Caos Bosnia. Intervista a Jean Toschi Marazzani Visconti

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Sono passati più di 21 anni dagli accordi di Dayton, nell’Ohio, sulla Bosnia Herzegovina, che pose fine al conflitto balcanico. Accordi che hanno mostrato i loro limiti, ben lungi, quindi, dalla soluzione ottimale del conflitto.

Ne parliamo, in questa intervista, con la giornalista Jean Toschi Marazzani Visconti, autrice del libro, uscito per l’Editrice Zambon, La porta d’ingresso dell’Islam.

Sono passati 21 anni dagli accordi Dayton sulla Bosnia Herzogovina. Quale bilancio si può fare ?

Non si può certo definire ottimale la situazione creata dal Trattato di Dayton. La nota positiva è che la gente non muore più e le armi tacciono da vent’anni, però la vita delle tre comunità è lungi dall’ essere normale o risolta.

Gli Accordi prevedevano il ritorno delle popolazioni di tutte le etnie ai luoghi e alle case dove vivevano prima dello scoppio della guerra. Pochi sono rientrati, la maggior parte della popolazione ha preferito rimanere nelle zone dove fosse maggioritaria o forte l’etnia della loro provenienza.

I Croati cattolici della Erzegovina si sentono stretti nella Federazione croata-musulmana imposta dagli USA nel 1994 e traditi dalla ventilata promessa dell’indipendenza della loro regione.  

I Musulmani, assurti alla dignità di Bosgnacchi per decisione statunitense – in realtà Serbi convertiti all’Islam durante i cinquecento anni della lunga occupazione ottomana – godono di una particolare attenzione da parte delle autorità internazionali, vissuta male dalle altre due nazioni.

I Serbi della Republika Srpska avrebbero maggiori possibilità di sviluppo nella loro zona più unita e compatta, però vivono sotto la spada di Damocle degli ipotetici crimini commessi e quindi soggetti a continue pressioni da parte degli Alti Rappresentanti occidentali nello sforzo di concentrare tutte le prerogative di governo a Sarajevo, in contraddizione alle disposizioni del Trattato di Dayton.

La Bosnia-Erzegovina, secondo gli Annessi del Trattato che corrispondono alla sua Costituzione, è soggetta all’alternanza etnica del Presidente e del primo Ministro ogni otto mesi a rotazione e il Consiglio dei ministri tripartito ha scadenza annuale. La Federazione croato-musulmana e la Republika Srpska hanno una larga autonomia. Questo implica che il governo centrale è debole rispetto a due entità forti e questo impedisce qualsiasi progetto centralizzato. In pratica sono tutti separati in casa.

Si passa da una zona all’altra senza frontiere, ma le popolazioni vivono in un clima sospeso, ciascuna nel suo territorio o nel proprio quartiere senza mescolarsi con le altre etnie. L’odio e la memoria dei crimini reciprocamente inferti e subiti sono molto presenti, nessuna politica di riconciliazione è stata intrapresa, al contrario i media continuano ad essere estremamente critici verso i Serbi rinfocolando i rancori.

Molto denaro fluisce a Sarajevo da ONG Iraniane, dell’Arabia Saudita e dalla Turchia, ma viene impiegato per costruire moschee e scuole islamiche dove affluiscono i giovani musulmani senza prospettive di lavoro, qui trovano insegnamenti e denaro per progetti ispirati ai più rigidi dettami religiosi.

In generale i giovani delle tre etnie non vedono un futuro e i migliori emigrano all’estero. Torneranno per le vacanze, non più per vivere e costruire qualcosa.

 

Qualcuno ha definito gli accordi di Dayton come un modello per la risoluzione dei conflitti etnici. Per lei invece?

 

Se la soluzione ideale per i conflitti etnici  consiste nel condannare un paese a uno stato vegetativo e fuori dal tempo, allora indubbiamente gli Accordi di Dayton sono un successo.

