LA SVOLTA “BERGOGLIANA” DELLA CEI. INTERVISTA A FRANCESCO ANTONIO GRANA

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Il cardinale Gualtiero Bassetti, appena nominato Presidente CEILa nomina del Cardinale Bassetti alla Presidenza della Cei (Conferenza episcopale italiana) segna un punto di discontinuità nella Chiesa italiana. Quali gli  sviluppi? Ne parliamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista e Direttore dell’Agenzia di Stampa on line “Il Faro di Roma”.

 

Francesco Grana, la nomina di Bassetti, cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, alla  presidenza della Cei segna definitivamente la fine del lungo ciclo “ruiniano”. Qual è il bilancio di quella stagione?

 Il ruinismo è decisamente finito. Anche se Ruini sostiene che esso sia ancora vivo al di fuori dell’Italia, in altri Paesi europei. Certamente quella stagione della Chiesa italiana oggi sarebbe improponibile con un Papa come Francesco. Ha avuto ragione di vita con san Giovanni Paolo II che ha impostato la Cei in un modo certamente diverso da ciò che oggi Bergoglio chiede a questo organismo ecclesiale. Bisogna sottolineare, però, che Ruini era fedelissimo di Wojtyla e che il Papa polacco nutriva verso il porporato emiliano una stima piena. Il ruinismo, ovvero la presenza forte della Chiesa italiana sul dibattito pubblico, con un interventismo politico abbastanza spiccato, ha funzionato proprio per questo tandem efficace: Ruini-Wojtyla. Fare un bilancio oggi è difficile perché non è rimasto concretamente molto di quella stagione che nessuno rimpiange. Viviamo una Chiesa con un’impostazione decisamente diversa data da Bergoglio. La dimensione pastorale è predominante. È presto per dire se ciò sarà efficace o meno. Certo chi vorrebbe oggi applicare il modello Ruini per stabilire un ponte tra i 5 Stelle e la Chiesa cattolica è destinato a fallire.

 

Quali sono stati i limiti?

Il ruinismo è nato con la fine della Prima Repubblica e con essa della Democrazia Cristiana che ha visto il voto cattolico dividersi, non in modo omogeneo, in tutto l’arco costituzionale. È quindi frutto di un passaggio storico senza il quale quella stagione non solo non avrebbe avuto senso, ma non sarebbe nemmeno esistita. Alcuni limiti li ha fatti notare lo stesso Francesco quando ha rigettato l’espressione di “valori non negoziabili” tanto cara a Ruini e a Benedetto XVI. Per il Papa latinoamericano non è possibile stabilire una scala di gradazioni all’interno della categoria dei valori. Questo è certamente un primo e importante limite del ruinismo. Un altro limite è quello nel dibattito bioetico: al di là del valore della vita dal suo concepimento al suo fine naturale che ovviamente nessuno mette in discussione, non si possono affrontare i singoli casi con un giudizio senza alcuna misericordia. La vicenda di Piergiorgio Welby a cui furono negati i funerali perché aveva scelto l’eutanasia oggi appare a moltissimi dentro la Chiesa una decisione errata. Nel caso di dj Fabo la posizione delle gerarchie cattoliche è stata esattamente l’opposta consentendo la messa in suo suffragio. Altro limite è stato paradossalmente proprio l’efficace interventismo politico che, seppure è riuscito in quegli anni a ottenere significativi risultati elettori, ha dato poi il via alla stagione dell’antipolitica che è appena all’inizio.

 

Quella stagione è stata segnata dalla conflittualità con la politica. In nome dei valori non negoziabili si è ristretto il campo della autonomia dei laici cattolici. Pensi che ora si apriranno spazi? 

Ruini ha sempre respinto l’idea di un partito dei cattolici e ha guardato con molta simpatia al centrodestra. Con Berlusconi c’è stato un lungo e proficuo dialogo che l’ex premier intensificava proprio nei momenti in cui la sua condotta morale era messa alla gogna processuale e mediatica. Bisogna, però, sottolineare che esiste anche l’altra parte della medaglia ovvero l’interventismo della politica nella vita della Chiesa cattolica. Un’immagine che non fa notizia, che si preferisce celare, ma che esiste e non è marginale. Pensiamo, per fare un esempio attuale, al leader della Lega Matteo Salvini che va a trovare a casa il cardinale Raymond Leo Burke. O al ministro degli Esteri Angelino Alfano che è di casa nell’appartamento di monsignor Rino Fisichella. Dubito che trascorrano il tempo della visita a pregare: si parla di politica e di come si possono orientare i voti dei cattolici. In fondo sono proprio i laici più lontani dalle sagrestie che paradossalmente cercano l’approvazione e il consenso della Chiesa. Pensiamo a quanto in queste settimane i 5 Stelle stanno, in modo a dir poco goffo, “corteggiando” il voto cattolico. Grillo è arrivato perfino a definire il suo Movimento “francescano”. Un’eresia, un vero e proprio scivolone oltre che una caduta di stile prontamente bacchetta dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.

