“A Via Fani c’erano ‘anche’ le BR” . Intervista a Gero Grassi

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ROMA 16 MARZO 1978 nell'agguato sequestro rapimento di Aldo Moro strage di Via Mario Fani furono uccisi gli agenti di scorta Domenico Ricci Giulio Rivera Francesco Zizzi Raffaele Iozzino Oreste Leonardi.

Sequestro Aldo Moro, Via Mario Fani, 1978 (Contrasto)

A leggere, le duecento pagine dell’ultima relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Caso Moro, ti prende un profondo senso di angoscia e di indignazione. La relazione smonta, con un lavoro certosino, molte false “verità” del, cosiddetto, “memoriale Morucci”. Il lavoro d’inchiesta della Commissione non è terminato. Altre clamorose, e tragiche, novità sono attese nei prossimi mesi. Ne parliamo con l’Onorevole Gero Grassi, vice presidente del gruppo PD alla Camera, membro della Commissione d’Inchiesta.

Onorevole Grassi, qualche giorno fa la Commissione d’indagine parlamentare sull’omicidio Moro, presieduta dall’Onorevole Fioroni,  ha presentato la seconda relazione, dopo due anni dal suo insediamento, sui tragici avvenimenti di quei fulminati giorni di quasi 40 anni fa. Lei ha sintetizzato, con un intervento sul quotidiano pugliese “La Gazzetta del Mezzogiorno”, con una frase “A via Fani c’erano ‘anche’ le BR”. Frase angosciante…. In che senso c’erano ‘anche’ le BR? Vuol dire che la storia di Via Fani dovrà essere riscritta da zero?
La nostra ricostruzione evidenzia in via Fani una quantità di persone superiore a quelle descritte dai brigatisti. In aggiunta lo scenario di via Fani con la scoperta del ruolo e del bar Olivetti, sinora mai svelato, che fu epicentro del rapimento ci induce ad affermare che, accanto alle brigate rosse, giocarono un ruolo forze diverse con omissioni, depistaggi e partecipazioni indirette alla tragica vicenda.

Approfondiamo alcuni punti della relazione, una relazione di 200 pagine in cui sono sviluppate le risultanze delle vostre indagini. Incominciamo con la prima sconvolgente scoperta: un covo Br alla Balduina, quartiere non certo di periferia, in una palazzina dello IOR (Istituto per le Opere Religiose, la Banca del Vaticano). Come è stata possibile la vostra scoperta? Di quali complicità godevano i terroristi? E lo Stato che faceva?
Le indagini sono ancora in corso per cui ometto alcuni particolari. Se, come sembra, Moro e’ tenuto subito dopo via Fani, nella palazzina di cui per primo parlò Mino Pecorelli, significa che tanti sapevano per la particolarità della palazzina e per coloro che risiedevano in tale posto, brigatisti ed ecclesiastici compresi.

Veniamo al secondo punto angosciante della vostra relazione. Riguarda il “Bar Olivetti” di Via Fani. Per voi, come già affermato, è l’epicentro della strage. Che aveva di particolare questo locale? Da chi era frequentato? La zona di Via Fani all’epoca era abitata da personaggi di rilievo dei Servizi d’intelligence italiani questo non fa che aumentare l’angoscia e i dubbi…
Il “bar Olivetti” è frequentato da uomini della mafia siculo-americana tra cui Frank Coppola, uomini della banda della Magliana, uomini dei Servizi segreti italiani. Agiscono persone che trafficano armi con immensi guadagni e ci sono opacità evidenti nell’azione di prevenzione e repressione  delle nostre Forze dell’Ordine e della Magistratura.

Durante i 55 giorni del rapimento Moro vi sono  stati tentativi di trattativa per  la liberazione dell’ostaggio. Tra questi tentativi protagonisti sono stati i palestinesi. Molti puntarono sul loro aiuto (in particolare su Yasser Arafat). Perché questo tentativo fallì? Chi si è opposto?
La vicenda della trattativa palestinese, che pure vi fu, fallisce per contrasti interni all’interno delle diverse fazioni dell’Olp. La cosa curiosa è che sono proprio i palestinesi i primi ad accusare gli italiani che si sta preparando un evento terroristico straordinario.  Analogamente, a tal proposito, vanno meglio studiati i ruoli del colonnello Stefano Giovannone, capo dei nostri servizi a Beirut e del generale Musumeci, iscritto alla P2, che è il capo della Gladio Italiana. Con loro il nostro capo dei Servizi segreti, il generale Giuseppe Santovito.

Torniamo al Vaticano. Paolo VI, secondo testimonianze che voi escutéste, aveva raccolto dieci miliardi di lire per il riscatto .. Una cifra astronomica per l’epoca. E’ verosimile questo? Quale consorteria vaticana remava contro il Papa?
Paolo VI raccoglie il denaro per la trattativa fuori dal Vaticano attraverso suoi amici. Viene bloccato dal Governo italiano e dagli americani del Vaticano, Marcinkus in testa che è uomo della CIA.

Veniamo ai terroristi Morucci-Faranda. Voi dite che si consegnarono alle forze dell’ordine. Inoltre aggiungete un altro particolare che l’appartamento di Via Giulio Cesare, dove furono arrestati i due, apparteneva Giuliana Conforto, amica di Piperno, figlia di un agente italiano del KGB (ed ex spia dell’ OVRA fascista), Giorgio Conforto. Quale ruolo ebbero i due Conforto?
I Conforto ebbero ruoli diversi. La figlia disse si a chi le chiedeva di ospitare i due bierre. Il padre per aiutare la figlia si vende i due brigatisti. Grande sospetto e’ la pena minima che la prof. Conforto riceve per una azione Criminale senza precedenti.

Tocchiamo un altro punto: la scuola di lingue parigina Hyperion fondata dal cosiddetto “Superclan” (organizzazione nata da una scissione delle BR). Quali elementi nuovi sono emersi dalle vostre indagini?
Nonostante le precedenti assoluzioni, la scuola sembra essere il “Parlamento europeo” del Terrorismo e dei diversi Servizi.

Per voi è chiaro chi è Mario Moretti, definito da Sergio Flamigni come la “Sfinge delle BR”?
Quando io chiedo ad Alberto Franceschini se Moretti e’ una spia, la risposta è’ “Molto di piu'”.

Quali saranno le vostre prossime tappe?
Nei tempi che la legislatura ci lascia cercheremo di interrogare i brigatisti alla luce delle novità emerse che sbugiardano molti di loro e demoliscono il Memoriale Morucci – Faranda.

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