Alla radice della crisi dei partiti. Un testo di Simone Weil

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La Casa editrice Feltrinelli, insieme al magazine del non profit “Vita”, ha pubblicato un prezioso testo (insieme ad altri brevi molto densi) di Simone Weil Un testo “datato” ma molto profetico.

La collocazione storica

Il titolo del libretto è alquanto provocatorio, Manifesto per la soppressione dei partiti politici (Il testo si trova in “Senza partito. Obbligo e diritto per una nuova politica”, Ed. Vita-Feltrinelli, Milano 2013, pagg. 94. € 8,00) come lo è tutto il pensiero di Simone Weil, scomparsa prematuramente per malattia mentre era in esilio a Londra.

Simone Weil precorritrice dell’antipolitica contemporanea?

Non direi! Anzi, queste pagine intense ci forniscono spunti di pensiero, oserei dire “ontologici”, sulla natura dei partiti politici e della politica.

Occorre però storicizzare questo testo nell’esperienza politica e culturale dell’autrice.

L’obiettivo polemico della giovane filosofa è il Partito Comunista Francese, imbevuto di stalinismo.

La Weil, durante la sua breve esistenza, ha attraversato molte delle esperienze eretiche della sinistra francese ed europea: dal sindacalismo rivoluzionario al circolo dei comunisti democratici (il cui leader era Boris Souvarine, uno dei fondatori del PCF, divenuto poi il primo “eretico” del comunismo d’oltralpe), ai gruppi anarchici della guerra civile spagnola (quelli legati a Bonaventura Durruti).

Forte è la critica al potere nella sua visione politica: contro ogni forma di bu- rocraticismo e di meccanicismo storico, ella contrappone lo spirito di rivolta che è connaturato alla natura umana. Questo “spirito” è sempre presente nell’uomo e lo rende protagonista della storia.

Per la Weil è la “sventura” (che è qualcosa di più della mera sofferenza fisica) che muove la ribellione allo stato di oppressione presente nella storia umana. «La sventura – scrive in Attesa di Dio – è uno sradicamento dalla vita, un equivalente più o meno attenuato della morte, che l’impatto con il dolore fisico o l’appren- sione immediata che se ne ha, rendono irresistibilmente presente nell’anima».

Così, ad esempio, nella condizione operaia (questo è uno dei temi più cari a Simone) la “sventura” è lo sradicamento della persona dell’operaio.

Come si vede, il suo pensiero è fortemente permeato di pensiero libertario (anarchico).

Infatti le appare «come l’unica dottrina sociale capace di rivendicare l’importanza dell’autonomia dell’individuo nei confronti dei grandi apparati e quindi di porre in primo piano il valore morale della libertà individuale» (Maurizio Zani, introduzione a Simone Weil, Incontri Libertari, Ed. Eule- thera, Milano 2001, pag.14.). Nel suo cammino interiore, Simone Weil incontrerà più tardi il Cristianesimo (ma non si battezzerà mai). Questo porterà la giovane ebrea a un maggior “radicalismo”, nel senso dell’esperienza mistica, della condizione umana.

L’atteggiamento della Weil nei confronti della realtà a lei contemporanea è, dunque, quella dell’intellettuale in rivolta contro ogni manifestazione di potere che si appoggi su strutture istituzionali rigide e gerarchizzate.

Poste così le cose, si comprendono le radici profonde, ispiratrici dell’azione politica di Simone Weil. Ma lei ha sempre privilegiato l’impegno in gruppi non partitici.

Il partito totalitario

Ora, ritornando così al Manifesto (che come scrive Marco Revelli nella sua premessa: non è solo un testo di denuncia delle colpe e dei limiti della “forma partito”. E’ molto di più: una riflessione amara e quasi disperata sull’antropologia degratata contemporanea. Un testo di teologia sociale se si vuole), le cui radici, tra le altre, si possono trovare nel pensiero politico di Alain (il filosofo francese, amico e maestro di Simone Weil, di estrazione radicale di sinistra), esso si pone come una dura requisitoria contro il “partito-chiesa” (ovvero quella forma particolare di formazione politica tipica dei totalitarismi del ‘900). Ma il discorso, come vedremo, andrà più in profondità.

Ecco le tre caratteristiche, e la Weil nell’elencare questi punti si pone come un’attenta “fenomenologa” del politico: «Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva. Un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte. Il fine primo e, in un’ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite».

Poste queste caratteristiche – afferma la Weil – «ogni partito è totalitario in nuce». Interessante è quando l’autrice scrive che la terza caratteristica rappresenta il rovesciamento tra fine e mezzo.

Ovvero, il partito diventa fine di se stesso contro il bene comune e questo è l’idolatria del partito politico.

Il conformismo dei partiti

Ma vi è un altro punto, questo sì decisivo, contro cui Simone Weil scatena una dura requisitoria, ed è quasi un grido contro il “crimine” di abdicazione dello spirito (ovvero la rinuncia alle sue profonde prero- gative) che provoca, secondo lei, il modo di funzionamento dei partiti. Ovvero che «il movente del pensiero» è «non più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito».

Insomma, per la Weil «i partiti sono organismi costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia». Per cui la «soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro».

Come si vede, una requisitoria senza scampo!

Esagerazioni? Forse. Ma se si tiene conto del periodo sto- rico in cui queste pagine sono state scritte, gli anni ’40 del secolo scorso, allora non si può non coglierne il senso pro- fetico della dinamica storico-politico della degenerazione che la forma partito ha assunto nel Novecento europeo.

Una lezione per l’oggi

Oggi quale messaggio ci consegnano queste pagine?
 Non certo quelle dell’antipolitica gridata.
 Anche perché, stando alle cronache di questi giorni, quella che si è voluta, ingannevolmente, chiamare “antipolitica” ha tutti i connotati del “partito-setta”. Mi pare di cogliere un duplice aspetto: da un lato sulla “forma” partito e dall’altro sul senso profondo del fare politica.

Sul primo punto le pagine di Simone Weil sono un moni- to contro ogni forma di partito carismatico, in quanto esso prefigura una dinamica interna non democratica, alla cui base c’è una “servilità” al pensiero unico del capo (tutti in competizione con chi è il più fedele nell’esporre la volontà suprema, con effetti talvolta anche tragicomici).

E, sempre restando sul primo punto, la riaffermazione del riequilibrio dei mezzi nei confronti del fine della politica. Ovvero, il partito non è un fine ma un mezzo.

Questo allora ci conduce ancora più in profondità. Cioè sul fine della politica.

La democrazia è responsabilità. In democrazia non esistono isole solipsistiche. Esistono obblighi nei confronti di ciascuna persona. Ciò che fa grande la politica è combattere contro la sventura della persona umana. Nei suoi limiti, guai se non fosse così, la politica può essere quella splendi- da avventura verso quella nuova civiltà sognata da Simone Weil: la civiltà che «rinnega la forza, che affida all’amore l’opera della giustizia e che si apre così al riconoscimento della verità» (Domenico Canciani, Simone Weil. Il coraggio di pensare, Ed. Lavoro, Roma 1996, pag. 332).

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