Paolo VI e la democrazia italiana. Un testo di Marco Damilano.

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Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore e degli organizzatori, la relazione di Marco Damilano (giornalista del settimanale l’Espresso) al Convegno “Paolo VI , Il Concilio Vaticano II e la Terza ondata democratica” , che si è tenuto mercoledì scorso, all’Università “La Sapienza” di Roma.
Lo studio di Marco Damilano mette in evidenza l’analisi di Pietro Scoppola, grande storico cattolico democratico, sul ruolo di Montini nella costruzione della democrazia italiana. Un contributo alla conoscenza della figura di Papa Montini che domenica, a San Pietro, sarà proclamato Beato.

Per rendere più agevole la lettura, il redattore sotto sua responsabilità, ha diviso il testo in 3 paragrafi).

1. Il “montinismo”politico
Cattolico a modo suo, Pietro Scoppola, così si intitola il suo ultimo libro uscito postumo e concluso nelle ultime settimane di vita, il suo scritto più personale e intenso. Cattolico a modo suo, come lo aveva definito Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI, difendendo lo storico da chi voleva le sue dimissioni dal comitato preparatorio del convegno ecclesiale del 1976. «È un cattolico a modo suo, ma è bene che rimanga», aveva detto il papa a monsignor Bartoletti. Tra il papa bresciano e l’intellettuale cattolico c’è un rapporto a distanza profondissimo. Tutta l’opera di Pietro Scoppola, l’impegno culturale, civile, politico, religioso, il modo di argomentare e di affinare le analisi, è condizionato dalla figura di Montini. Il grande papa tormentato che era stato prima di tutto il maestro di una o due generazioni. «La mente fine, il maestro sottile di metodica pazienza, esempio vero di essa anche spiritualmente» di cui parla Mario Luzi a proposito di Aldo Moro. E in cui è possibile rintracciare l’impronta di Montini. «Se anche Montini non fosse mai diventato Paolo VI, egli avrebbe rappresentato qualche cosa come una istanza morale nella Democrazia cristiana, il fondamento di una ispirazione politica che sapeva recepire le diversità senza perdere le identità», scrisse Gianni Baget Bozzo su “Repubblica” l’11 agosto 1978, cinque giorni dopo la morte del papa. «Con lui è venuto meno un punto di riferimento per la Democrazia cristiana e per la politica italiana che ha coperto tutto il trentennio repubblicano. A Montini non si deve tutta la Dc, ma si deve il modus operandi che l’ha governata, la maggior qualità della Dc, quello stile che le ha consentito di risolvere i contrasti in convergenze, di distendere le ostilità in “confronto”».
Lo scrive don Gianni Baget Bozzo, ma è stato Scoppola a intuire e raccontare questo Montini un anno prima della sua scomparsa, nel 1977, quando esce La Proposta politica di De Gasperi. È in corso in quel momento il tentativo di rilanciare il dialogo tra i grandi partiti di massa, la Dc e il Pci, come ai tempi della Costituente, con i governi della solidarietà nazionale. L’ultimo ambizioso tentativo di riscrivere le regole del gioco a partire dalla centralità della politica, dei partiti e della loro rappresentanza sociale. Ma al tempo stesso sta entrando in crisi di legittimità il sistema politico italiano uscito da dopoguerra, come ha intuito in solitudine Moro nel 1975: «il futuro non è più, almeno in parte, nelle nostre mani». La delegittimazione della politica è stata preceduta dalla crisi interna della Chiesa, la delegittimazione ecclesiastica cui assiste Montini negli anni immediati del dopo-Concilio. Le due costruzioni in fondo si tengono, hanno un unico architetto e stratega. Forse anche per questo, proprio perché sente che la costruzione  vacilla, Scoppola va a cercare le radici profonde della vicenda storica della Dc e della conversione dei cattolici italiani alla democrazia. Montini è l’eroe di questa vicenda. Sappiamo bene che gli studi storici a partire da quelli di Scoppola ci hanno consegnato uno scontro nel dopoguerra nella Curia tra due ipotesi sul futuro del rapporto tra il Vaticano e la politica italiana. L’ipotesi di monsignor Domenico Tardini, abbracciata anche dal cardinale Ottaviani, in apparenza pluralista, al punto da favorire lo sviluppo dei cattolici comunisti, in realtà di stampo reazionario e conservatore perché dà per scontato che la maggioranza dei cattolici confluirà in un partito di destra nazionale e franchista. E ‘ipotesi che alla fine uscirà vincente, quella di monsignor Montini, la costruzione dell’unità politica dei cattolici come premessa possibile di una confluenza dei credenti nella democrazia, l’appoggio alla leadership degasperiana come possibile strategia per evitare lo scivolamento a destra, nell’autoritarismo, di gran parte del popolo cattolico. È qui, in questo passaggio non facile e non sempre compreso, che nasce il montinismo politico, inteso come un’avanguardia illuminata che guida il corpaccione, sia esso la massa informe della Dc sia esso il popolo dei fedeli senza pastore, l’impaurito e solitamente conformista establishment clericale.
