Scola e la laicità. Intervista a Stefano Ceccanti

Spread the love

La settimana scorsa Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha affrontato, durante il discorso di Sant’ Ambrogio, il tema della laicità dello Stato. Un discorso, quello del Cardinale ciellino, che ha suscitato molte discussioni. Vogliamo offrire ai nostri lettori una serie di interventi che ne evidenzino gli aspetti più controversi. Ne parliamo, oggi, con il senatore Stefano Ceccanti. Ceccanti è ordinario di Diritto Costituzionale all’ Università “La Sapienza” di Roma

Professore, il Cardinale Scola, arcivescovo di Milano, durante il tradizionale discorso di Sant’Ambrogio, ha fatto un duro attacco alla laicità “alla francese” affermando che in uno Stato improntato ad una simile laicità, basato sulla neutralità nei confronti delle varie fedi religiose, “si cela e si diffonde una cultura fortemente connotata da una visione secolarizzata dell’uomo e del mondo, priva di apertura al trascendente. In una società plurale essa è in se stessa legittima ma solo come una tra le altre. Se però lo Stato la fa propria finisce inevitabilmente per limitare la libertà religiosa”. Insomma “neutralità” è uguale a “nichilismo”?

La pars destruens del cardinale Scola non è rivolta alla laicità in generale e alla neutralità delle istituzioni in genere, ma a quella particolare variante della laicità e della neutralità che è tipica dell’esperienza francese. In essa laicità significa protezione di uno Stato forte e compatto dalle religioni in una logica di separazione ostile al fatto religioso e la neutralità interpretata come neutralizzazione della religione nello spazio pubblico. Uno spazio pubblico non poliarchico ma dominato dalla sfera politica. Su questi aspetti, in realtà, la critica alla variante francese della laicità è molto diffusa e non si limita solo al cardinal Scola o al pensiero giuridico di matrice cattolica.  Soprattutto nelle nostre società odierne la laicità alla francese si presenta come poco capace di integrazione e di valorizzazione del fatto religioso che non può fondersi con lo Stato, ma a cui non può essere negato un rilievo pubblico pena un indebolimento del tessuto connettivo della società. Davvero nel contesto attuale possiamo rapportarci alle religioni, nel loro pluralismo, come un elemento da cui difenderci facendo poggiare la vita civile su una sorta di onnipotenza della politica? In ogni caso la Costituzione italiana non segue il modello francese per cui non rientra nella critica del cardinale Scola. Lo dico il giorno dopo l’approvazione definitiva da parte del parlamento delle Intese con Buddisti e Induisti, in cui quindi l’Italia si rivela capace di valorizzare il fattore religioso in tutto il suo pluralismo, anche oltre l’ambito giudaico-cristiano.

Il discorso si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per ricordare l’Editto di Costantino del 313 dc. A questo riguardo Scola celebra l’editto , citando il giurista cattolico Gabrio Lombardi, come l’atto di nascita della libertà religiosa. E’ corretto questo?

Al di là di come concretamente fu gestito, indubbiamente l’Editto di Milano che segnò l’equiparazione delle diverse fedi da parte dell’Impero terminando le persecuzioni contro i cristiani, è stato un riferimento importante per la Chiesa cattolica nel momento in cui al Concilio Vaticano II si trattava, anche per esigenze ecumeniche, di superare la dottrina tradizionale dello ‘Stato cristiano’ e la doppiezza tra richiesta di libertà dove i cattolici erano in minoranza e difesa delle posizioni stabilite dove erano tradizionalmente maggioritari. Per superare quella lunga tradizione di vari secoli è stato fondamentale per il cristianesimo potersi rifare a una tradizione ancora precedente. Il cristianesimo aveva già vissuto un periodo in cui era stato minoranza ed aveva richiesto null’altro che di non essere perseguitato e poteva quindi presentare la fase successiva come una parentesi da archiviare. Le tradizioni confessionalistiche non erano la Tradizione. L’importanza del riferimento all’Editto di Milano è stata ed è questa, non tanto il modo con cui fu applicato.

Nello stesso discorso Scola afferma, in questo quadro, che occorre ripensare l’aconfessionalità dello Stato: “è necessario – afferma il cardinale -uno Stato che senza far propria una specifica visione, non interpreti la sua aconfessionalità come “distacco”, come una possibile neutralizzazione delle mondovisioni che si esprimono nella società civile, ma che apra spazi in cui ciascun soggetto personale e sociale possa portare il proprio contributo all’edificazione al bene comune”. Non è ambigua come posizione?

