Legge elettorale: dal “Porcellum” al “Nicolettum”? Intervista a Michele Nicoletti (PD).

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imagesSono settimane decisive queste per la politica italiana, non solo in vista di un possibile “rimpasto” governativo, infatti il 27 gennaio incomincerà alla Camera dei Deputati l’esame sulla riforma elettorale. Ne parliamo con l’onorevole Michele Nicoletti del PD, membro della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

Onorevole Nicoletti, lei, sicuramente, sarà tra i protagonisti della riforma della legge elettorale. Lo scorso mese di maggio, infatti, ha presentato un DDL. Esattamente in cosa consiste e come nasce questa sua proposta?

La proposta nasce dal desiderio di onorare un impegno assunto con i nostri elettori durante la campagna elettorale: dopo anni di tentativi falliti uno dei primi impegni di questa legislatura doveva essere quello di riformare il Porcellum. Così – in un quadro ancora molto incerto dal punto di vista politico e istituzionale – mi sono messo a lavorare seguendo un principio fondamentale e due criteri fondamentali di metodo. Il principio fondamentale è quello di rafforzare il potere dei cittadini nella scelta dei propri rappresentanti e nella scelta del Governo che il Porcellum ha di fatto reso impossibile con le liste bloccate e con un contraddittorio meccanismo di distribuzione del premio di maggioranza. I criteri di metodo sono due. Il primo: tenere presente che le istituzioni sono strettamente legate alla storia di un Paese e quindi le opere di riforma non possono essere frutto di una modellistica astratta, ma devono tenere conto dei principi ideali così come dell’umanità concreta e dunque della realtà storica, delle tradizioni di pensiero, delle forze in campo, dei costumi, della cultura politica. Questa è la lezione metodologica della migliore tradizione storico-giuridica italiana. Per capirci, quella che ha prodotto la Costituzione. Per questo mi sono messo a studiare ciò che era stato prodotto in passato a partire dalla Commissione Bozzi che per prima ha affrontato i nodi istituzionali irrisolti. Lì ho ritrovato il pensiero di tanti miei maestri universitari, in primo luogo Roberto Ruffilli, e l’idea di coniugare la pluralità del panorama politico italiano (considerata come una ricchezza) con l’esigenza della governabilità. Questo si può fare attraverso meccanismi che favoriscano il formarsi di coalizioni e dunque il formarsi di maggioranze parlamentari decise non dalle trattative tra i partiti ma dal cittadino stesso, a cui va restituito il ruolo di vero “arbitro” della democrazia o, per dirla con formula ancora più forte di Gianfranco Pasquino (che in Commissione Bozzi assieme ad altri come Nino Andreatta propose il “doppio turno di coalizione”), lo scettro del sovrano. Da queste letture e dalle riprese più recenti di quest’idea da parte di Roberto D’Alimonte è nata l’idea di innestare sulla legge esistente un doppio turno sul modello delle elezioni comunali nei Comuni sopra i 15.000 abitanti. In questo modo è possibile rispondere alla prima obiezione della Corte che ritiene inaccettabile la distorsione del rapporto tra voti/seggi con l’attuale premio di maggioranza: con il doppio turno si salvaguarda l’“uguale” peso che ogni voto deve avere in una competizione democratica. Il secondo criterio è stato quello di cercare tra i diversi modelli presentati dai partiti nelle legislature precedenti elementi di possibile condivisione, in modo da partire subito da un testo che potesse almeno in qualche punto incontrare l’interesse delle diverse forze politiche. Così abbiamo introdotto un secondo elemento importante e cioè il voto di preferenza, associato alla possibilità di votare un uomo/una donna in modo da restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti e di favorire la rappresentanza di genere. Naturalmente, conoscendo le problematicità del voto di preferenza, abbiamo proposto di utilizzare circoscrizioni elettorali di piccola dimensione (come quelle delle attuali province) in cui avere in media 5 o 6 deputati così da contenere le spese della propaganda elettorale, che comunque andrebbe disciplinata con normativa più rigorosa.

Quali forze politiche lo sostengono? Cosa ne pensano i massimi dirigenti del suo partito? Matteo Renzi sembra orientato verso il “modello spagnolo”. Insomma non c’è il rischio di creare confusione? Per qualcuno sembra una mossa “anti Renzi”?

Che possa essere considerata una mossa anti-Renzi è una palese sciocchezza: in primo luogo è nata in primavera in un contesto politico completamente diverso ed è stata firmata anche da deputati a lui vicini; in secondo luogo è quella che più si avvicina al modello da lui tante volte proposto con l’immagine del “sindaco d’Italia”. Il fatto che l’abbia inclusa in una delle sue tre proposte mi sembra dimostri che Renzi non la vede affatto come ostile e oggi molti altri parlamentari del PD la condividono. Tra le altre forze politiche c’è il consenso del NCD che ha proposto di assumerla come testo base per la discussione. C’è una apertura di Scelta Civica e Per l’Italia e di forze territoriali come la SVP. E tra le forze di opposizione c’è anche una disponibilità di SEL (un collega di SEL è anche tra i firmatari). Quindi c’è una buona base di consenso, così come c’è una buona base di consenso sul ritorno al Mattarellum (meno sui suoi correttivi). E penso che a decidere alla fine sarà proprio il consenso maggiore o minore attorno a un modello.

Il suo sistema elettorale implicherebbe, per funzionare, l’abolizione del “Bicameralismo perfetto”. E senza questa riforma c’è il rischio Non vede il pericolo di possibili creazioni di maggioranze diverse?

Naturalmente questo modello funziona al meglio togliendo al Senato il voto di fiducia. In questo modo il voto degli elettori produce una chiara maggioranza alla Camera a sostegno del programma, della coalizione e del suo leader che ha vinto le elezioni. Questo però non è un elemento di debolezza della proposta, ma semmai è uno suo elemento di forza, perché si abbina perfettamente con quella prospettiva di superamento del bicameralismo perfetto che tutti dicono di voler perseguire. Dunque si proceda in parallelo: prima con l’approvazione della legge elettorale da noi proposta per dare una chiaro segnale ai cittadini che stiamo facendo sul serio, poi con la riforma del Senato, che dovendo passare per un procedimento di revisione costituzionale più lungo. Nessuno vuole le elezioni a primavera e quindi ci sono i tempi per fare e l’una e l’altra. Se per caso poi la situazione politica dovesse precipitare comunque la legge elettorale potrebbe essere utilizzata e sono convinto che con il doppio turno si produrrebbero due maggioranze omogenee in Camera e in Senato. Se si guarda bene la serie storica dei risultati elettorali negli ultimi vent’anni è stato nel 2006 che si è prodotto un risultato diverso tra Camera e Senato, ma il centrodestra perse per un soffio alla Camera per via di una dispersione di voti che con il ballottaggio non si produrrebbe. Ma ripeto la strada maestra è la riforma del Senato.

Qual è l’atteggiamento dei vari Partiti d’opposizione (in particolare Movimento 5stelle e Forza Italia)?

Movimento 5Stelle e Forza Italia dicono di non gradire il doppio turno. Secondo me sbagliano: il sindaco Pizzarotti a Parma ha potuto vincere grazie al doppio turno passando dal 19% al 60%. Se quindi vogliono andare al governo, è un sistema che può aiutare anche loro. Se invece vogliono solo una rendita di posizione in Parlamento, è una posizione legittima dal loro punto di vista, ma si chiamano fuori dal disegnare assieme un sistema capace di garantire rappresentanza e governabilità. Forza Italia dice di non volere il doppio turno perché teme di non riuscire a mobilitare il proprio elettorato al secondo turno e quindi di perdere. Francamente l’argomento mi pare debole: il centrodestra ha sempre vinto competizioni locali con il doppio turno dove ha un radicamento e candidati forti e in una competizione nazionale i voti del centrodestra tutti assieme sono davvero tanti e come si è visto nell’Italia di questi ultimi vent’anni potrebbero tranquillamente prevalere.

 

Quanta probabilità ha di giungere al successo il suo DDL?

Al momento è una delle possibilità in discussione e per parte mia sono molto contento di poter avere offerto alla discussione una possibilità. Penso che molto dipenda dal dialogo tra le forze politiche che Matteo Renzi ha aperto con forza in queste settimane e che mi auguro si concluda con un voto chiaro della prossima Direzione nazionale del PD il 16 gennaio. Penso prevarrà la proposta capace di raggiungere un consenso più vasto e di meglio collegarsi al resto delle riforme istituzionali che tutti vogliamo. Non sarà poi irrilevante anche la fattibilità tecnica della proposta. La nostra ha il vantaggio di avere un buon consenso di partenza all’interno della maggioranza, di coniugarsi bene con le riforme istituzionali che vogliamo (rafforzamento della democrazia parlamentare e del voto dei cittadini con designazione di un programma, di una coalizione, di un candidato premier) e di essere anche abbastanza semplice da spiegare e da applicare. Per capirci, con questo testo potremmo andare in aula il 27 gennaio rispettando ciò che abbiamo detto ai cittadini: vi daremo presto un sistema elettorale con cui poter scegliere i propri rappresentanti e con cui poter decidere che Governo vogliamo. Mi sembra un’occasione da non perdere.

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