IL PD HA UN FUTURO? Intervista a Giorgio Tonini

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Le consultazioni riprenderanno in settimana. Tra mosse e contromosse, come in una partita a scacchi, le chiacchere, tra Di Maio e Salvini, di questi giorni “stanno a zero” (per richiamare il bellissimo titolo del quotidiano “Il Manifesto” di questa mattina).

Intanto all’interno del PD, il grande sconfitto delle ultime elezioni, ci si interroga sul proprio futuro. Nell’opinione pubblica, che fa riferimento all’area di quel che resta del centrosinistra, non sono mancati interventi  sulle prospettive del PD. Partito che terrà la sua Assemblea Nazionale, a Roma, il prossimo 21 Aprile. Assemblea che si preannuncia difficile. Di tutto questo parliamo con un autorevole osservatore della politica italiana, che è stato per il PD, nella precedente legislatura, Presidente della Commissione Bilancio del Senato, Giorgio Tonini.

Giorgio Tonini, dopo quattro legislature lei non si è ricandidato e adesso è un ex-senatore, ma rimane un esponente politico del PD, autorevole perché di grande esperienza (nella precedente legislatura è stato, tra l’altro, Presidente della Commissione Bilancio del Senato). Proviamo, per quanto è possibile, a fare un ragionamento sulla crisi del suo partito. Non si può non prendere le mosse dalle cause della sconfitta. Come è stato possibile che un intero gruppo dirigente non si sia accorto del grido di dolore, di protesta che saliva dalla società? Eppure la sconfitta referendaria del famoso 4 dicembre avrebbe dovuto essere motivo di grande allarme…

Non credo si possa dire che, al di là della propaganda, il gruppo dirigente del Pd pensasse di poter vincere le elezioni. Dopo il 4 dicembre era chiaro a tutti che nel paese era in atto una crisi di rigetto nei confronti del nostro riformismo. In particolare, tutti sapevamo di essere tagliati fuori dal confronto politico nel Mezzogiorno: l’area del paese che aveva pronunciato il No più categorico al referendum costituzionale, un’area nella quale la partita era tra la destra e Cinquestelle, con un forte vantaggio del movimento grillino. Sapevamo che anche al Centro, nelle tradizionali roccaforti rosse, rischiavamo un pesante ridimensionamento, anche a causa di una scissione che, contrariamente a quel che pensavano i leader di LeU, sarebbe stata a somma negativa. In molti (ed io ero tra questi), speravamo in un risultato migliore al Nord, ove era ed è maggiormente percepibile un dividendo sociale della ripresa economica. Ma abbiamo sottovalutato quella che io chiamo la “sindrome bavarese”: un malessere diffuso, in gran parte indotto dal complesso fenomeno dell’immigrazione e che, anche nella regione più prospera della Germania, ha penalizzato fortemente il partito di governo, la Csu, l’alleato fondamentale della Merkel. Alla fine il risultato è stato peggiore delle previsioni più pessimistiche per il Pd, molto lontano, in peggio, perfino dalla sconfitta del 4 dicembre. Al di là del dato numerico, tuttavia, sul piano politico si è verificato quel che si prevedeva: una sconfitta del Pd, ma senza nessun vincitore, nessuno in grado di avere i numeri per governare sulla base di un chiaro mandato elettorale. Non riesco a non dire che solo se fosse stata approvata la riforma costituzionale, insieme all’Italicum, avremmo oggi un governo deciso dagli elettori. Il 19 marzo avremmo avuto il turno di ballottaggio, che probabilmente avrebbe visto uno spareggio tra Cinquestelle e Pd. Ma i due vincitori del 4 marzo, la destra e i Cinquestelle, il 4 dicembre avevano preferito puntare sullo sfascio, pur di abbattere Renzi, il governo e il Pd. E oggi, per uno dei frequenti paradossi della storia, devono chiedere al Pd i voti per governare…

La sconfitta è figlia di tanti errori, ma qual è stato l’errore “letale”  fatto dal PD?

Aver pensato che il 40 per cento delle europee fosse una delega in bianco. E non aver colto che in quel voto c’era una contraddizione interna che non sarebbe stato facile sciogliere. Mi riferisco alla contraddizione tra la componente populista del renzismo, quella che ne faceva una proposta in netta discontinuità con le politiche del governo Monti, una discontinuità simboleggiata dagli 80 euro, che sono parsi annunciare una nuova stagione redistributiva, e la necessaria, vorrei dire inevitabile, disciplina europea della politica economica dell’Italia, che ha segnato, io dico positivamente, l’azione del governo Renzi e, in modo ancora più netto, quella del governo Gentiloni. Per la verità, Renzi a me è parso sempre consapevole di questa contraddizione, di questa tensione tra un voto al Pd in quanto unico partito europeista e un voto al renzismo, in quanto versione omeopatica del populismo. Renzi e noi con lui abbiamo pensato che l’unico modo possibile di gestire questa tensione tra europeismo e populismo fosse scommettere sul riformismo, innanzi tutto a livello europeo. E infatti il 40 per cento del Pd è servito a “riformare”, all’insegna della flessibilità, il Patto di stabilità e crescita e il Fiscal Compact. Lo stesso indirizzo espansivo della politica monetaria, impresso da Draghi alla Bce, è stato coerente con questa riforma europea. Ma il riformismo, come ha ripetutamente spiegato il ministro Padoan, è un “sentiero stretto”, che impone una pazienza e una disciplina condivise, a livello diffuso, tanto più per un Paese come il nostro, afflitto da problemi strutturali immensi: il debito pubblico più grande, la demografia peggiore, la produttività più bassa, il più alto livello di disuguaglianza, la più estesa area di sottosviluppo in Europa. Qui facciamo i conti con il limite più grave della politica renziana: la sottovalutazione del ruolo del partito, strumento essenziale per costruire questa consapevolezza diffusa. Renzi può invocare molte attenuanti, perché nessuno dei suoi predecessori ha davvero capito la necessità di costruire modalità innovative di organizzazione politica della società civile. Resta il fatto che lui ha sostanzialmente abbandonato questa decisiva frontiera e quando ha avuto bisogno del partito ha trovato solo macerie: quello che doveva essere non un “nuovo partito”, ma un “partito nuovo” era ridotto ad una confederazione di correntine, un po’ patetiche e molto ridicole, naturalmente in perenne lotta tra loro, per un potere che si stava sbriciolando.

Non le ha fatto impressione che parecchi lavoratori iscritti alla Cgil abbiano votato 5Stelle e Lega?

No, perché purtroppo non è una novità. Sono decenni che il voto operaio va in maggioranza a destra. Anche nel 2013 il Pd di Bersani si era piazzato al terzo posto nelle preferenze degli operai, dopo Cinquestelle e destra. Si potrebbe ricercare una radice antica di questo fenomeno perfino nel gramscismo, che stabilì il primato della “riforma intellettuale e morale” su quella economica e sociale… Forse è anche per questa ragione che non abbiamo mai avuto in Italia un grande partito riformista, perché la sinistra ha preferito discutere per decenni su come riformare il comunismo, anziché su come riformare il capitalismo… Chissà, forse se avessimo avuto Di Vittorio, invece di Togliatti, alla guida della sinistra italiana, le cose sarebbero andate diversamente… Ma senza andare troppo indietro, in tutta la Seconda Repubblica, dal 1994 ad oggi, solo una volta il centrosinistra ha avuto la maggioranza dei voti operai: è stato alle elezioni europee del 2014, quelle del Pd al 40 per cento. Semmai, la brutta notizia delle elezioni del 4 marzo è che abbiamo perso il primato nel voto degli impiegati, in particolare pubblici, a cominciare dagli insegnanti.

Ora da parte di alcuni intellettuali, e anche riviste vicine alla sinistra si chiede di sciogliere “questo” PD e ripensare, in profondità, le ragioni di una forza di sinistra nel nostro Paese. Insomma siamo all’anno zero della sinistra italiana?