Questo punto specifico di Scola è condivisibile perché è poco fecondo immaginare la neutralità come neutralizzazione del religioso, che, comunque, non è la prospettiva della Costituzione italiana, altrimenti, tra l’altro, non esisterebbe il principio pattizio con le confessioni religiose.  Come ha scritto puntualmente Augusto Barbera: “Neutralità dello Stato non significa necessariamente neutralizzazione del fenomeno religioso. In tal caso il principio di laicità verrebbe inteso come ‘libertà dalla religione’ e dovrebbe comportare che non si possano qualificare i comportamenti dei cittadini sulla base delle motivazioni religiose degli stessi. Ma come riconoscere allora le varie forme di obiezione di coscienza che hanno una motivazione religiosa?” La neutralizzazione non esprime la giusta idea della separazione istituzionale tra le Chiese e lo Stato, va ben oltre, afferma invece il concetto che l’intera sfera pubblica deve difendersi dalle religioni. La sfera pubblica è invece aperta e tutte le visioni del mondo. Per esempio se si accetta la logica della neutralizzazione lo Stato mai e poi mai dovrebbe negoziare delle norme pensate ad hoc per i rapporti bilaterali con una confessione, che tengano conto delle sue caratteristiche differenziali. E ciò sia nei confronti delle confessioni maggioritarie sia di quelle minoritarie. Esse dovrebbero avere un rilievo solo privato. Ovviamente queste norme, quelle dei Concordati e delle Intese, sono certo subordinate ai principi costituzionali e sono sempre discutibili, soggette ad aggiornamenti, ma per la neutralizzazione dovrebbero semplicemente scomparire, il che equivale a negare le differenze in ambito pubblico.

Un altro punto toccato da Scola è che, nella contemporaneità, il vero scontro sarebbe tra “cultura secolarista” e “credenti di diverse fedi”. A ben guardare, però,  lo scontro, la divisione, trasversale, appare quello tra “fondamentalisti” (laici e religiosi) e pluralisti. E’ così?

In effetti questo è uno dei punti che lascia più perplessi, specie se si confronta il testo di Scola con il celebre dialogo Ratzinger-Habermas  e con i due interventi di Benedetto XVI a Westminster e al Bundestag dove si sottolinea il necessario apprendimento reciproco tra fede e ragione.

Che tipo di “laicità” è quella italiana?

Tra le varie “laicità” quella italiana dovrebbe basarsi secondo Costituzione su un equilibrio tra la libertà religiosa di tutti (comprese le nuove confessioni minoritarie di cui non aver timore supponendo che non siano a priori integrabili) e la separazione istituzionale. Massimo di equiparazione in materia penale, come ha ben precisato la Corte costituzionale, spazio ragionevole alle differenze moltiplicando ulteriormente le Intese e nel caso aggiornando il Concordato, nuova legge sulla libertà religiosa superando quella del 1929 sui culti ammessi in modo da perfezionare l’uguaglianza nella libertà di tutte le confessioni, comprese quelle non interessate all’Intesa. In verità troppo spesso certi settori dell’opinione pubblica italiana alimentano un’idea di laicità lontana da questo modello costituzionale e vicina, viceversa, al modello francese. E’ un fraintendimento che genera grande confusione. Si finisce così con l’accusare di integralismo posizioni che semplicemente si rifanno al quadro costituzionale che ho appena ricostruito.

C’è un messaggio politico in questo intervento di Scola?

Il messaggio è doppio. La pars destruens è condivisibile o, comunque, stimolante: seguire l’esempio americano di una “separazione amichevole” in cui istituzioni che non si pensano onnipotenti valorizzano il fenomeno religioso e non quello francese che è ostile alle differenze religiose. In altre parole il modello della società poliarchica ripreso da Benedetto XVI nella Caritas in Veritate. La pars construens sembra invece sbagliata oltre che contraddittoria perché dal testo sembra che Scola attribuisca le evoluzioni di questi anni su vita, morte, sessualità, a decisioni che maturano nella sfera politica anziché nella società per cui il rimedio sarebbe, in sostanza, in una rinnovata egemonia sul piano politico. Ora, per carità, la politica fa i suoi errori e può cadere in estremizzazioni, però supporla onnipotente (sia come giudizio di fatto sia come giudizio di valore) non mi sembra sensato.  Per le religioni la questione sta in una capacità molecolare di orientare le opinioni, di spendere creativamente la propria libertà religiosa nello spazio pubblico, non confondendo mai i principi con alcune particolari mediazioni che sono storicamente contingenti e che hanno bisogno di aggiornamenti anche in seguito a nuove conoscenze.  La capacità di incidenza non sta in un’egemonia sul livello politico né nell’idea di una difesa passiva dei princìpi (identificati con mediazioni transeunti) ma nel loro sviluppo con la proposta di mediazioni più adeguate.

Commenti

  1. Pingback: #opensenato: report settimanale 189 | stefanoceccanti

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *