LA REPUBBLICA DEL MAIALE
Sessant’anni di storia d’Italia tra scandali politici e ossessioni culinarie

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SeriesBAW08ALTUna controstoria italiana, dal varo della Costituzione alla fine della Seconda Repubblica. Una lettura strabiliante, questo libro di Roberta Corradin per Chiarelettere (LA REPUBBLICA DEL MAIALE. Sessant’anni di storia d’Italia tra scandali politici e ossessioni culinarie, pagg. 272, €12,90), una scrittura effervescente, gustosissima, strabordante di aneddoti, personaggi, fatti, mode e tic. Una cavalcata di decennio in decennio, dalla fine della fame del dopoguerra alla scoperta del cibo sano e leggero complice la crisi economica di oggi, su e giù sull’ottovolante Italia che ci ha regalato emozioni a non finire tra alta cucina e bassa politica. Lo sguardo obliquo di una affermata critica gastronomica e appassionata cittadina, attenta alle ideologie, di tutti i tipi, ci regala un’Italia mai vista così, un po’ a tavola, in casa e al ristorante, e un po’ tra i banchi del parlamento e al supermercato. Dal primo Autogrill all’ultima ossessione culinaria, ecco il ritratto sorprendente dell’italiano medio. Di come siamo e da dove veniamo. Comprese le ricette che hanno fatto epoca, sarebbe un peccato dimenticarle.

Chi è Roberta Corradin: è nata a Susa nel 1964. Si è diplomata al liceo d’Azeglio a Torino, ha iniziato tre tesi in lettere classiche e non ne ha finita mai nessuna, e nel 1989 ha cominciato a lavorare nei fumetti: «Lupo Alberto», «Cattivik», «Sturmtruppen», «Blue», e l’immancabile «Linus». Nel 1992 diventa lavoratrice anomala ante litteram, e da allora, per circa un lustro, scrive di pseudopsicologia da bar e da parrucchiere per svariate testate femminili. Nel 1995 esce il suo primo libro, Ho fatto un pan pepato… ricette di cucina emotiva (Zelig). I critici la ignorano, i gastronomi la chiamano a scrivere di cucina nelle loro riviste.

In seguito pubblica Un attimo, sono nuda, una storia umoristica misogina (Piemme); Le cuoche che volevo diventare (Einaudi), Tradizione Gusto Passione (con Paola Rancati, Silvana Editoriale) e scrive di viaggi e di cucina per testate tra cui «l’Espresso», «Gambero Rosso», «D La Repubblica delle donne», e altre. Traduce narrativa e saggistica dal francese e dall’inglese.

Ha risolto un decennio di nomadismo occidentale tra New York, Parigi, Roma e la Sicilia sudorientale a favore di quest’ultima, dove insieme al marito porta avanti un progetto di fattoria perma culturale e gestisce un ristorante di mare a Donna lucata.

Pubblichiamo, per gentile concessione Dell’editore, alcuni stralci del libro:

“Sarà stata l’emozione e l’incredulità di trovarsi alle urne per le prime elezioni libere dal 1924, ma dopo il 18 giugno 1946, data in cui la Corte di cassazione sancisce l’esito delle votazioni, ci si mette un po’ a realizzare che siamo diventati una repubblica.

I padri fondatori si accingono al lavoro per redigere la Costituzione. Le riunioni informali di alcuni membri della Costituente si svolgono in via della Chiesa Nuova, in un appartamento di proprietà di due sorelle, le signorine Portoghesi. Dato che la convivialità segna la cultura del Sud Europa dai tempi in cui Ulisse vagava per il Mediterraneo, le sorelle Portoghesi si improvvisano locandiere e cuoche e offrono quel che ci si può permettere nei tempi avari dell’immediato dopoguerra: le vitamine delle verdure, gli amidi delle patate bollite, proteine poche e povere, per lo più da uova e latte.

Un giorno, Vittorino Veronese, all’epoca direttore delle Acli, porta in dono un maialino ripieno. L’abrogazione della monarchia ha svuotato di senso i titoli nobiliari, ma la nobiltà delle proteine suine esercita il suo porco fascino, e il maialino di Veronese suscita unanimi consensi. L’insieme degli ospiti e frequentatori di casa Portoghesi, tra cui figurano svariati padri fondatori della Repubblica, si ribattezza «Comunità del porcellino». «Porco!» è anche l’epiteto con cui l’ex partigiana nonché membro della Costituente Laura Bianchini, ospite fissa della casa di via della Chiesa Nuova, liquida sommariamente ogni interlocutore che non dia soddisfazione alle sue argomentazioni dialettiche.

Anche Amintore Fanfani, frequentatore assiduo di casa Portoghesi, si presenta con un regalo destinato a diventare il simbolo della comunità: un tagliere di legno a forma di porcello su cui ha disegnato la caricatura di tutti i membri, in primo piano l’ex partigiana Laura Bianchini che grida «Porco!».(1)

Negli anni a venire, qualcuno definirà l’Italia «la Repubblica delle banane», ma la Comunità del porcellino è la prova storica che siamo una repubblica gastronomicamente (e non solo) fondata sul maiale.

Il nome della «Comunità del porcellino» si innesta sulla fascinazione secolare del maiale nella cultura contadina, che all’inizio degli anni Cinquanta è ancora la cultura dominante. Ogni famiglia di contadini che si rispetti alleva almeno un maiale, a cui fa la festa entro l’inverno, perché il tempo del maiale è breve (in mancanza di celle frigorifere) e finisce il Martedì grasso. Dalla Val Badia alla Calabria, il rito dell’uccisione del maiale, con le grandi mangiate che vi sono connesse per finire tutto quanto prima che vada a male, è l’evento gastronomico dell’inverno. Almeno, prima che si verifichi l’incantesimo degli anni Cinquanta.

Molti italiani si addormentano il 31 dicembre 1949 in una masseria (parola che all’epoca non include il significato accessorio di b&b squisitamente restaurato con piscina, idromassaggio, aria condizionata e colazione con yogurt e müsli) e si svegliano il 31 dicembre 1959 in un bilocale malcostruito da caste emergenti di palazzinari nelle periferie di Torino o Milano. La differenza si vede dal mattino: sveglia alle 4 in masseria per mungere le mucche, sveglia alle 4 per andare in fabbrica nel Nord industriale. Ripercussioni alimentari sulla colazione: latte appena munto in masseria, latte di mucche ignote variamente scremato nella periferia metropolitana. In dieci anni, l’Italia si trasforma da rurale e feudale (al Sud) in industriale e consumista (al Nord). La sera ci si riunisce a vedere la televisione nel salotto dei leader d’opinione che l’hanno già acquistata, la padrona di casa fa la torta: per lo più, un ciambellone con uova, zucchero, farina, latte, lievito e scorza di limone – per renderlo friabile si ricorre al grasso che c’è a disposizione in casa, che sia burro, olio, o sugna, successivamente cro- cefissa sull’altare del salutismo. Il boom delle automobili ha per indotto la voglia di andare a provare ristoranti fuori porta – in Francia è così che nacque la Guida Michelin nel 1900,(2) per far consumare pneumatici alla gente facendo leva sulla golosità: ça vaut le détour, chiosa il recensore appagato, vale il viaggio. Diffusa sempre più capillarmente, la televisione (3) porta nelle case la pubblicità del cibo industriale e l’idea di una modernità che passa anche e soprattutto per l’affrancamento dall’agricoltura, ovvero dalle correlate fatiche e incertezze. Sarà sufficiente un altro decennio per demonizzare il latte appena munto, veicolo di «terrore» batterico; ma per i «corsi e ricorsi», nel giro di un ulteriore trentennio il demonio sarà la pastorizzazione, e i gastronomi riabiliteranno il latte fresco e le sue intonse proprietà riverberate nei formaggi a latte crudo. La vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale… anche sugli scaffali di cucina e su quelli dei supermercati.

Alla fine degli anni Cinquanta, gli italiani non sono solo baciati dall’incantesimo dell’industrializzazione nell’imminenza del boom economico che sta per elettrizzarli. Sono anche provati da una serie di scandali di malgoverno a cui si sono dimostrati resistenti (faranno la fine delle mosche col Ddt: veleni sempre più forti per mosche sempre più inattaccabili). Tuttavia, data la nostra innata capacità di far finire sempre tutto a tarallucci e vino, il duplice primato degli anni Cinquanta non è politico ma gastronomico: l’apertura del primo supermercato italiano nel 1957 e l’inaugurazione del primo Autogrill sull’Autostrada del Sole, il 21 dicembre 1959.(4)

Sfogliando a ritroso gli annali di una Repubblica affondata negli scandali sessuali – a cominciare dal 1953 con l’omicidio di Wilma Montesi (5) – si constata che il lato suino della natura umana, dalla Prima alla Seconda repubblica, si celebra di decennio in decennio in un’iperbole crescente di maialate, di cui solo le più caste riguardano la tavola (la maggioranza è di tipo sessuo-politico, con uno schema che si ripete: in realtà non frega niente a nessuno se il tal politico ha l’amante o qualche vizietto, ma nel momento in cui occorre un ricambio, si trova una foto che ritrae, ad esempio, negli anni Cinquanta, il democristiano Mario Scelba che prende il gelato con l’amante in via Veneto, e si obietta sul gusto del gelato).

Possiamo dunque affermare a ragion storica veduta che la nostra è la Repubblica del maiale. Declinata in tutte le connotazioni possibili: metaforica e letterale, gastronomica e morale”.

Note

1 Entrambi gli episodi sono raccontati da Telemaco Portoghesi Tuzi e Grazia Tuzi nel libro Quando si faceva la Costituzione. Storia e personaggi della Comunità del porcellino, Il saggiatore, Milano 2010.

2 La prima edizione della Guida Michelin dei ristoranti italiani vede la luce nel 1956.
3 Nel 1954 gli abbonati sono 90.000, oltre 600.000 nel ’57, più di due milioni nel ’60 (si veda Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, Bur, Milano 2000, p. 372 segg.).

3 Nel 1954 gli abbonati sono 90.000, oltre 600.000 nel ’57, più di due milioni nel ’60 (si veda Simona Colarizi, Storia del Novecento italiano, Bur, Milano 2000, p. 372 segg.).

4 Un modello facsimile di supermercato era stato allestito nel quartiere romano dell’Eur nel 1956 a scopo dimostrativo; il primo Autogrill italiano vanta un primato anche europeo: è il primo «a ponte», a cui si accede da entrambi i sensi di marcia. A metà degli anni Sessanta, 23 Autogrill unificheranno l’offerta gastronomica sulle autostrade italiane. Si veda Lorena Carrara, Come mangiavamo, gli italiani e il cibo negli anni ’50, Academia Barilla 2006, pp. 81-82.

5 Bella ragazza romana trovata morta sulla spiaggia di Ostia. Le indagini, depistate in un primo tempo, accertarono che era deceduta in seguito a un festino organizzato da rampolli della Roma bene (tra nobiltà e politica), durante il quale agli ospiti non venivano evidentemente serviti solo maritozzi con la panna. Il caso Montesi andrebbe studiato nei libri

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