Fake News e mondo reale. Due facce della stessa medaglia. Intervista ad Antonino Caffo

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Oramai le “bufale” fanno parte della nostra vita anche se riconoscerle non è mai semplice.
Le “Fake News” sono entrate prepotentemente anche nella polemica politica. Il giornalista
di Panorama, esperto di social e nuove tecnologie, Antonino Caffo, in questa intervista, ci
spiega perché sono uno dei mali della “società connessa” e come tutelarsi.

Caffo, le “bufale” sono sempre esiste. Adesso, nell’opinione pubblica, si
ha come la sensazione di un venire meno dell’autorevolezza della fonte.
Insomma siamo così disarmati di fronte alle fake?
Il motivo principale delle fake news è la viralizzazione. Nell’era dei social e
nella continua ricerca dei click, anche i siti di informazione più autorevoli
hanno imparato a sbattere in prima pagina, insieme agli articoli “seri”, altri
costruiti ad-hoc per attirare l’attenzione. Quando quel sottile filo che lega
curiosità e verità si spezza allora è tutto più difficile. Basti pensare all’esempio
del portale “Lercio”, fondato proprio per fare il verso a un mondo che pare
andare avanti più con le bufale che con la realtà e che sull’estrema
viralizzazione della notizia fake ha basato tutto il suo successo. Oggi “Lercio”
macina migliaia di contatti e decine di articoli, che sono sempre là, da leggere
come qualsiasi altro ma nessuno si scandalizza. La bufala è entrata a far
parte della vita sociale di ognuno. Il difficile è capire dove finisce la verità e
comincia la finzione.

E infatti sappiamo che non è molto complicato costruire una fake news
ma lo è, invece, smascherarla. Perché? C’è un modo per difendersi?
Proprio per quanto detto prima, se le persone hanno oramai interiorizzato la
possibilità che qualcosa letto online (e non solo) potenzialmente è falso, può
anche accettarlo. Una volta la televisione era considerata “il verbo” mentre
adesso anche i giornalisti in TV rischiano di trattare una bufala come un fatto
accaduto realmente. I mezzi per difendersi dovrebbero essere gli stessi usati
dai giornalisti: la verifica. Abbiamo letto di un immigrato che ha rubato o
violentato una ragazza a Trieste? Chi lo dice? Un sito nazionale, locale
oppure un piccolo blog? C’è qualche stralcio sul portale della polizia o delle
autorità competenti? Non ci si può nemmeno fidare di presunte
testimonianze: bastano due minuti a creare un profilo Facebook e postare ciò
che si vuole, per rendere tutto ancora più verosimile. Il punto è: una certa
notizia è in grado di farmi cambiare opinione circa un argomento? Se è così
allora meglio approfondire, per non rischiare di essere manipolati da qualcosa
che non esiste oppure costruito proprio per creare disordine.

Nel calderone delle “fake news” si incrociano diversi livelli: da quello
politico all’economico. Cioè le bufale possono diventare anche un
business?
L’esempio di “Lercio” è calzante ma non solo. Spesso ci si dimentica che le
fake news vengono presentate come un articolo vero e proprio, corredato di
titolo e sommario. Vale allora la pena considerare non solo le bufale ma
anche i tentativi di “clickbait”, ancora più complessi. Si tratta di articoli con un
titolo, diffuso sui social, creato appositamente per attirare l’attenzione, senza
che poi all’interno del testo si verifichi quanto promesso. I clickbait più famosi
sono quelli che in passato aggiornavano sulla situazione dell’ex campione di
Formula 1 Michael Schumacher. Su Facebook circolavano post del tipo
“Incredibile in casa Schumacher: clicca per leggere cosa è successo”. Beh, la
notizia sconvolgente spesso era che il figlio del pilota aveva cominciato a
correre. Insomma: si stimola un’emozione facendo pressione su questa per
poi veicolare dell’altro. Non si tratterà di fake news ma ci andiamo molto
vicino. Tutto ciò incrementa il business editoriale nostrano che pompa notizie
più o meno false per portare traffico a pagine web dove sono presenti banner
e pubblicità degli sponsor. Più persone visitano il sito più quelli annunci
saranno visti, generando entrate economiche e business.

