Riforma del “Terzo Settore”: a che punto siamo? Intervista a Luigi Bobba

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Luigi Bobba (www.vita.it)

Luigi Bobba (www.vita.it)

Un’importante Riforma sta per essere varata dal Parlamento: si tratta della Legge di riforma del “Terzo Settore”. Ne parliamo con l’on. Luigi Bobba (PD), Sottosegretario al Welfare con specifica delega nei confronti del “Non Profit”

Sottosegretario Bobba, diamo qualche numero: quanto è grande la realtà del “Terzo Settore” in Italia?

L’ultimo censimento dell’Istat – maggio 2014 – ci restituisce un’immagine sufficientemente precisa e affidabile: sono più di 301.000 le organizzazioni non profit che l’Istituto di statistica è riuscito a raggiungere, attingendo ai molti registri in cui tali soggetti sono classificati.
Si tratta prevalentemente di associazioni non riconosciute di dimensioni medio-piccole; che operano nel campo sportivo, culturale e turistico (60%) o in quello socio assistenziale (23%), che mobilitano 4,7 milioni di volontari; che generano un PIL pari a circa 64 miliardi (4,2%) e occupano più di 700.000 persone. Diversamente da quanto si crede, tali soggetti associativi si finanziano mediante risorse private per il 65,9% (tessere, donazioni, vendite di beni e servizi) e, pur trovandoci di fronte a enti non commerciali, il 47% delle loro entrate deriva da vendite di beni e servizi. I loro bilanci però sono, per il 95% dei casi inferiori a 500.000 euro. Vi sono poi circa 3,1 milioni di volontari individuali e quasi il 26% della popolazione italiana ha effettuato una donazione per una finalità sociale.

Però dopo lo scandalo di Mafia Capitale, che ha coinvolto realtà della cooperazione, nell’opinione pubblica è aumentata la diffidenza nei confronti del “terzo settore”. Secondo lei è così? Quali strumenti per evitare il ripetersi di questi episodi?

Le vicende collegate allo scandalo “Mafia capitale” hanno certamente prodotto un danno rilevante in termini di reputazione a tutto il Terzo Settore e in particolare alla cooperazione sociale. Non bisogna però lasciarsi travolgere da questa ondata di giusto sdegno e intervenire in modo che casi simili non si ripetano. Le misure però devono essere appropriate in quanto, delle 301.000 organizzazioni censite dall’Istat, un terzo ha un bilancio inferiore a 5000 euro. Un altro terzo sta nella fascia da 5000 a 30.000 euro di bilancio; mentre più dell’80% delle risorse attivate dal terzo settore, ovvero 52 miliardi su 64 complessivi, è generato interamente dal 4,5% dei soggetti, ovvero poco più di 13.500 organizzazioni. E’ in questo segmento che occorre modificare regole, vincoli e controlli. In parte, con la Legge di stabilità, sono già state emanate alcune norme con questo scopo: per le cooperative sociali, gli affidamenti diretti devono essere sottoposti a procedure ad evidenza pubblica; inoltre, per i soggetti beneficiari del cinque per mille vi sarà l’obbligo di rendicontare con procedure trasparenti le risorse ricevute attraverso questo meccanismo fiscale.
Ancora, bisogna mettere mano al sistema di revisione dei bilanci delle cooperative affidato oggi alle Centrali Cooperative e al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE). Il passaggio di questa funzione dal Ministero del Lavoro al Mise non ha certo migliorato l’efficacia dei controlli, disperdendo un prezioso patrimonio di competenze. Forse qui è necessario un ripensamento. Infine il Parlamento italiano sarà chiamato a recepire la Direttiva sugli appalti della UE del febbraio 2014. Tale direttiva, da un lato consente di utilizzare, a determinate condizioni, le “clausole sociali”; dall’altro prescrive che tali clausole si possano applicare se i destinatari degli interventi sono soggetti svantaggiati e se le imprese che li realizzano hanno una specifica qualificazione “sociale”.

Veniamo alla “Legge” per la Riforma del “Terzo Settore”. A che punto siamo?