La Bosnia-Erzegovina è stata senz’altro un modello per i procedimenti applicati in Iraq, in Afganistan, in Libia e tentati in Siria. I risultati ripetitivi sono evidenti: prima distruzione e poi instabilità o caos.

 

Siamo lontani dal multiculturalismo della Bosnia-Erzegovina prima del conflitto balcanico del 1991. Oggi il principio base su cui si basa la società bosniaca è il nazionalismo.  E’ così?

 

La Sarajevo jugoslava, città laica, multiculturale, libera e libertina, fonte d’ispirazione per intellettuali e artisti sembra un ricordo di secoli passati. Tutto questo è stato annullato dal fatto che le tre entità bosniache  sono state spinte a riconoscersi sotto la bandiera delle religioni che hanno sostituito, anche loro malgrado, la politica e i partiti.

Ževad Galjašević, un intellettuale musulmano, politico e scrittore, nell’intervista che mi ha concesso, ha sostenuto che se si priva un musulmano bosniaco delle sue radici di Slavo del Sud (Jugo slavo), l’unica identità che resta è la religione. La religione islamica, sostiene, è diventata politica. Forse in forma minore per cattolici e ortodossi, salvo quando temono che il proponimento del defunto leader musulmano, Alija Izetbegović, di trasformare la Bosnia-Erzegovina in uno Stato musulmano dal fiume Drina alla Croazia, possa realizzarsi. Il nazionalismo in B-E non ha le stesse valenze che in Europa occidentale è una forma di autodifesa da pericoli contingenti.

 

Oggi la Bosnia è uno Stato in pieno caos, in cui il nazionalismo – come detto sopra – non fa che alimentare odio. Vi sono rischi per un nuovo conflitto?

 

L’odio è stato rinfocolato e fomentato dall’esterno. Le atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale di cui tutte le etnie erano state oggetto –

i Serbi forse più degli altri, se si pensa all’ignorato campo di sterminio croato di Jacenovac  (1941 – 1945) che ha prodotto quasi un milione di vittime fra Serbi, Ebrei e Rom- sono state abilmente riportate alla memoria della gente nel 1991, dopo il lungo oblio imposto dalla politica pacificatrice di Tito.

Oggi questo odio è più che mai attuale, quasi accresciuto da quanto si è ripetuto durante la guerra civile. E’ incomprensibile come gli Alti Rappresentanti cerchino di unificare le tre nazioni sotto Sarajevo senza una politica di conciliazione e una valida campagna mediatica per convincere le popolazioni ad avere nuovamente fiducia gli uni negli altri, condizione primaria per vivere insieme.

Le tre entità sono bene armate, cosa di cui gli ufficiali dell’OSCE  sono perfettamente al corrente. E’ come fumare un sigaro seduti su un fusto di benzina. Però da pochi  anni il commercio d’armi é fiorente, le armi sono vendute ed esportate in Medio Oriente.

Nicolas Gros-Verheyde, redattore capo di B2 – Bruxelles 2 ha riportato il 15 agosto 2016 un’inchiesta realizzata da un gruppo di giornalisti dell’Europa centrale e orientale, denominato BIRN (Balkan Investigative Reporting Network), secondo la quale dal 2012 questo traffico dalla Bosnia, dai Balcani e da altre nazioni dell’ Est europeo ha raggiunto il valore di almeno un miliardo e duecentomila euro. Voli speciali, impiegando gli spaziosi llyushin II-76, raggiungono la Siria attraverso la Giordania e l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti oltre allo Jemen e alla Libia. Le fabbriche d’armi in B-E funzionano a pieno ritmo per soddisfare le ordinazioni. I clienti maggiori sono Sauditi, Turchi, Giordani e gli Emirati, le armi vengono distribuite attraverso due installazioni segrete denominate MOC (Military Operation Center) situate in Giordania e in Turchia.

