PD, la follia delIa scissione. INTERVISTA A GIORGIO TONINI

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La scissione del PD si è compiuta, dopo giorni di follia politica. Sconcertante, agli occhi dell’opinione pubblica, il comportamento dei protagonisti di questa vicenda. Adesso sorgeranno i gruppi parlamentari degli scissionisti. “Movimento Democratico e Progressista”, questo il nome del nuovo gruppo. Cerchiamo di capire, in questa intervista, con Giorgio Tonini (PD), Presidente della Commissione Bilancio al Senato, quali saranno le conseguenze della scissione.

Senatore Tonini, come sta vivendo, personalmente, questa scissione?

 Diciamo che abbiamo conosciuto momenti migliori. Un gruppo di dirigenti storici della sinistra italiana, pur di abbattere il segretario in carica, peraltro alla prova di un congresso tutt’altro che scontato, non esita a dare un colpo al partito con l’obiettivo dichiarato di fargli perdere il primato elettorale nel paese. Un obiettivo folle e irresponsabile, non solo nei riguardi del Pd, ma anche nei confronti del paese, che non mi pare disponga di un’alternativa di governo pronta. E tutto questo in uno scenario europeo e internazionale da brivido, alla vigilia di elezioni francesi che potrebbero segnare la fine dell’Unione europea, o viceversa aprire una fase di nuovo sviluppo della costruzione politica dell’Europa, dalla quale un’Italia resa nuovamente instabile dall’esito infausto del referendum costituzionale, rischia di essere esclusa.

Nel suo territorio, il Trentino, che tipo di reazioni ha registrato?

Sconcertate. Praticamente nessuno ha seguito i fuoriusciti. Semmai c’è chi, contro la scissione politica, invoca la secessione territoriale. È un altro, piccolo sintomo dei rischi di disgregazione del paese.

A rivedere il film di questi ultimi due mesi, in cui il suo partito ha dato il peggio di sé, si fa ancora fatica a comprendere le motivazioni profonde di una scissione che assomiglia sempre più ad uno psicodramma collettivo. Insomma possono le differenze programmatiche, e ve ne sono diverse, giustificare una scissione? Questo è quello che si domanda l’opinione pubblica….

Differenze programmatiche ce ne sono, come è evidente, ma anche fisiologico, in un grande partito popolare e plurale. Ma non si fa una scissione, tanto meno in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, per qualche divergenza programmatica. Semmai ci si presenta al congresso con una piattaforma alternativa a quella del segretario uscente e si prova a metterlo in minoranza.

Parliamo di Matteo Renzi. Dica la verità Senatore Tonini, il comportamento dell’ex-segretario non è stato proprio di uno che fosse dispiaciuto della scissione. Anzi! Il comportamento ha continuato ad essere improntato sulla supponenza, menefreghismo delle ragioni degli altri, ingordigia di rivincita…. A parte quella piccola autocritica fatta in quella intervista ad Ezio Mauro su Repubblica, non c’è stata una vera autocritica sul suo operato. Eppure ragioni per farla ve ne sono. Insomma come può una persona così essere percepita come un segretario di tutti?

Per la verità, Renzi ha fatto molto di più che sottoporsi al rito un po’ comunista dell’autocritica: si è dimesso da presidente del Consiglio e poi da segretario del partito. Detto questo, è indubbio che la dote più spiccata di Renzi non sia l’inclinazione alla mediazione e al compromesso. Ma neppure questa è una ragione sufficiente per andarsene da un partito. Del resto, il principale regista della scissione, Massimo D’Alema, può dare poche lezioni al riguardo, diciamo… Siamo seri. La ragione della decisione di uscire sta in un radicale dissenso sulla natura del Pd. Per D’Alema e Bersani doveva essere l’ennesima metamorfosi del Pci, a cominciare dalla forma-partito, basata sulla mediazione al centro piuttosto che sulla competizione tra proposte alternative, e su un gruppo dirigente sostanzialmente inamovibile, che si rinnova lentamente e quasi solo per cooptazione. Renzi, pur con tutti i suoi limiti, ha avuto il merito storico di prendere sul serio il modello nuovo di partito pensato e voluto da Veltroni e di metterlo in atto, di farlo vivere non solo negli statuti, ma nella prassi quotidiana. Un modello aperto e competitivo, fondato sui due principi della vocazione maggioritaria e della contendibilità di tutte le cariche. Questo modello si è rivelato insopportabile per D’Alema e soci, al punto di tentare, con la scissione, di farlo saltare. Per fortuna non sembra che le dimensioni della rottura siano letali per il Pd. Anche se certamente sarebbe stato meglio poterne fare a meno.

E poi questa voglia smisurata, da parte di Renzi, di andare presto alle elezioni: non la vede come un suicidio per il PD? E la decisione dalla Direzione di concludere l’iter congressuale il 30 aprile non suona come una sconfitta del segretario dimissionario e la vittoria del partito della conclusione della legislatura a scadenza naturale?