La legge è all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera. Si è conclusa la fase di discussione generale e sono stati presentati 430 emendamenti. In questa settimana e nel mese di febbraio verranno esaminati

Quali sono i punti “strategici” di innovazione? Quale sarà il principale vantaggio per il cittadino con questa riforma?

Il cuore della riforma consiste nel riordinare e riformare la disciplina dei soggetti del Terzo Settore alla luce del dettato costituzionale dell’art. 118, ultimo comma “Lo Stato, le Regioni, le Provincie, le Città metropolitane e i Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, nello svolgimento di attività di interesse personale, secondo il principio di sussidiarietà”. Un dettato semplice e chiaro ma spesso disatteso da una normativa cresciuta senza un disegno, a volte contradditoria e che rischia di complicare la vita ai cittadini che vogliono contribuire, associandosi, al bene comune. Per questo vogliamo arrivare a modificare il Codice Civile, per il riconoscimento di personalità giuridica; costituire un Registro Unico dei soggetti di terzo Settore e favorire quelle realtà che effettivamente generano un valore sociale aggiunto e promuovono la disponibilità all’impegno volontario. Vogliamo altresì riordinare la legislazione fiscale di settore. Vi sono poi due motori aggiuntivi della riforma: una revisione della disciplina del servizio civile per arrivare nel 2017 a 100.000 giovani in servizio; una riforma della legge sull’impresa sociale in modo di favorire la nascita di soggetti imprenditoriali capaci di generare innovazione sociale.

Torniamo al cammino della Legge. In commissione sono stati presentati, come lei ha detto. ben 430 emendamenti. Il PD, il suo partito, ne ha presentati più di cento. In estrema sintesi, che tipo di emendamenti sono? Cosa mettono in discussione della “Riforma”?

Distinguiamo: gli emendamenti dell’opposizione – in particolare dei Cinque Stelle – tendono a scardinare la riforma e ad impedire che si realizzi il disegno voluto dal Presidente del Consiglio. Gli emendamenti del PD e delle altre forze di maggioranza sono correttivi e integrativi. Li valuteremo con attenzione perché vogliamo arrivare ad un testo il più possibile condiviso e soprattutto ad una legge delega con principi chiari e innovativi. Così sarà facilitato anche il lavoro di stesura dei successivi decreti delegati.

Non c’è possibilità, quindi, di dialogo con il Movimento 5 Stelle?

Ho tentato un dialogo con il Movimento 5 Stelle anche prima che la Commissione avviasse l’esame del testo. Ma devo dire che sono deluso dalla linea che sembra prevalere nel loro gruppo politico. Nella discussione generale hanno esclusivamente messo in evidenza i fenomeni opportunistici, quando non illegali che sono presenti in questo mondo. Ma è una lettura che distorce completamente la realtà: il mondo associativo e volontario è un mondo fatto di milioni di persone che dedicano volontariamente tempo e capacità per il bene comune. Anche noi – come dicevano le linee guida – vogliamo distinguere il grano dal loglio. E cioè vogliamo che le risorse pubbliche siano effettivamente e interamente destinate a coloro che agiscono senza scopo di lucro, realizzano attività di interesse generale e producono un effettivo e misurabile impatto sociale. Il caso “Roma” ha poi enfatizzato questa propensione dei Grillini: ma così si finisce per voler statalizzare tutto, anziché promuovere la sussidarietà. Sono d’accordo con l’editorialista del Corriere della Sera, Mauro Magatti, che ha scritto che l’introduzione di norme più severe non è necessariamente una garanzia per vincere la battaglia contro la corruzione. Occorre invece ridurre l’area di intermediazione di risorse pubbliche soggette a decisione politica e chiamare in campo il Terzo Settore promuovendo regole e norme più semplici e trasparenti per l’identificazione dei soggetti nonché obblighi effettivi di rendicontazione sociale. Questa è la strada da seguire.

Ultima domanda: Il Premier Renzi aveva promesso entro Marzo la Riforma. Ci riuscirete?

L’impegno sarà rispettato. A Marzo, il provvedimento andrà in Aula alla Camera per l’approvazione. Nel frattempo avvieremo gruppi di lavoro per preparare i decreti legislativi. Entro metà 2015, la riforma dovrà essere operativa.

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