 

Bassetti, nella sua prima conferenza stampa, ha affermato che non sarà calcolatore. Cosa significa? Una chiesa più libera da fardelli?

Dare un giudizio sulla presidenza del cardinale Bassetti a poche ore dalla sua nomina sarebbe giocare al chiromante. Il porporato deve ancora “entrare” nel suo nuovo ruolo con un Papa che chiede di reinterpretare la presidenza della Cei alla luce dei criteri pastorali da lui indicati nel documento programmatico del suo pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Certamente, come Bassetti ha chiarito, il suo non essere un calcolatore non vuol dire essere un improvvisatore. Ma è la volontà di mettersi in ascolto di tutto l’episcopato italiano e creare quella rete di collaborazione e di raccordo tra i vescovi e il Papa per attuare una pastorale incarnata nei problemi delle persone, soprattutto di quelle che vivono nelle periferie non solo geografiche ma esistenziali.

 

Come e quando nasce l’amicizia con Bergoglio?

 Credo che risalga almeno a prima del pontificato. Francesco ha subito testimoniato in modo chiaro, pubblico e concreto la sua stima, oltre che la sua amicizia, per Bassetti. Nei primi mesi del suo pontificato lo ha voluto subito tra i membri della Congregazione per i vescovi, poi nel suo primo concistoro lo ha creato cardinale, nel 2016 gli ha affidato le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo, e infine lo ha nominato alla presidenza della Cei.

 

Quali sono le priorità?

Le priorità sono tante: dai migranti che bussano alle nostre porte, alla pedofilia dei preti e non solo; dalla tutela della vita, alla formazione del clero, fino alla difesa della famiglia e a una pastorale efficace per i giovani che vivono il grande dramma della disoccupazione. Sono tutti temi indicati da Bassetti nella sua prima conferenza stampa. Ma c’è una vera priorità ed è quella di sintonizzare l’orologio della Chiesa cattolica su quello dei fedeli di oggi. Le chiese non si svuotano in Italia, i cosiddetti “sbattezzi” nel nostro Paese non sono rilevanti, ma spesso la pastorale è antica e ancora frutto di pregiudizi. Il Papa chiede di spalancare le porte e di accogliere tutti come in “un ospedale da campo”. Bassetti è il “primario” giusto per attuare questa conversione pastorale.

 

Pensi che i circoli tradizionalisti aumenteranno il conflitto contro il Papa per questa nomina?

Certamente Bassetti non è un “lefebvriano”. Non ama i paramenti cinquecenteschi e non indossa abiti cardinalizi lussuosi. E’ un pastore con l’odore delle pecore come piace a Bergoglio e come è lui stesso. E’ facile prevedere che ciò non piacerà ai tradizionalisti che vedono solo nella forma, anche quando è anacronistica come quella che propongono, la sostanza. A Francesco piace esattamente il contrario. Così come a Bassetti.

 

Piano piano Bergoglio continua il suo cammino di cambiamento. Cosa manca ancora per il suo completamento? 

Il volto della Chiesa cambia anche attraverso gli uomini. Le idee hanno bisogno di gambe, non viaggiano nell’etere. Quindi l’aver creato già 61 nuovi cardinali è un segnale importante verso questa conversione pastorale chiesta alla Chiesa da Francesco. Ma pensare che la riforma si esaurisca con le nomine sarebbe utopistico. Preziosi, per esempio, sono stati i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia dai quali è scaturita l’esortazione apostolica Amoris laetitia, così come il Giubileo straordinario della misericordia. Francesco traccia una vera e propria enciclica dei gesti dando l’esempio per primo. In questo modo egli propone alla Chiesa un cambiamento che per sua natura è graduale. Se così non fosse, alla fine del suo pontificato non ne resterebbe traccia.

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