PARIGI: I TRE GIORNI CHE SCONVOLSERO IL MONDO. INTERVISTA KHALED FOUAD ALLAM

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Khaled Fouad Allam - (ANSA/MARIO ROSAS)

Khaled Fouad Allam – (ANSA/MARIO ROSAS)

Dopo l’immensa manifestazione di ieri a Parigi di solidarietà alla Francia, dopo i criminali attentati terroristici jihadisti, come si svilupperà in Europa il dialogo con l’Islam? Ne parliamo con Khaled Fouad Allam, professore di Sociologia del mondo islamico all’Università di Trieste. Tra le numerose pubblicazioni ricordiamo l’ultimo, uscito per Piemme, “Il Jihadista della porta accanto”.

 

 

PROFESSOR ALLAM, non possiamo non partire dalla oceanica manifestazione di Parigi (Un “Oceano Pacifico” l’ha definita il “Fatto Quotidiano”). Al di là dell’emozione, qual è il suo giudizio politico su questa manifestazione? 

 

Mi sembra evidente che nei momenti di grande crisi la funzione simbolica della politica è estremamente importante, anche perché, di fronte ad un fenomeno globale, bisogna definire delle risposte, degli approcci che siano globali, sia dal punto di vista della comunicazione politica che dal punto di vista della presa di coscienza. Quindi può darsi che ieri sia nata un “qualche cosa in più”, con questa crisi, ovvero una coscienza europea e planetaria.

 

Sergio Romano, ieri in un editoriale un po’ provocatorio, apparso sul Corriere della Sera,  affermava che “faremmo un grave errore se pensassimo di essere il principale bersaglio dell’Islam jihadista. – per Romano-la vera  guerra è quella che si combatte all’interno del mondo musulmano”. Che ne pensa di quest’ affermazione?

 

Io l’ho scritto vent’anni fa in un saggio, pubblicato da Laterza, dal titolo “La crisi dell’Islam contemporaneo”, dove mettevo a fuoco che c’era una spaccatura, che non è nuova, nasce negli anni 30 tra Shaaria e Stato. Che cosa significa questo? Significa essenzialmente che si oppongono due visioni del mondo, due visioni della ricerca della felicità di ciò che è il soggetto. Su questo l’islam radicale ha amplificato la frattura fino a diventare oggi un terrorismo globale. È vero che questa è anche una guerra dichiarata ai musulmani, l’ha detto il rettore della Moschea di Parigi, affermando che è una guerra dichiarata anche contro i musulmani. Ci sono due visioni diametralmente opposte su che cos’è la società, su che cos’è lo Stato, che cos’è la storia e che cos’è il rapporto fra identità religiosa e identità territoriale, c’è una battaglia di significato che coinvolge il mondo globale e l’Islam.

 

E veniamo al “Califfato dell’ISIS”. Nel suo libro smonta con precisione l’ideologia apocalittica di questa organizzazione del terrore. Però lei fa anche capire che questa ideologia è molto subdola: ovvero il “califatto” pone il problema della crisi dell’islam e della crisi d’ identità del mondo arabo. Può spiegarcelo sinteticamente?

 

Questa crisi d’identità nasce alla fine degli anni 20 quando si abolisce il Califfato, cioè il Califfato voleva dire anche un ordine politico che era durato più di cinque secoli, anche attraverso il Califfato di matrice turco ottomana. Il passaggio dal Califfato allo stato-nazione per il fondamentalismo islamico ha corrisposto ad un vuoto ed è per questo che il principio dei fratelli musulmani è affermare la volontà di tornare ad un Califfato di matrice araba. I punti di programmazione dell’Isis riprendono questo, è una frattura che ha attraversato il XX secolo e noi entriamo nel XXI con questo problema.

 

Un altro punto strategico da lei analizzato è il wahhabismo, ovvero l’interpretazione radicale e “antimodernista” del Corano. Questa corrente sta alla base del radicalismo islamico. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che l’ Arabia Saudita è la centrale del wahhabismo. Eppure l’occidente è molto timido nei confronti della dinastia wahhabita. Come risolvere questo problema?

 

A questo non ho risposta. La real politikue, attraverso i problemi energetici, fa  chiudere gli occhi  di fronte a questa questione. Il wahhabismo è nato in Arabia Saudita già nel 700 e poi si è trasformato con la nascita dell’Arabia Saudita in una specie di dottrina dello Stato. Tutte queste categorie politiche, con questa crisi, vanno ripensate e ridefinite: cosa può essere un dialogo fra paese e paese.  Cioè verso un “standar” globale che comprende i diritti dell’uomo.

 

Sullo sfondo di tutto questo c’è il grande problema del rapporto tra Islam e modernità e quindi tra Islam e democrazia. Le primavere arabe sono state spazzate vie. Cosa può fare l’occidente per “sfidare” positivamente l’islam verso questo cammino di laicità?

 

Mi sembra evidente che sia quella di fornire gli strumenti educativi e pedagogici in grado di formare le generazioni che vivono la stessa modernità e la stessa democrazia. Quello che manca a queste generazioni è di avere delle figure modello che indichino il cammino verso la libertà. Nella stessa storia dell’Occidente, che è oggi libero, è perché ci sono stati dei pensatori che hanno pensato per loro, siamo il prodotto di un “debito di riconoscimento” nei confronti di alcuni pensatori che hanno pensato per il mondo la libertà. L’Islam ha bisogno di figure del genere, per questo è importante di rivisitare un pensiero come quello di Averroè e di altri filosofi contemporanei Mohammed Arkun.

 

Ultima domanda: lei è cittadino italiano, come giudica l’attenzione della cultura e dell’opinione pubblica del nostro paese nei confronti dell’islam?

 

L’Italia non dà visibilità a questi protagonisti culturali dell’Islam moderato, è assente. Bisogna dare più visibilità nell’opinione pubblica, nelle Università, nelle istituzioni, ecc. perché così facendo si crea un movimento significativo e si colma una frattura con le giovani generazioni dando esempi positivi.

 

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