Il Dipartimento USA del Comando per le Operazioni Speciali della Difesa (SOCOM) ha ugualmente acquistato e consegnato grandi quantità di materiale militare di provenienza dall’Europa orientale e dai Balcani all’opposizione siriana.  Buona parte del materiale viene dagli stock e dalle fabbriche della B-E.

Secondo l’ambasciatore americano in Siria (2011 – 2014), Robert S. Ford, la CIA ha probabilmente avuto un ruolo d’intermediario fra i paesi Balcanici e il Medio Oriente.

Fintanto che si produce per il mercato estero, non si litiga in casa. Gli introiti di questo traffico finiscono ovviamente nelle tasche di pochi eletti.

 

Vi sono leader credibili oggi in Bosnia?

 

In una situazione di incertezza e senza prospettiva di futuro, la popolazione opta per leader forti, anche estremisti, nell’illusione che possano difendere i loro diritti e cambiare l’instabilità percepita come un ostacolo alla normalizzazione. La credibilità dei leader dipende dall’appoggio e dai finanziamenti che ottengono dall’intervento di elementi esterni al paese.  

Il presidente serbo bosniaco, Milorad Dodik, ha dichiarato in una conferenza stampa nel maggio 2016 che l’opposizione cerca ogni modo per toglierlo di mezzo e che il partito Alleanza per il cambiamento, all’opposizione, è finanziato con denaro turco e britannico.

 

 

L’Europa (UE) può ancora giocare un ruolo

 

Certamente, se riuscisse ad avere una politica estera unificata e indipendente da ogni influenza statunitense. Al momento non sembra realizzabile.

 

Oggi, in Bosnia Erzegovina, sono presenti potenze islamiche che hanno interesse a consolidare la presenza islamica nel cuore dei Balcani. Quali sono queste potenze e quali interessi, oltre al fattore religioso, vogliono perseguire ?

 

La Turchia considera la Bosnia-Erzegovina un suo territorio nell’ambito della trasversale verde, quella linea ideale che percorre le zone musulmane dei Balcani che si sentono più vicine alla Turchia che all’Europa.

Il 7 maggio 2016, all’inaugurazione della moschea di Banja Luka nella Repubblika Srpska, ricostruita in seguito all’esplosione che nel 1992 l’aveva distrutta, il premier turco dimissionario Ahmet Davutoglu alla presenza del presidente musulmano Bakir Izetbegović, di rappresentanti di molti paesi arabi e di alcuni notabili europei e americani ha pronunciato un discorso in cui ha fra l’altro affermato: La Turchia è stata qui per lungo tempo, è qui ora, e rimarrà per sempre. I musulmani non devono temere perché dietro di loro ci sono 70 milioni di turchi. Durante lo stesso discorso Davutoglu ha avuto parole di apprezzamento per gli adempimenti  di Alija Izetbegović, padre dell’attuale presidente musulmano e autore della Dichiarazione Islamica nella quale prospettava la realizzazione di un mondo islamico dall’Indonesia al Mediterraneo. Ha inoltre esplicitamente escluso qualsiasi possibilità di distacco della serba Banja Luka e della croata Mostar da Sarajevo.

Come dignitario straniero, ospite in Bosnia-Erzegovina e in particolare nella capitale della Republika Srpska, ha affrontato con molta sicurezza argomenti delicati e sensibili, che non gli avrebbero dovuto competere. L’ex premier turco aveva tenuto un discorso similare nel Sandjak, regione della Serbia sopra il Kosovo, poco tempo prima.

Sono anche molto presenti agenzie iraniane e saudite. In Bosnia si verifica un processo che quasi tutti i think tank statunitensi rifiutano di accettare, una politica che unisce wahabiti e salafiti, sciiti e sunniti.Il politologo americano Samuel Philip Huntinghton nel 1995 aveva previsto che in Bosnia-Erzegovina, unico luogo al mondo, l’antagonismo fra Sunniti e Sciiti avrebbe potuto decadere.