Ecco, appunto: torniamo a discutere di come riformare la sinistra, invece di come riformare il Paese… Pensiamo alla quantità di energia sprecata nella scissione, motivata dalla ricerca della sinistra perduta: tonnellate di carta, milioni di parole, per spostare seimila voti, quelli che, sulla base dei conti dell’Istituto Cattaneo, LeU ha preso in più nel 2018, rispetto a quelli che Sel aveva preso da sola nel 2013. Seimila voti, su 60 milioni di italiani. Lo 0,01 per cento. L’ex-presidente del Senato, Piero Grasso, è tornato a Palazzo Madama alla testa di un gruppo di quattro senatori, compreso se medesimo. E al suo posto ora c’è una pasdaran berlusconiana, eletta coi voti dei Cinquestelle. Un capolavoro di eterogenesi dei fini. No, non è riaprendo l’inutile disputa teologica circa l’essenza della sinistra che ritroveremo la via delle menti e dei cuori degli italiani. Per me un partito è fatto di tre cose: una visione del mondo, che per noi è data dal tentativo mai perfetto di coniugare crescita economica e uguaglianza sociale nella democrazia; un programma, fatto di risposte concrete ai problemi del Paese; e un’organizzazione per elaborarlo in modo collettivo e realizzarlo col consenso dei cittadini. Il programma non può essere altro che un nuovo tentativo di quadrare il cerchio tra europeismo e populismo, attraverso il riformismo. Dobbiamo smontare mentalmente quello che abbiamo fatto e rimontarlo in modo più convincente. E dobbiamo mettere mano ad una nuova forma di organizzazione politica, mutuando le tecniche organizzative più efficaci e innovative dal mondo che vive attorno a noi. L’organizzazione è una scienza, che ha prodotto tecniche sofisticate. E invece noi l’abbiamo affidata a dei praticoni, senza alcun investimento intellettuale, professionale, finanziario.

Per qualcuno una via d’uscita alla crisi è  quella “macroniana”, ovvero costruire un partito alla Macron… A me sembra una cosa  che non risponde alla crisi del Pd. C’è stato un voto chiaramente antiestablishment e si propone, invece, un modello che è establishment o tecnocratico. Certo alcuni valori di Macron, vedi l’Europa, sono importanti altri sono distanti. Qual è il suo pensiero?

Il mio pensiero è che la inaspettata vittoria di Macron ha salvato l’Europa, che sarebbe morta se avesse vinto il fronte nazionalista lepeniano. Salvando l’Europa, Macron ha rimesso la Francia al centro della politica europea, rilanciando l’asse franco-tedesco. Nei due anni precedenti non era stato così. Dalle europee del 2014 fino al referendum costituzionale, l’Europa era stata guidata da un asse italo-tedesco, con l’Italia di Renzi che non ha imposto la sua agenda, questo no, ma è riuscita a condizionare in modo significativo quella tedesca. La crisi del Pd, a partire dal 4 dicembre 2016, e il parallelo riemergere prepotente della Francia di Macron, hanno ristabilito il vecchio schema, che prevede il primato franco-tedesco e l’Italia come partner debole dei due più forti, insidiata dalla Spagna nel ruolo di numero 3. Ora il Pd non ha più la forza di imporre il suo gioco e non vedo per noi altra vocazione che quella originaria: essere parte della famiglia socialista per costruire un centrosinistra europeista più ampio, che abbia oggi in Macron il suo primo interlocutore. Penso che il primo obiettivo dovrebbe essere quello di individuare, per le elezioni europee del ‘19, un candidato comune alla presidenza della Commissione europea, in alternativa a quello che proporranno i popolari. Non si tratta quindi, per il Pd, di scegliere tra Macron e i socialisti, ma di lavorare ad un’alleanza tra queste forze.

Il futuro di Matteo Renzi?

Un vecchio sindacalista diceva: se non riesci ad essere una risorsa, cerca almeno di diventare un problema. Ecco, io spero che Renzi non ascolti consigli come questo. Spero che lavori ad un disarmo bilanciato delle correntine che stanno dilaniando il Pd, che oggi appare diviso tra fedelissimi del capo sconfitto e nostalgici della sconfitta precedente. Due posizioni, una più respingente dell’altra. Mi auguro che Renzi nutra l’ambizione di aprire una fase nuova, mostrando il coraggio dell’umiltà e dell’inclusione.

