ADISTA, l’agenzia che tiene viva la memoria del Concilio. Intervista a Valerio Gigante

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Immagine del primo numero dell’agenzia

 

Adista, una piccola agenzia di stampa ma di grande prestigio e qualità, compie quest’anno 50 anni. Un bel traguardo. Per cinquant’anni ha raccontato il cammino della Chiesa cattolica del post-Concilio. Uno strumento prezioso, non solo per chi fa informazione religiosa, per la comunità dei credenti.  La sua storia merita di essere conosciuta. Lo facciamo, in questa intervista, con Valerio Gigante, giornalista e Presidente della Cooperativa  che   gestisce la testata. Si perché Adista è un progetto “dal basso”, libero e indipendente. Ed è con questa prospettiva che racconta i fatti della vita sociale ed ecclesiale del Paese e del mondo. Neanche a dirlo, questa indipendenza  crea una sola dipendenza, quella dai lettori e abbonati. È un bell’esempio di giornalismo che va sostenuto.

 Valerio, quest’anno cadono diversi cinquantenari. Ed è anche il vostro: quello dell’agenzia “Adista”. Partiamo dalle origini: come nasce la vostra agenzia?

Nasce nel 1967 dall’iniziativa di un gruppo di cristiani progressisti che avevano un duplice obiettivo: scardinare il dogma dell’unità dei cattolici in politica, ossia dentro la Democrazia Cristiana, rivendicando il diritto di militare, come cristiani, anche a sinistra, in particolare nei partiti dell’area socialista e comunista; dall’altro, il tentativo di realizzare il mandato conciliare, impegnandosi per una Chiesa più aperta ed inclusiva, che riformasse se stessa ed il suo modo di rapportarsi con la realtà contemporanea.

Franco Leonori, cattolico vicino all’esperienza dei cattolici comunisti, è stato il vostro fondatore. Quali sono stati gli altri “Padri fondatori”?

Leonori veniva dal Partito della Sinistra Cristiana, un partito che aveva fatto la resistenza e che in gran parte, alla fine del 1945, era confluito all’interno del Partito Comunista Italiano, su impulso di un suo autorevolissimo dirigente, Franco Rodano. Leonori in particolare era però assai legato ad Adriano Ossicini, con cui aveva fatto la Resistenza qui a Roma, che all’interno della Sinistra Cristiana faceva parte di quell’area, minoritaria, che aveva scelto di non confluire dentro il Pci. Il principio della vicinanza e della collaborazione con i comunisti, ma da una posizione autonoma ed “indipendente” caratterizza la scelta di Ossicini e Leonori anche in merito alla fondazione di Adista: Ossicini subito dopo aver contribuito a far nascere la testata viene eletto parlamentare, come indipendente, proprio nelle liste del Pci. Negli anni successivi, a partire dal 1976, diversi altri credenti lo raggiungono caratterizzando il gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente come una fucina in cui si sperimentava una inedita collaborazione tra cristiani (nel gruppo c’era infatti anche il pastore valdese Tullio Vinay) e comunisti, credenti e marxisti. Adista in quegli anni divenne il punto di riferimento di questa area politico culturale, mantenendo però sempre una sua forte autonomia. Che si accrebbe quando, alla fine degli anni ’70, Adista divenne una cooperativa, sviluppando nuove aree di impegno ed interesse grazie al contributo determinante di un altro personaggio centrale nella storia della testata: Giovanni Avena. Lui ad Adista era arrivato nel 1978, dall’impegno in una parrocchia palermitana contro la mafia, le connivenze tra la Chiesa e il potere democristiano, l’impegno per la chiusura dei manicomi (uno dei quali era nel territorio della sua parrocchia, una sorta di terra di nessuno dove avvenivano abusi di ogni tipo).

La vostra agenzia nasce nell’ambito del post-concilio, quel periodo ricco di iniziative nella Chiesa cattolica e nel mondo cattolico. Quella era “la primavera” nella Chiesa. Quale è stato il contributo di Adista?

L’aver messo in collegamento le tantissime realtà di base del nostro territorio, l’aver offerto loro le colonne di Adista in una fase (assai lunga, per la verità e ancora in parte operante) nella quale la Chiesa plurale, quella conciliare, l’anima cattolica conciliare non aveva diritto di parola e di espressione nei media e nei luoghi istituzionali della Chiesa cattolica. Adista ha poi informato su tutto ciò che si muoveva di nuovo nel cattolicesimo politico, nelle diocesi e nelle parrocchie di “frontiera”, accompagnando questa informazione ad una documentazione amplia sul dibattito teologico in Italia ed all’estero, dando ai lettori materiale spesso inedito e comunque pressocché introvabile su teologia della liberazione, teologia indigena, femminista, del pluralista, altermondialialista, asiatica, queer, ecc. ecc. Tutto ciò, insomma, che intellettuali e teologi hanno prodotto lontano dal Vaticano. Venendo spesso censurati e perseguitati a causa del loro impegno e del loro mancato “allineamento” alle posizioni espresse dalla gerarchia.

Non solo avete fatto conoscere la Chiesa di base, il “mondo” vicino alle CdB, ma avete aperto lo sguardo del cattolicesimo contemporaneo alla Chiesa dei poveri. In particolare alla realtà dell’America latina. Avete mai subito pressioni dalla Curia romana?

Pressioni dirette non in maniera particolare. Semmai qualche telefonata in cui ci veniva manifestato il dispiacere di questo o quell’ecclesiastico per ciò che avevamo scritto. Diverse pressioni affinché persone di spicco all’interno del mondo ecclesiale evitassero di avere rapporti con l’agenzia, di “macchiare” la loro immagine associando la loro firma a testi pubblicati sulle nostre pagine, oppure inviti agli inserzionisti di area cattolica che ci commissionavano un po’ di pubblicità a non dare soldi a un giornale come il nostro, accusato di non fare il bene della Chiesa e minare la sua unità.

Tra la gerarchia cattolica chi vi ha difeso?

Esplicitamente pochi, perché siamo stati oggettivamente una “pietra di scandalo” e un vescovo o un cardinale che difendesse apertis verbis Adista si metteva in una posizione piuttosto difficile. Chi è dentro l’istituzione, mi pare comprensibile, non può ufficialmente consentire con chi l’istituzione la contesta. Detto questo, tanti vescovi e cardinali sono stati e sono tuttora abbonati alla rivista, diversi l’hanno sostenuta anche con qualche contributo economico nei momenti difficili, non pochi hanno chiamato o sono venuti qui in redazione a discutere con noi questioni ecclesiali, teologiche o pastorali; in tanti comunque hanno apprezzato e ritenuto che il nostro lavoro fosse prezioso, seppure non sempre condivisibile, per mettere in circolazione idee e creare finalmente un’opinione pubblica anche dentro il mondo cattolico.

 Torniamo, per un attimo, alla politica. Per i vostri critici si trattava di un “collateralismo” opposto a quello ufficiale. Come rispondi a questa critica?

Che non c’è nulla di male ad essere o ad essere stati comunisti o socialisti, o dell’area della sinistra radicale. In nessun momento della sua vita Adista si è legata a carrozzoni politici, ha fatto l’ufficio stampa di qualche parlamentare o aspirante tale. Ha sostenuto sempre le ragioni della sinistra, di una sinistra plurale, ritenendo fondamentale il confronto ed il dialogo tra culture diverse che avevano però valori comuni; e soprattutto ha cercato di aiutare il cattolicesimo politico a dialogare con la sinistra, fossero i cattolici dei gruppi spontanei, della comunità di base, delle Acli della scelta socialista, i cattolici del fermento e quelli del cosiddetto “dissenso”, i cristiani per il socialismo, i cristiani nonviolenti e pacifisti, le femministe cattoliche, ecc.

 

Qual è stato lo scoop più importante della vostra agenzia?

Diversi, direi soprattutto legati alla pubblicazione di documenti riservati di qualche Congregazione Vaticana. Oppure la diffusione delle propositiones che concludevano i sinodi dei vescovi, che in passato erano sub secreto e che poi sono diventate pubbliche anche e soprattutto grazie al fatto che comunque Adista trovava il modo di averle e di diffonderle non per fare sensazionalismo, ma per garantire ai credenti il diritto di sapere come si era svolto il dibattito tra i loro vescovi e su quali punti si era o meno trovata la sintesi tra di loro.

 

Veniamo all’oggi. Quali saranno le future battaglie di ADISTA?

La prima è la sopravvivenza. L’editoria è in crisi. Quella che non è legata a sponsor politici ed ecclesiastici, gruppi finanziari o imprenditoriali lo è drammaticamente di più. Adista è una piccola cooperativa che vive del sostegno dei suoi abbonati, cui si aggiungeva un tempo il finanziamento pubblico all’editoria, oggi drasticamente ridotto. Il contributo dello Stato garantisce la pluralità dell’informazione. Siamo imprese, come tante altre, e stiamo sl mercato. Ma non vendiamo soprammobili, facciamo e vendiamo notizie. E se non vogliamo un’opinion pubblica informata ed orientata solo in un’unica direzione è necessario garantire che tante voci possano contribuire a formare coscienze critiche che conoscano e confrontino tante idee ed opinioni diverse.

Abbonarsi ad Adista è un atto di militanza per una Chiesa più aperta dentro una società più giusta e libera, ma è anche la scelta di presidiare i pochi strumenti di informazione “alternativa” ancora presenti oggi.

Se l’obiettivo della sopravvivenza sarà raggiunto, continueremo ad essere coscienza critica nella Chiesa e nella società, facendo quello che un giornale dovrebbe sempre fare, essere diffidente nei confronti del potere, di ogni potere, cercando di raccontare ciò che accade nelle pieghe della realtà. Per quanto ci riguarda, continuando a prediligere le strade polverose della storia percorse dai  tanti poveri cristi oppressi che vivono nella nostra realtà contemporanea, senza voce e senza diritti, piuttosto che frequentando le cattedrali che odorano di incenso. Fuori dal tempio, ma – speriamo – sempre dentro la storia.

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