Ci sono almeno cinquecento ONG attraverso le quali finanziano e propagandano la loro causa, oltre alla SNSD (Unione dei social democratici indipendenti) e ai servizi segreti iraniani, molto attivi, e alle ambasciate. Gli Americani pensavano di riuscire a controllare questi movimenti attraverso i Turchi presenti in Bosnia. Oggi i rapporti con la Turchia sono meno cordiali.

L’Iran ha il supporto di tutti i personaggi importanti del governo musulmano. Il sistema di alta sicurezza e i servizi segreti di Izetbegović sono legati agli Iraniani. Ultimamente l’Iran sta cercando di penetrare nel movimento Wahabita. Nessuno ha considerato questo problema. In Bosnia il sistema è stato creato da legami con l’Arabia Saudita, l’Egitto, anche la Turchia é coinvolta, così gli Sciiti possono  dire che non c’entrano con quello che potrebbe succedere.  Gli interessi occidentali sono fortemente  presenti qui in Bosnia e questi obbiettivi sono estremamente vulnerabili. Sembra che l’Ayatollah Geneti abbia chiamato la Turchia madre  e definito la Bosnia come il cancello per l’Europa.

 

E’ tutelato il pluralismo religioso in Bosnia? 

A parole sembrerebbe tutelato. In realtà la cosa cambia secondo le zone. In Erzegovina la presenza serba è ormai quasi nulla, quindi le chiese ortodosse distrutte non sono state ricostruite. In Republika Srpska esiste una cattedrale cattolica nella capitale Banja Luka e il clero è impegnato a riconfermare una presenza cattolica, anche se solo una piccola parte dei Croati e rientrata a vivere in RS, mentre la maggioranza ha preferito vendere le case e trasferirsi in zona croata o in Croazia. Le moschee fioriscono ovunque, protette dagli accordi di Dayton. In territorio musulmano nascono difficoltà davanti a qualsiasi richiesta di costruire una chiesa cattolica o ortodossa.

 

 

In Bosnia vi sono campi di addestramento per i Jihadisti. Tanti sono venuti nel 1992 per combattere a fianco dei musulmani di Bosnia e molti sono rimasti. Tra cui pericolosi terroristi. Dalla Bosnia, infatti, sono partiti il più alto tasso di combattenti per l’ISIS. Dove sono collocati i campi e come si comportano le autorità locali?

 

I combattenti islamici arrivati per combattere accanto ai Musulmani di Bosnia nel 1992, sono all’incirca dodicimila. Ormai sono inseriti nel tessuto sociale musulmano bosniaco, hanno ottenuto residenza e passaporto e si sono sposati con donne locali. Sembra che la UE abbia chiesto al governo di Sarajevo di allontanarli come misura per entrare in Europa. Sarajevo ha accettato, però nulla è successo. Alcuni di loro sono terroristi dormienti, altri hanno allenato i nuovi Jihadisti, si presume nella zona di Zenica.

Poi esiste il fenomeno dei villaggi serbi distrutti e ricostruiti con denaro proveniente dalle ONG e dalle scuole islamiche che finanziano i giovani musulmani perché vivano in quegli agglomerati secondo le più strette regole islamiche che permettono ad ogni uomo di avere diverse mogli e molti figli. La Costituzione Bosniaca non ammette la poligamia, ma apparentemente questi cittadini obbediscono a leggi diverse. La maggior parte dei villaggi si trovano sulla linea di demarcazione della RS. Spesso, veterani islamici, fra quelli giunti all’inizio della guerra, sono a capo di questi borghi. In una località chiamata Vočinja mille cinquecento Mudjahedin e le loro famiglie sono andati a vivere in un villaggio. Duecento sessanta di loro erano stranieri, il comandante del villaggio veniva dall’Algeria. Altri vivono tuttora in Zenica.

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