“Non volevo morire vergine”.
Intervista a Barbara Garlaschelli

Un libro forte, che fa emozionare. E’ davvero un inno alla vita quest’ultimo libro della scrittrice milanese Barbara Garlaschelli. “Non volevo morire vergine”, uscito da poco nelle librerie, pubblicato dalla Piemme (pagg, 199, € 17) è il racconto della sua lotta contro i tabù e i pregiudizi: “ad un certo punto -dice l’autrice – mi sono resa conto che se volevo davvero “non morire vergine” (e intendo non solo da un punto di vista sessuale ma di vita) dovevo ribaltare a mia favore il fatto di essere su una sedia a rotelle”. Così con ironia, ed autoironia,ma anche con molta serietà e fermezza  vediamo la trama della sua lotta per riappropriarsi della sua sensualità. Ne parliamo in questa intervista con l’autrice. Per il libro è previsto un tour di presentazioni in tutta Italia. Presentazioni che avverranno in una forma originale: ovvero portando in giro il libro non nella solita forma della classica presentazione, ma come reading musicale, accompagnata da Stefania Carcupino, alla fisarmonica e al canto. Il reading ha il padrocinio dell’Associazione culturale Tessere Trame (tesseretrame.com). La foto che pubblichiamo, per gentile concessione, è tratta dalla pagina Facebook dell’autrice ed è stata realizzata dalla fotografa Paola Cominetta.

Barbara, confesso che leggere il tuo libro mi ha emozionato, commosso ed ho anche riso (la tua ironia ed autoironia è micidiale). Tu in questo libro rompi diversi tabù. Il primo, secondo me, è quello di aver reso pubblica la paura (concreta, vera, realissima) che un disabile ha nel manifestare i suoi sentimenti, il suo desiderio carnale. Come hai fatto a demolire questo tabù?

L’ho demolito vivendo la paura e cercando di venirne a patti. Ho impiegato molti anni per superarla (tra l’altro la paura è uno dei temi che tornano spesso nei miei romanzi, e non intendo i due autobiografici). La paura è una formidabile sfida perché ti costringe a decidere cosa fare della  vita: se rimanere inchiodata a lei oppure sfidarla – e quindi sfidare te stessa – e andare oltre. Ma la paura, comunque, è sempre lì, in agguato. 

Tu sei una scrittrice, di talento, affermata. Quanto ti ha aiutato la scrittura nel superare la paura?

​La scrittura è stata fondamentale perché mi ha offerto gli strumenti tecnici per raccontare qualcosa che, a tratti, appare irraccontabile. Se non fossi stata una scrittrice non avrei mai potuto farlo.​

L’origine letteraria del libro, diciamo così, è stata la pubblicazione di post comici, su Facebook, sul tema “sesso e disabilità”.  Che hanno avuto un gran successo. Ed è sicuramente un bel segno. Ti chiedo: pensi che nella mentalità, comune, sia superata quel tipo di idea che vede nel disabile uno “sfigato” in particolare sul piano affettivo e sessuale? Io temo di no, parlo della mentalità italiana che è ancora legata alla cultura greca e latina della forza…Un canone che si è affermato in Occidente. Qual è il tuo parere?

Abbiamo ancora molta strada da fare in Italia. Qui il disabile è visto, spesso, come un essere asessuato, da curare e coccolare, che non ha pulsioni, aneliti, desideri. Mentre i disabili sono donne e uomini come tutti e hanno diritto a vivere ciò che vogliono. Non siamo una categoria protetta ma essere umani con pari diritti, doveri e dignità degli altri. Allo stesso tempo non si possono negare gli oggettivi limiti e quindi non bisogna nemmeno incorrere nell’ipocrita affermazione “siamo tutti uguali” perché non è vero, nel senso che chi ha dei problemi deve anche avere gli strumenti necessari – assistenza medica, accesso a luoghi pubblici senza barriere, soldi per vivere –  per poter avere una vita come gli altri.

A questo proposito ho letto che una grande rivista ha rifiutato di pubblicare le tue foto con tuo marito. Perché?

 Ufficialmente perché non adatte, ufficiosamente perché c’erano “troppo corpo e troppe tette”. Vorrei sottolineare che queste foto, scattate anni fa da Paola Cominetta, grande fotoreporter con in cantiere un bellissimo progetto – di cui anche queste foto fanno parte – su sensualità e disabilità fermo perché nessuno ha avuto, ad oggi, il coraggio di sponsorizzarlo, sono foto bellissime e nient’affatto volgari. Certo, c’è molto “corpo” e molta sensualità. E forse il fatto che io e mio marito non siamo modelli che corrispondono ai canoni richiesti da questo genere di riviste ha pesato. Però sono state pubblicate altrove e in riviste anche molto famose, come “Vanity Fair” o quotidiani come “La Stampa”. per non parlare di Facebook dove avevo postato il pezzo in cui raccontavo la vicenda, con foto annesse e che è stato condiviso da centinaia di persone.

Torniamo al libro. Nel libro ti vediamo all’opera nel demolire il primo grande tabù : quello della sedia a rotelle. E’ stato un cammino lungo. Fino a diventare, per paradosso, uno strumento di seduzione…Nel senso che la tua persona non si esauriva nella sedia a rotelle ma la  sedia enfatizzava la tua sensualità. E’ così?

 Sì, è così. Ad un certo punto mi sono resa conto che se volevo davvero “non morire vergine” (e intendo non solo da un punto di vista sessuale ma di vita) dovevo ribaltare a mia favore il fatto di essere su una sedia a rotelle. Mi sono detta: la gente mi guarda perché sono su questo mezzo di trasporto, bene e allora io faccio in modo che mi guardino perché sono bella, seducente.​

​ E ho cominciato a “usare” il mio corpo e la mia mente seguendo questa direzione: quella del “sedurre”.​

 L’altro tabù che demolisci è quello corporale. Non neghi, ovviamente, il limite. Ma c’è stato un cammino di riappropriazione del tuo corporale. Un cammino mentale (la ferma volontà di “non voler morire vergine”) e poi fisico (sono belle le pagine in cui descrivi le sensazioni, gli orgasmi come massima riappropriazione del corpo e della mente). E’ così?

​Sì, per molti anni ho negato a me stessa una parte di vita affettiva, di sensi, d’amore. Ed era parte enorme e importante quella legata al mio corpo che ho dovuto incominciare ad amare di nuovo, anche se era un po’ cambiato (esternamente non molto, ma la sensibilità, per esempio, in parte era sparita. Non sapevo se avrei potuto provare piacere facendo l’amore, se avrei potuto farlo provare ). E’ stato un universo da esplorare. Ed è stato difficile ma anche di straordinaria vitalità ed entusiasmo.

Il dolore quanto ti ha aiutato a maturare?

​Il dolore non mi ha aiutato. Io lo ripeto spesso: il dolore è un limite enorme, un’ingiustizia per chi lo subisce. Io ne ho provato e ne provo ancora molto ed è un ulteriore handicap. Se mi ha insegnato qualcosa è stato combatterlo e a non lasciarmi soggiogare da esso, ma è una battaglia giornaliera. Sogno di svegliarmi una mattina senza dolori, né grandi né piccoli. ​

 Prima di incontrare Giam​paolo, tuo marito, hai conosciuto altri uomini. E, alcuni non ne escono bene, quale era il loro limite più grave?

Che erano degli “omarini” come li definiva mio padre Renzo. Uomini attratti da me ma senza il coraggio di vivermi fino in fondo, di prendersi una responsabilità. Mi hanno fatta soffrire ma si sono persi molte cose belle, credo. (Non sono molto modesta, ma è ciò che penso in tutta sincerità. E la sincerità è un elemento fondamentale in questo libro.) Per fortuna ne ho incontrati anche di meravigliosi.

 Cosa hai fatto per conquistare tuo marito?

Ho messo in mostra tutta la mia bellezza! E poi è scattato un amore reciproco e una forte attrazione da subito. Quando l’ho visto per la prima volta, come racconto nel libro, mi ha colpito la sua bellezza. Poi ci siamo conosciuti meglio e l’amore è diventato forte e solido, ma il nostro è stato davvero un colpo di fulmine. Credo che se entrambi non ci fossimo piaciuti fisicamente la storia sarebbe andata in modo molto diverso. ​

 Nel tuo cammino di emancipazione la tua naturale sensualità e bellezza ti ha aiutato molto. Così come la visione della sessualità non bacchettona. Però senza la tua famiglia, dalla mentalità aperta, rispettosa dei tuoi diritti e sentimenti, il tuo percorso sarebbe stato più difficile. Un ruolo importante l’avuto tuo papà. Perché ?

Io ho sempre avuto un rapporto di grande complicità e intimità con i miei genitori, questo anche prima dell’incidente, ed è stata una grande fortuna perché non abbiamo dovuto costruirlo da zero. E sia mia madre che mio padre volevano che io vivessi tutto della vita. Mio padre, soprattutto, trovava inaccettabile che mi fosse negata quella parte di universo fatta di amore e sensi con l’altro sesso. E mi hanno sempre aiutata, mai criticata, anche quando facevo scelte discutibili, e spalleggiata.

E il fatto di avere un aspetto gradevole è stato senz’altro d’aiuto. Ma questo aspetto me lo sono conquistata negli anniCi ho impiegato molto a fare emergere la femmina che era in me.

Ultima domanda: Il libro inizia con l’acqua e finisce con l’acqua . Un finale profondo….

​Nasciamo nell’acqua e questo cordone ombelicale io non l’ho mai spezzato, anche se è lì che la mia vita si è trasformata, mio malgrado, dopo un tuffo in acqua bassa, al mare​. In acqua, ma soprattutto nel mare, mi sento libera, senza peso. Ho una resistenza che non mi sogno di avere sulla terraferma sulla quale fatico a respirare, a spingermi. In acqua ho tutta la forza che fuori non ho. Non c’è niente che sia pacificante e accogliente come il mare. Forse il corpo di mio marito.

 

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