“Va bene migliorare, ma non aspettiamoci miracoli sulla legge elettorale”. Intervista a Stefano Ceccanti

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Nei prossimi giorni il Parlamento sarà chiamato a discutere sulla legge elettorale. Una qualche forma di dialogo tra le forze politiche è in corso.
Proviamo, in questa intervista, con il costituzionalista Stefano Ceccanti, Ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma, ad immaginare i possibili sviluppi.

Stefano Ceccanti
(LaPresse)

Professor Ceccanti, come succede, ormai, da più di vent’anni, ogni fine legislatura porta con sé il dibattito sulla legge elettorale. Non è il massimo per la credibilità  democratica di un Paese Occidentale.
Ancora una volta siamo alle tattiche (cioè alla misura della convenienza che un sistema può dare rispetto ad un altro). Le pare serio tutto questo?
In realtà in questo caso c’era un disegno che correttamente individuava a monte un nodo costituzionale, ossia l’esigenza di giungere finalmente a un’unica Camera dotata di rapporto fiduciario, e, in connessione con questa, una legge che desse ai cittadini anzitutto il ruolo di arbitri del Governo attraverso un ballottaggio nazionale.
Gli elettori hanno legittimamente detto di No a questo schema che era stato concordato tra due schieramenti su tre fino all’elezione di Mattarella; ne è seguita una sentenza della Corte che ha tratto le conseguenze del verdetto referendario e adesso ci si trova obiettivamente in una strettoia finale dove si può lavorare solo sulle leggi elettorali a Costituzione invariata, da cui, quindi, non si possono aspettare miracoli.

Nel panorama europeo siamo gli unici a cambiare sistema voto ad ogni elezione. E’ così?
A dir la verità discussioni su adattamenti dei sistemi ci sono in vari Paesi. Il Regno Unito ha fatto anche un referendum qualche anno fa.
E’ vero che c’è una nostra specificità perché noi siamo l’unico Paese ad avere sia regole incerte e deboli sia un sistema dei partiti molto mutevole. Di norma negli altri Paesi è debole solo uno dei due elementi.

Veniamo alle proposte:  Il PD propone un mix di maggioritario e proporzionale (il “Rosatellum” una specie di “Mattarellum” modificato), Berlusconi offre a Renzi , in cambio di una disponibilità anche ad anticipare la fine della legislatura a settembre, il sistema tedesco (proporzionale con sbarramento al 5%), i 5stelle sono per l’Italicum modificato. Insomma come se ne esce?
Anzitutto dobbiamo dirci che è certo opportuno cambiare le leggi vigenti ma, dovendo operare a Costituzione invariata (sia per il doppio rapporto fiduciario con elettorati diversi tra Camera e Senato, sia per le norme sulla forma di governo) non dobbiamo vedere le scelte attuali come quelle risolutive e definitive. Dovremo comunque ritornarci.
Il punto è avere chiare le finalità e la loro gerarchia. la prima dovrebbe essere quella di favorire il fatto che i cittadini siano arbitri del Governo. Saltato lo schema del referendum e dell’Italicum, credo si potrebbe ottenere solo con l’adozione per intero del sistema francese, semipresidenzialismo (che richiederebbe però il cambio della Seconda Parte della Costituzione) e doppio turno di collegio. Tenendo questa scelta sullo sfondo, cerchiamo oggi di ottenere il massimo possibile di collegi uninominali. La seconda finalità è quella di scegliere bene i rappresentanti: qui la cosa migliore è andare sugli strumenti delle grandi democrazie europee (collegi uninominali e liste bloccate corte) evitando le preferenze che snaturano l’elezione (da competizione tra partiti diventano competizione interna tra partiti, che invece deve svolgersi in una fase precedente).

Bersani ha affermato che il “rosatellum” è una truffa. Esagera?
Ho la sensazione che il problema di Bersani sia la soglia di sbarramento al 5%, ma magari mi sbaglio. Il problema di Mdp, però, è politico, non di regole: avendo fatto una scissione è costretto a giustificarla radicalizzando le differenze col Pd, a partire dai voucher, tirando la corda anche al rischio di spezzarla. Ma se fai così, anche se la legge ti consentisse le coalizioni, come fai poi a stipularla credibilmente se la distanza sui contenuti è così grande?

Riuscirà Renzi a tenere fermo l’obiettivo di non cedere sul ritorno al proporzionale e quindi da una possibile “grosse koalition” all’italiana?
A dir la verità la proporzionale c’è già, debolmente corretta da un premio alla Camera e da sbarramenti alti al Senato. Il miracolo sarebbe se riuscisse a tirarci fuori da lì.

Se l’obiettivo è la governabilità l’unico sistema è l’uninominale. Perché non si può fare?
Premesso che l’uninominale, con un sistema così frammentato, da solo non sarebbe risolutivo, infatti in Francia è trainato dall’elezione presidenziale, il nodo nella fase attuale è il centrodestra. Esso è debolissimo nel centrosud.
Con l’uninominale Forza Italia rischia di dover cedere la gran parte dei collegi del nord alla Lega scompensando i rapporti di forza. E’ un ostacolo non facile.
Paradossalmente sarebbe più facile reintrodurlo insieme all’elezione presidenziale che imporrebbe un reset dell’intero sistema.

Per il PD non sarebbe più saggio ricostruire una coalizione di centrosinistra?
Per costruire una coalizione seria, che non sia l’Unione, ci vuole un minimo di coerenza programmatica, faccio fatica al momento a vederla sul piano del Governo nazionale nelle forze a sinistra del Pd, se non per singole persone.

Lei è un costituzionalista molto ascoltato dai renziani. Ha qualche consiglio da dare a Renzi?
No, guardi, evitiamo il complesso degli studiosi. Spesso il sapere pratico dei leader politici ha uno spessore persino maggiore del sapere teorico degli studiosi. Il secondo si può acquisire sui libri, è una scienza che si può trasmettere, invece il primo è un’arte, cui Renzi ma non solo lui è ampiamente provvisto. Io al posto di Renzi mi permetterei solo di preavvisare i cittadini che non ci si può aspettare moltissimo dalle soluzioni che saranno varate in questa fase e terrei alto il messaggio per la legislatura prossima, indicando il sistema francese per intero come la soluzione a regime sin dal programma elettorale. Se invece mi sbaglio ,e  si può fare di più, se l’arte dei politici può dare di più anche in questa fase, ancora meglio.

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