Di questo primo Montini Scoppola descrive e racconta l’evoluzione, gli scontri, l’isolamento. L’estromissione di Montini dalla Fuci nel 1933, provocata dalla crescente tentazione egemonica e di massa nel mondo cattolico. A questo progetto, neo-tomista e piramidale, con grande attenzione ai mezzi di comunicazione, poi ricompreso sotto la categoria del geddismo, da Luigi Gedda, che già nell’estate ’43 ha la lucidità di chiedere a Badoglio per i cattolici la gestione della radio, la potenza dei numeri, della mobilitazione e dell’organizzazione che resterà in eredità in una certa mentalità non solo del mondo cattolico, Montini contrappone il progetto maritainiano-montiniano, l’ideale concreto della nuova cristianità: una visione del mondo, non una ideologia, il «passaggio dei valori morali all’azione concreta in una situazione storica data che implica un appello alla libertà della persona», scrive Scoppola (nella Nuova cristianità perduta , p.22). È su questo terreno che avviene l’incontro con Montini. «Montini», lo ritrae Scoppola nella Repubblica dei partiti (p.104-105), «è il figlio di una borghesia produttiva che ha la consapevolezza del suo ruolo sociale e del contributo recato allo sviluppo e alla modernizzazione del Paese». Notazione interessante. Montini è il curiale borghese. Non conosce l’immobilismo, il relativismo etico, il cinismo immutabile, eterno, degli Ottaviani e del partito romano.
E diventerà, eletto nel 1963, il primo papa del Novecento, il primo a portare al vertice della Chiesa la nevrosi, il ritmo della modernità. Se Jorge Mario Bergoglio è il primo papa ad arrivare da una megalopoli come Buenos Aires, pastore metropolitano, Montini è il primo a conoscere ansie, dubbi, occasioni della modernità. Ha interiorizzato la lezione di Mounier: «L’avvenimento sarà il tuo maestro interiore». Il borghese Scoppola riconosce il tratto comune del borghese Montini, le letture, le inquietudini.
Proprio perché calato nella storia il progetto conosce flussi e riflussi, laddove l’integralismo è portato a suonare sempre la stessa nota, indifferente al mutare delle situazioni. Un filo spirituale, prima ancora che politico, lega Montini a De Gasperi, anche nei momenti di massima tensione, fotografata dall’appunto di De Gasperi datato 12 novembre 1946,  il retroscena di un incontro con M. in cui la Santa Sede chiede alla Dc di abbandonare la collaborazione non solo con le sinistre ma con i partiti laici. «La Dc non avrebbe più il nostro appoggio né la nostra simpatia», minaccia M., cioè Montini, per conto di Pio XII. «Sono 207», scrive De Gasperi a proposito dell’alleanza Dc-Uomo Qualunque. «Costituente?», chiede all’ambasciatore del papa. Che si fa della Costituente? «Alla fine», scrive De Gasperi, «M. aveva notevolmente cambiato» (in La proposta politica di De Gasperi, p.293). È a Montini che Emilio Bonomelli (nella sua casa a Castel Gandolfo il Sostituto vede De Gasperi) chiede nel 1952 se in Vaticano hanno idea delle conseguenze che potrebbe provocare l’operazione Sturzo e l’isolamento di De Gasperi. «È proprio quello che vogliono», risponde Montini.
«Quello di Montini è un atteggiamento di sapiente apertura al nuovo, sul piano spirituale, e accorto uso degli strumenti diplomatici», commenta Scoppola. C’è la presenza di una destra sotterranea, irresponsabile, revanchista, a preoccupare Montini, a farlo muovere in dissenso da papa Pio XII. Uno scontro che finisce in apparenza con la sconfitta di Montini, allontanato da Roma e esiliato a Milano e da allora in poi circondato da una sostanziale diffidenza da parte dell’ambiente curiale e della conservazione ecclesiale. E invece quello scontro anticipa l’egemonia dei cattolici democratici nella politica italiana. Gli anni del boom economico sono anche gli anni della massima presenza cattolica nelle istituzioni, anche se è spesso una presenza non compresa. E al termine di un lungo periodo di benessere, come un’eterogenesi dei fini arriva la secolarizzazione, «il salto nel vuoto etico», lo definisce Scoppola. Fenomeno globale e europeo, certo, ma con una preoccupante velocità nella Francia culla della cultura di riferimento di Montini (e di Scoppola) e con una lacerazione senza precedenti nella comunità ecclesiale in Italia.
Il secondo Montini analizzato da Pietro Scoppola non è più l’audace diplomatico che forza fin dove si può, ma il papa solo e tormentato.
Paolo VI vive nella crisi, come un pastore tra le sue pecore. Oscilla tra l’ascolto e l’esigenza di rimettere ordine, in modo drammatico. Chiede all’amico Jean Guitton: «C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: ‘Quando il Figlio Dell’Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?’ […] Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che All’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico…». Scoppola a questo proposito parla di un dramma, «una spaccatura» fra i montiniani e Montini che è il papa. «Una parte cattolica si sente tradita da Montini», scrive Scoppola nella Nuova cristianità perduta. Dall’altra parte c’è lo «stupore» di Montini per il tradimento di intellettuali come La Valle, Brezzi, Pratesi, Gozzini che «abbiamo portato nel nostro cuore» e che si candidano nelle liste del Pci. «Talvolta», dice il papa nell’udienza del 12 maggio 1976, a poco più di un mese dal voto politico, «sono gli amici più cari, i colleghi più fidati, i confratelli della medesima mensa sono proprio quelli che si sono ritorti contro di noi. La contestazione è divenuta abitudine, l’infedeltà quasi affermazione di libertà». La sofferenza del papa che monsignor Benelli comunica a Scoppola in una cena a casa dello storico, lasciandolo «preoccupato e spaventato e addolorato», testimonia l’ambasciatore Gian Franco Pompei.