Trovo la disputa sulla data delle elezioni, sei mesi prima o sei mesi dopo, malinconicamente comica. Renzi avrebbe avuto torto a pretendere di andare alle elezioni saltando il passaggio della sua rilegittimazione democratica attraverso il congresso. Ma ora il congresso c’è e si terrà prima del voto. A questo punto è la fuoriuscita dei dalemiani (e non le presunte smanie di rivincita di Renzi), che potrebbe portarci alle elezioni subito. A prescindere dai tempi del congresso del Pd. Da presidente della commissione Bilancio del Senato, mi sentirei di sconsigliare al governo di entrare nella sessione di bilancio con la sola certezza che i fuoriusciti dovranno utilizzarla per distinguersi tutti i giorni dal Pd, pena la loro irrilevanza politica e la loro scomparsa dai media. Ho già visto questo film: tra il 2006 e il 2008, protagonisti i gruppi e gruppetti che assediavano il Pd e il governo Prodi da sinistra e dal centro. Il finale obbligato furono le elezioni anticipate.

Parliamo dell’ex minoranza PD. Anche qui errori ve ne sono stati, dove, secondo lei, hanno sbagliato?

In particolare, direi, nel comportamento parlamentare. Non si contano infatti le occasioni nelle quali la minoranza non si è limitata a criticare le scelte della maggioranza del partito e del governo, come è suo diritto indiscutibile in un partito democratico. Ma si è dissociata nel voto, talvolta perfino in quello di fiducia, nelle aule parlamentari. Questo comportamento, tanto più se ripetuto, è strutturalmente incompatibile con l’appartenenza ad un partito. È già, di per sé, un comportamento scissionistico. Questo la minoranza lo sa e sa anche che la politica ha le sue leggi, diverse da quelle della fisica o della chimica, ma non meno stringenti. Una di queste leggi è la complementarietà, in un partito complesso e composito, del pluralismo della rappresentanza e della disciplina nel voto. Se si viola sistematicamente la disciplina, si mette a repentaglio la sostenibilità del pluralismo e si pongono quindi le basi della scissione. Questa regola non conosce eccezioni, nella storia dei partiti politici, e averla sottovalutata, da parte della minoranza, è stato un grave errore di superficialità.

Loro dicono: noi, con la nostra scissione, salviamo il centrosinistra. E’ così?

Il magnifico paradosso delle frequenti scissioni a sinistra è che vengono consumate sempre in nome dell’unità: un mito tanto celebrato sul piano retorico, quanto smentito su quello pratico. Ma la vera o presunta, diciamo tentata, scissione del Pd, in nome dell’Ulivo è una novità fantastica. L’Ulivo è sempre stato una coalizione che tendeva a farsi partito, frenata dall’istinto di conservazione dei partiti che avevano dato vita alla coalizione. In questo senso, pur con tutti i suoi limiti, il Pd è l’Ulivo realizzato: scindere il Pd in nome dell’Ulivo è quindi un nonsenso. Sarebbe come divorziare per tornare fidanzati.

Si potrà ricomporre la scissione? Su che basi potrà rinascere il centrosinistra?

Per me la domanda non ha senso. Il Pd è il centrosinistra che si fa partito. Un partito a vocazione maggioritaria, cioè un partito aperto e inclusivo e che non si limita a presidiare una nicchia più o meno grande di consenso, ma cerca di conquistare il “mainstream” del paese. Anche per questo la coincidenza nella stessa persona della funzione di segretario del partito con quella di candidato premier è un principio costitutivo del Pd. Volerlo rimuovere, come ora dice di voler fare Orlando, è proporsi di snaturare il Pd, per tornare all’idea di partito che era propria della Prima Repubblica. Questo non significa che il Pd non possa o non debba fare alleanze con formazioni minori alla sua sinistra o alla sua destra. Ma queste scelte tattiche, spesso imposte dal realismo dei numeri, non hanno nulla a che vedere con la natura del Pd, se non in quanto esprimono la sua vocazione a conquistare nuovi consensi al riformismo.

Ora inizierà il percorso congressuale. Ho la sensazione che non sarà facile coinvolgere il “popolo delle primarie”… Lei che ne pensa?

La partenza è certamente in salita: dopo una sconfitta strategica e una (per quanto ridotta) scissione, con alle viste un confronto elettorale che con assoluta probabilità non produrrà alcun vincitore, non è facile suscitare entusiasmo. Molto dipenderà dalla capacità di Renzi di rilanciare un progetto riformista per il paese: un progetto che prenda le mosse dalla batosta referendaria, assumendo fino in fondo il carico di inquietudine, di insoddisfazione, di sofferenza e di rabbia che quel voto ci consegna, ma non per cavalcarlo retoricamente, come fanno le molte famiglie populiste, ma per corrispondere ad esso con un di più di intelligenza, di immaginazione, di progettualità e di coraggio riformisti. La scelta di Renzi di ripartire dal Lingotto e di affidare il coordinamento del programma a un riformista a tutto tondo come Tommaso Nannicini è la partenza migliore di questa difficile impresa.

Infine una parola sul governo Gentiloni. L’Europa vuole la manovra correttiva presto, Renzi non ne vuol sapere di privatizzazioni, tasse sulla benzina, ecc. Non vedo messo bene il governo…

Nemmeno io. Ma non tanto per i presunti dissensi di Renzi, quanto per gli effetti della scissione. Ho sempre pensato e detto più volte che l’unico modo per accelerare la fine del governo Gentiloni è dunque quella della legislatura era la scissione, anche piccola, del Pd. Si chiama eterogenesi dei fini: un altro classico nella storia della sinistra.

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