eccezione.

Proseguiamo su questo primo punto, ma cosa motivava l’eccezione?

Lo spiega il vescovo francese Matagrin che fu l’estensore del documento dei vescovi francesi del 1972 a favore del pluralismo politico. Paolo VI approvò il documento, che del resto era la diretta conseguenza dell’Octogesima Adveniens, ma gli spiegò che riteneva diversa la situazione politica italiana. Il testo francese era scritto per riconoscere la legittimità della presenza anche nel nuovo Partito Socialista accanto a quella più tradizionale nei partiti di centrodestra, mentre in Italia il problema era che il primo partito della sinistra si diceva ancora comunista, quindi espressione di una religione secolare. Era l’egemonia comunista sulla sinistra che comportava il mantenimento dell’opzione prudenziale per l’unità politica dei cattolici. Questo però aveva precise conseguenze sui movimenti di ambiente collocati nella scuola, nell’università e nel mondo del lavoro. Al di là delle scelte dei singoli, nello schema italiano di tipo montiniano e degasperiano, essi avevano la funzione di presidiare socialmente e culturalmente le correnti di sinistra del partito unitario. Più precisamente i movimenti intellettuali di Azione Cattolica avevano il loro referente naturale nella corrente morotea, quelli del mondo del lavoro nella corrente di Forze Nuove. Viceversa fuori dall’Italia, dove il partito più forte della sinistra non era comunista, era saldamente pro occidentale, la collocazione naturale era quella nei partiti socialisti. Non a caso Pax Romana esprime due Presidenti del Consiglio nel nuovo Portogallo democratico: prima Pintasilgo, che poi è anche la capolista socialista per le prime elezioni europee a cui partecipa il suo Paese, e quindi Guterres, l’attuale segretario generale dell’Onu. Diciamo che in Europa sulla politica al Maritain iniziale, teorico delle democrazie cristiane (che poi però sarebbe divenuto un filosofo cristiano della democrazia) per questi movimenti si sostituiva Mounier, secondo il quale la collocazione naturale di questi settori era nella sinistra non comunista.

Al di là delle diversità delle singole persone c’erano quindi per così dire delle scelte quasi naturali?

Sì, nella prima sessione europea a cui partecipai nell’aprile del 1981, in concomitanza col primo turno delle presidenziali francesi era abbastanza pacifico che la grande maggioranza dei quadri di questi movimenti votasse socialista e non solo nel Regno Unito dove c’era una classica vicinanza col Labour. Per inciso la moglie di Tony Blair faceva parte in quegli anni del movimento secondario e c’era stato un afflusso significativo di quadri nel Ps francese (più però nell’area di Delors e Rocard) ed anche il nostro presidente mondiale Carbonell era già impegnato nel Partito Socialista Catalano, di cui sarebbe poi stato parlamentare regionale.

E come leggevano la situazione italiana?

R-Noi portammo come relatrice in quella sessione Paola Gaiotti, che era stata eletta al Parlamento europeo grazie alla sinistra dc del Nord-Est. Piacque a tutti moltissimo per i contenuti, ma alla fine ci chiesero come facesse a stare nel Ppe anziché nel Pse. Non era tanto facile spiegarlo. Però da questo ci rendemmo conto che eravamo noi l’eccezione e non la regola e che quella eccezione non poteva che essere transeunte. Da lì poi partimmo con le iniziative per la democrazia dell’alternanza, compresi i referendum elettorali. Ci sembrava un modello più fecondo per la democrazia e anche per la Chiesa.

E il secondo tema?

Era quello del cosiddetto scisma sommerso, per dirla col filosofo Pietro Prini. Nelle società avanzate si era determinata una situazione nuova. Mentre nelle società tradizionali maturità fisica, entrata nel mondo del lavoro e matrimonio erano sostanzialmente allineati, viceversa già negli anni ’70 e ’80 si era già creato un ampio periodo di intervallo tra maturità fisica da una parte, stabilità lavorativa e scelta matrimoniale. Le categorie tradizionali elaborate dalla teologia morale e recepite dal Magistero non sembravano comprensibili, erano percepite come una somma di divieti, ampiamente disapplicati proprio perché non comprensibili. Era difficile individuare soluzioni, però il problema non poteva essere negato, ma a parte poche voci come in Italia il cardinal Martini non si riusciva a passare dai dibattiti informali a una vera discussione pubblica. Era però un nodo scoperto, come emerse anche in due conflitti, uno italiano ed uno europeo.

Quali furono?

Il primo fu una educata ma ferma contestazione a monsignor Carlo Caffarra alla settimana teologica della Fuci del 1980 perché aveva esposto tesi iper-rigoriste. Il secondo fu la visita di Giovanni Paolo II al campus di Lovanio. Venne scelta come oratrice Veronique Oruba, del nostro segretariato europeo Jec-Miec, che chiese con franchezza di rielaborare un insegnamento in chiave più personalistica, ma questa franchezza non fu presa tanto bene, almeno sul momento. Lei ebbe dei problemi con l’Università, poi per fortuna superati.

Una situazione spiacevole

Sì, ma sono contrario ai vittimismi. Se si sceglie un approccio sperimentale, di stare sulla frontiera, pur senza fare scelte estreme, provocatorie, ma in modo giustamente sobrio, direi moroteo, è anche inevitabile che ci possano essere incomprensioni. Come diceva il padre domenicano Maydieu ai residenti cattolici francesi contro Vichy era vero che la scelta di ribellarsi a quella che secondo alcuni era un potere legittimo non poteva poggiare su un qualche documento magisteriale pre-esistente, ma l’importante era che fosse ragionevole pensare che nell’arco di una generazione, ex post, quel documento avrebbe potuto esserci. In effetti ci fu poi la Gaudium et Spes per l’opzione preferenziale per la democrazia e la Populorum Progressio sul diritto di resistenza. Per di più, obiettivamente, abbiamo vissuto momenti privilegiati come il seminario segreto di Pax Romana convocato in fretta e furia nel maggio 1985 in Polonia sulle prospettive che si aprivano con l’arrivo di Gorbaciov alla guida del Pcus il mese precedente.

E cosa accadde?

Il seminario fu convocato dal nostro movimento polacco, il Kik, nel presupposto che prima o poi la cosiddetta democrazia popolare sarebbe caduta. Liberi dal dover essere uniti contro il Regime, ci fu una significativa maggioranza, che ovviamente noi dell’Ovest supportammo, per la creazione di una normale democrazia occidentale legata all’Europa. Però ci fu anche una consistente minoranza, proveniente dalle zone più agricole, che ipotizzava un rapporto tra Chiesa cattolica e democrazia analogo a quello della Costituzione italiana con l’Islam. Per fortuna poi nel 1989 il Presidente del Kik Mazowiecky divenne primo ministro. Però vedemmo allora che ci potevano essere dei problemi. Del resto la democrazia non si sviluppa in modo lineare.