2. La sfida della secolarizzazione: fine della “nuova cristianità”
Entra in crisi la cultura della mediazione che è stata il tratto del montinismo politico, entra in crisi il centro inteso come sintesi, non come immobilismo o come spazio geometrico. «Oggi il centro è l’area in cui si manifestano le maggiori tensioni, l’area stessa della crisi», scrive lucidamente Scoppola in La Nuova Cristianità perduta; già a metà degli anni Ottanta. «I partiti che dovrebbero promuovere le riforme sono condizionati dall’autoconservazione delle classi dirigenti. Non c’è un De Gaulle italiano: o il sistema si autoriforma o si apre una stagione in cui tutte le avventure sono possibili». E non basta invocare per il cattolicesimo italiano del modello polacco che segnerebbe «una ghettizzazione della presenza cattolica». Trent’anni dopo si può dire che tutte queste previsioni erano esatte. La riproposizione dell’ipotesi Tardini, dopo la fine della Dc, la speranza di guidare lo schieramento della destra con uomini provenienti dall’associazionismo cattolico, l’egemonia tentata dal cardinale Ruini con il progetto culturale si è dimostrata fallimentare. Ma anche gli eredi del montinismo sono rimasti prigionieri di un gergo antico ormai privo di contenuti e del culto della mediazione esasperata, fine a se stessa. La nuova cristianità si è dissolta, insieme alla nozione stessa di progetto storico: non solo per i cattolici impegnati in politica, ma anche per i filoni della sinistra che negli anni Settanta-Ottanta sembravano invincibili. Il bipolarismo politico si è risolto, in Italia, in un bipolarismo religioso. Che ha provocato alla fine il deserto della presenza cattolica.

3. La nuova via: la “cultura” dei comportamenti
Resiste, rilanciata dalla figura di papa Francesco, la lezione della cultura dei comportamenti (Nuova cristianità perduta, pp.200-201) che Scoppola aveva intuito come alternativa alla cultura del progetto «come una purificazione e un superamento più che come una rottura». Non c’è una nuova cristianità da ricercare, non nella sfera della politica e non con le armi del potere, c’è da vivere questa realtà e questo tempo «con il massimo di distacco interiore e di libertà» La lezione di Montini nel suo testamento da papa: «Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena…». E quella di Scoppola, racchiusa in un commento scritto per Repubblica il giorno dei funerali di papa Wojtyla  e pubblicato il giorno dopo, il 9 aprile 2005. In cui lo storico racconta «dopo l´ossessione mediatica dei giorni della malattia» di sentire «un inconfessabile desiderio alternativo», «una celebrazione non concentrata tutta fisicamente in San Pietro, quasi a sottolineare che la Chiesa è realtà complessa, unita, sì, nel Papa ma non è il Papa». Scoppola realizza il suo disegno alternativo nella sua parrocchia dove in una chiesa quasi deserta un giovane prete legge il Vangelo di Giovanni sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci per sfamare la folla che aveva seguito Gesù. L´episodio che si conclude così: «Allora la gente visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: ‘Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo’. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo nella montagna tutto solo». «Mi pare», commenta Scoppola, «che quel “tutto solo” sia lo spazio della coscienza, del rapporto interiore con il mistero di Dio, sia ´antidoto alla tentazione di trasformare una manifestazione di fede, spontanea, bella e vissuta, di popolo, in un segno di potenza. Paradossalmente, la condizione di questo prestigio, di questa capacità di presa della Chiesa sul popolo è proprio negli spazi di quel “tutto solo” nei quali Gesù si rifugiava. Forza e debolezza nella Chiesa sono strettamente intrecciate: la Chiesa è una forza debole… La manifestazione trionfale in San Pietro è anche una grande sfida per la Chiesa di domani». La sfida oggi raccolta da papa Francesco, lanciata nel cuore del Novecento da Giovanni Battista Montini.

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