Torniamo al partito. Nel progetto del PD, sintetizzato nella sua carta dei valori, c’era il meglio del riformismo italiano. Era presente un’eco della “terza via”. Una “terza via” che non è stata capace di regolare la globalizzazione. Anzi, per certi versi, è apparsa troppo accondiscendente. Insomma se un qualche “ripensamento” andrà fatto dove trovare sul piano culturale politico spunti per una nuova “lingua” del PD?

Non ho mai condiviso questi giudizi sommari sulla “terza via”, perlopiù pronunciati da esponenti della sinistra minoritaria, se non gruppuscolare, quella che sogna la bella sconfitta e disprezza le brutte vittorie, quelle che fanno i conti col principio di realtà. La “terza via”, da un secolo a questa parte, è sempre stata il sinonimo del riformismo. La “terza via” è la riforma del capitalismo, il suo condizionamento attraverso l’azione sociale e politica, la sua graduale trasformazione in economia sociale di mercato. Il problema oggi aperto davanti al riformismo, nei paesi occidentali, è che la via riformista per tutto il Novecento ha potuto fare leva sullo Stato nazionale, perché era a quel livello che era possibile condizionare in modo efficace il capitalismo, mentre oggi questo non è più possibile. Il capitalismo globalizzato sfugge alla regolazione degli Stati nazionali. Di qui la vera alternativa del tempo presente: ristabilire il primato degli Stati nazionali, anche a costo di sacrificare lo sviluppo capitalistico, in realtà lasciandolo ad altri, o invece adeguare gli strumenti di regolazione, spostandoli ad un livello sovranazionale, nel nostro caso almeno europeo e in parte transatlantico. Ecco, io penso che il nostro problema non sia oggi rinunciare alla “terza via” in nome di una chiusura neo-sovranista, sulla linea vagheggiata da Trump, ma di costruirla, la “terza via”, la riforma del capitalismo, ad un livello sovranazionale, sulle orme del grande lavoro fatto negli anni scorsi da Obama. Cominciando dalla riforma europea, sulla falsariga di quella proposta da Macron.

Se lei dovesse indicare, in estrema sintesi, le priorità del PD quale metterebbe?

La riforma europea. La costruzione di una sovranità europea condivisa tra gli Stati che accettano di farlo. Difesa, sicurezza, immigrazione, frontiere comuni. E poi, nodo decisivo, una capacità di bilancio dell’Eurozona. Solo se riusciremo a rimettere in moto la costruzione di un’Europa politica, potremo quadrare il cerchio in Italia tra crescita, occupazione e riduzione del debito. Per ridurre il debito dobbiamo fare un elevato avanzo primario, ossia destinare a quell’obiettivo una quota significativa di entrate fiscali, che per molti anni devono essere sottratte a investimenti produttivi e servizi sociali. Ma il voto del 4 marzo ci dice che il Paese non ce la fa più a sostenere questo sforzo. Perché è un paese che da troppo tempo non investe più sul futuro: infrastrutture materiali e immateriali, scuola, università, ricerca, innovazione. Solo se scende in campo l’Europa, attraverso un bilancio dell’Eurozona, a sostegno della crescita e dell’occupazione, il doveroso e indispensabile rientro dell’Italia dal debito può farsi sostenibile. Anche politicamente.

Ultima domanda: Ha qualche consiglio da dare ai suoi amici impegnati nelle consultazioni?

Penso che il Pd abbia il dovere di avanzare una proposta programmatica per il governo del Paese. Poi è evidente che, sulla base dei rapporti di forza in parlamento, la costruzione di un assetto di governo non è nelle nostre mani. Ma dobbiamo evitare di trasmettere ai cittadini sia l’impressione che ci chiamiamo fuori da ogni responsabilità per rabbia e per rancore, sia la sensazione di essere alla ricerca di una quota di potere a qualunque costo. Alcuni punti programmatici molto chiari possono rendere comprensibile la nostra scelta, qualunque essa risulti essere, alla fine di una crisi politica che certo non sarà breve.

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