In questi mesi abbiamo “scoperto” che ci sono Stati che hanno
costruito infrastrutture per creare “fake news” e che utilizzano per la
propaganda politica per destabilizzare l’Europa. Mi riferisco alla Russia
di Putin. Attraverso quali canali avviene la propaganda russa?
Grazie a una “gola profonda” di San Pietroburgo, è stato scoperto che esiste
un’organizzazione chiamata Internet Research Agency che nella seconda
città più grande della Russia aveva messo in piedi una vera redazione atta a
redigere notizie false, partendo dalle questioni in Crimea per arrivare alle
elezioni USA del 2016 e alla Brexit. Decine di ragazzi, peraltro pagati anche
più di quanto prendono i giornalisti di fascia media in Italia, hanno prodotto
una montagna di contenuti verosimili, cioè non spiccatamente fasulli ma
nemmeno rispondenti a fatti concreti. Spingendo tramite post sponsorizzati
tali articoli online, la Russia è riuscita (almeno così pare) a manipolare le
coscienze di molti “indecisi” riguardo a situazioni lontane (l’Ucraina appunto)
ma anche di interesse diretto (come il voto negli Stati Uniti e in Gran
Bretagna). Presentando una fazione politica migliore di un’altra (Trump vs
Clinton, Brexit vs Europa), l’agenzia ha sicuramente contribuito a far pendere
le scelte di chi non era convinto di certe posizioni.

Sul piano della propaganda politica la Rete è un mezzo potente. Vedi
l’inchiesta di “Buzzfeed”, su alcuni siti che si sono rivelati vicini ad
un’associazione cattolica ultraconservatrice, e il “New York Times” che
ha svelato la propaganda di “Lega” e “5 Stelle” il cui regista è un certo Marco Mignogna di Afragola. L’inchiesta è stata molto criticata dai due
soggetti politici. Al di là di questo, resta un dato di fatto: le bufale sono uno strumento di propaganda politica per i movimenti populisti di
destra. Attraverso questo riescono a veicolare messaggi devastanti su
immigrazione ed euro. Sono esagerati gli allarmi? Non pensa che,
invece, possano creare un clima pericoloso?
Alla fine, tutto questo clamore pur giusto sulle fake news ha contribuito a
innalzare il livello di attenzione su ciò che leggiamo online. Con gli strumenti
giusti, più educativi che informatici, le persone possono ben capire quando un
politico sta estremizzando un evento cercando di porre una questione a
proprio favore. Internet ci ha donato un potere enorme: quello di poter
controllare all’istante se qualcosa di già accaduto è vero o falso. Quando un
partito nomina tasse, pensioni, trend di furti e delitti, per dimostrare una
propria supposizione, bastano 5 minuti su Google per capire se ciò che dice
corrisponde a qualcosa di vero o no. Qui poi si apre un altro interessante
filone: chi ci assicura che Google sia un contenitore di realtà? Chi può
mettere la mano sul fuoco sugli argomenti presenti su Wikipedia? Del resto
tutta la storia dell’uomo viaggia su una lunga strada a due corsie: verità da
una parte, bugia dall’altra: sono gli incroci quelli più pericolosi.

Può essere utile una legge per contrastare le fake?
Sicuramente ma non se rimane su un foglio di carta. Nessun giudice potrà
mai bussare alle porte di tutti i navigatori del mondo per controllare se quello
che scrivono online ha una base di concretezza o è solo finzione. Serve
dunque la collaborazione di chi gestisce il traffico in rete, delle piattaforme
social, degli editori. Già Facebook ha messo in campo un algoritmo in grado
di penalizzare i profili e le pagine che producono fake news, così come
Google lascerà negli ultimi risultati di ricerca i link che si riferiscono a siti non
certificati o segnalati come fonte di bufale. Fin quando l’interesse sul tema
rimarrà così alto combattere le fake news resterà difficile: un agente che
convince un investitore a creare un banner su un certo portale visitato da
milioni di persone, seppur produttore di fake, continuerà a farlo, con il solo
scopo economico che lo guida. La necessità è di scardinare l’intera industria
che vive di bufale, per renderle non solo innocue ma controproducenti.

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