Ingrao e Bettini: un dialogo sul senso della politica e dell’umano.

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Un libro intenso e, data l’attuale situazione della politica, “inattuale”. Ma è proprio questa “inattualità” a renderlo prezioso. Parliamo di questo libretto controcorrente, pubblicato dall’Editore Imprimatur, dal titolo emblematico “Un sentimento tenace. Riflessioni sulla politica e sul senso dell’umano” (Imprimatur editore, pagg. 107, € 9,50). Gli autori sono due personalità storiche della sinistra italiana: Pietro Ingrao e Goffredo Bettini. Nel libro viene raccolto l’epistolario inedito, una corrispondenza che si è sviluppata lungo un arco di vent’anni, tra i due, legati da una antica amicizia.
Pietro Ingrao è il grande padre nobile della sinistra comunista italiana, l’eretico, dalla scorza dura, di quella tradizione politica. E tutta la sua militanza politica, dalla resistenza al nazifascismo fino ai primi anni ’90 – quella ufficiale come esponente del PCI – per continuare ancora come punto di riferimento per il movimento ecologista e pacifista, si è sviluppata tra “l’incanto e il disincanto” del cielo della politica. In questa sua polarità continua tenacemente adefinirsi “comunista”. Per Bettini, pur partendo dalla medesima radice comunista, si è sviluppata, e si sviluppa (con più o meno visibilità) nel PD in nome di un riformismo radicale non ideologico e per questo appassionato. Infatti la svolta di Occhetto aveva interrotto ogni dialogo tra i due amici, un rapporto di fatto risalente ai tempi dell’entrata di Bettini, a 15 anni, nella FGCI (la federazione giovanile comunista). Un rapporto tra maestro e allievo.
IL libro svela, infatti, i tanti “fili” che legano i due interlocutori. In primis il cinema (sono davvero belle le parole di Ingrao su un film di Chaplin, Monsieur Verdoux, da cui prende avvio la riflessione sulla pena di morte). Tutto il volume, però, ruota sul senso della politica nell’avventura umana e dei suoi limiti rispetto alla dismisura della vita. Scrive, infatti, Ingrao: “E’ curioso che abbia lavorato dentro le istituzioni (Ingrao è stato Presidente della Camera ndr), con la crescente , fredda coscienza che la norma è riduzione, quantificazione di fronte allo smisurato della vita. Così succede: sto dentro la misura e la rifiuto”. Questo è il riconoscimento, per Ingrao, della indispensabilità della politica. Indispensabilità che in lui nasce non da moralismi o da falsi eticismi, e in un certo senso il “dover essere” contiene un alto tasso di “astrattismo”, ma dalla “corporeità della vita” . Ingrao, insomma, entra nella resistenza antifascista perché la sua è una resistenza “antropologica” e per questo radicale: “Era una resistenza del mio essere, una difficoltà della mia vita ad adattarsi a quell’esito (cioè a una vittoria del nazismo sul mondo)” .
Per lui il punto essenziale come e dove “si difendono meglio gli umili e gli oppressi”: “Io sento penosamente la sofferenza altrui: dei più deboli, o più esattamente dei più offesi. Ma la penso perché pesa a me: per così dire mi da fastidio, mi fa star male”. Anche per Bettini, di estrazione altoborghese e di famiglia repubblicana, l’approccio alla politica viene dal “prepolitico” in un certo senso : “la politica probabilmente mi è entrata nel sangue, perché l’ho sentita come il modo più diretto e concreto per rompere questo silenzio. Per dare la forza dell’espressione a chi non ce l’ha. Per lenire la sofferenza dell’indifeso e dargli lo strumento di una risposta”. La loro visione laica, che mi pare più accentuata in Bettini, conferisce alla politica uno statuto altissimo: il compito di essere “compagna esistenziale” dell’uomo (in questo entrambi sono consapevoli, però, della dismisura della vita).

Allora ecco “l’inattualità” che diventa “attualità” . Scrive Bettini: “E i politci, sensali di giornata, rinunciano alla egemonia, alla creatività necessarie per tenere insieme una comunità. Non resta che riporre una fiducia cieca e interessata nello sviluppo della tecnica e della scienza, sperando che esso sia più veloce del degrado che l’azione umana determina”. Naturalmente Bettini non è un “neopositivista”, vuole sottolineare il ritardo della politica contemporanea rispetto alle grandi questioni che investono l’uomo contemporaneo. “Oggi la politica si consuma nell’ansia del fare (…) C’è l’ambizione del potere più che l’ambizione dell’esperienza”. Dunque alla fine per Ingrao e per Bettini c’è bisogno del riscoprire la profondità della vita e della politica. E per due uomini di sinistra questo significa che la svolta per una rinnovata politica deve ripartire dalle persone: “Il nostro ‘core business’ non è la ditta, che è stata peraltro mandata in rovina, ma gli esseri umani, oggi più poveri e più soli”. Realizzare quel “sentimento tenace” per la vita delle persone, per ribaltare o almeno riequilibrare, come scrive Bettini, l’oscenità dell’ingiustizia e il rapporto tra chi sta sotto e chi sta sopra.

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