“E’ stato un Sinodo profetico”. Intervista a Francesco Antonio Grana

(AP/Alessandra Tarantino)

Si è concluso, in Vaticano, l’importante Sinodo sull’Amazzonia. Facciamo con Francesco Antonio Grana, vaticanista del www.ilfattoquotidiano.it, un piccolo bilancio.

 

Francesco, si è appena concluso il Sinodo sull’Amazzonia. Un Sinodo, per diversi motivi, che è stato definito storico. Facciamo un piccolo bilancio. Qual è il frutto più maturo che lascia alla Chiesa universale?

 

Quello sull’Amazzonia è stato il quarto Sinodo di Papa Francesco in quasi sette anni di pontificato. Sicuramente un primo frutto di questa assemblea speciale è di aver portato nel cuore della Chiesa cattolica i popoli dell’Amazzonia con le loro tradizioni, le loro culture, i loro problemi insieme alla risorsa ambientale preziosa e insostituibile che quella regione rappresenta per la salvaguardia dell’intero pianeta e della vita sulla terra. Ciò non solo perché viviamo in un mondo globale, ma proprio perché la foresta amazzonica è davvero il polmone del mondo. Mettere al centro questa realtà, senza pregiudizi, ma ascoltando la voce dei diretti protagonisti è un grande merito di Francesco e del Sinodo.

 

Sempre più, con Papa Francesco, il Sinodo diventa strategico per il cammino della Chiesa. Questo nonostante le resistenze del partito curiale, è così?

 

Il Papa lo ha detto nel primo discorso che ha pronunciato nell’Aula del Sinodo parlando proprio del “disprezzo”. “Mi è dispiaciuto molto sentire qui dentro un commento beffardo su quell’uomo pio che portava le offerte con le piume in testa. Ditemi: che differenza c’è tra il portare piume in testa e il ‘tricorno’ che usano alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?”. È un’affermazione forte che risponde a chi in queste tre settimane ha storto il naso per il Sinodo sull’Amazzonia. Ma anche a chi, soprattutto all’interno della Curia romana, non ama questo strumento collegiale voluto da San Paolo VI dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II. Non è un caso se Montini non ha voluto che il Sinodo fosse deliberativo, ma soltanto consultivo. L’ultima parola, ieri come oggi, spetta al Papa. I padri sinodali offrono al Pontefice un documento finale, ma poi è il vescovo di Roma a dover decidere e a comunicare le sue scelte attraverso un’esortazione apostolica. Sicuramente la collegialità è un processo strategico in questo pontificato, ma è iniziata col Vaticano II.

 

L’assemblea ha prodotto un bellissimo documento finale. C’è una parte “geopolitica” (definiamola così) che colloca la Chiesa nella difesa dell’Amazzonia come “consustanziale” alla evangelizzazione. È così?

 

Riconoscere l’Amazzonia, coi suoi popoli e il suo creato, come risorsa preziosa per il mondo e per la Chiesa cattolica significa difendere questa realtà. Nel documento finale si condanna in modo chiaro “un’evangelizzazione in stile colonialista”. Da ciò deriva un autentico rispetto che soprattutto gli uomini di Chiesa, ma ovviamente non solo loro, devono avere nell’approccio con i popoli di questa regione.
Apriamo una piccola parentesi. Al Sinodo hanno partecipato i rappresentanti dei popoli amazzonici. Hanno portato la loro cultura e la loro fede nel centro della cattolicità. Eppure qualcuno ha gridato allo scandalo, parlo delle statue delle divinità amazzoniche che sono state ospitate in una Chiesa di via della Conciliazione a Roma. Qualcuno ha affermato che si è trattato di un cedimento al “paganesimo”. Tanto da organizzare un rosario di riparazione. Non è ridicolo questo?

 

Credo che come sempre le parole del Papa anche su questo aspetto siano state la migliore risposta a chi si è stracciato le vesti per le statuette amazzoniche. Cosa ha detto Bergoglio? Ha chiesto perdono come vescovo di Roma a chi si è sentito offeso dal gesto inqualificabile commesso da alcune persone di buttare nel Tevere cinque statuette. L’inculturazione del Vangelo, tanto cara a San Paolo VI, e il rispetto delle tradizioni religiose, di cui parla Francesco nell’Evangelii gaudium, ci insegnano il rispetto per le culture altre e non a caso non uso il termine diverse.
Torniamo al Sinodo. Tra i compiti del Sinodo c’era quello di trovare nuove strade per una Chiesa dal volto amazzonico. E l’attenzione era tutta puntata sull’ordinazione dei “viri probati” e sul ministero per le donne. Sappiamo che è stato accettato il sacerdozio ai diaconi sposati. Sul ministero, il diaconato, alle donne si rimanda alla ennesima commissione. Eppure le donne hanno fatto sentire la loro voce… Non è umiliante rimandare ancora?

 

Sulle donne la Chiesa è sicuramente molto indietro. Non so se di duecento anni come diceva il cardinale Carlo Maria Martini, però sicuramente tante aspettative che si erano manifestate anche durante il Sinodo sono state profondamente deluse. Viene da domandarsi se non sia arrivato il tempo del riconoscimento di una ministerialità femminile. Eppure nei Vangeli le donne sono le protagoniste principali proprio come gli apostoli. Sono loro a ricevere il primo annuncio della resurrezione. Ma la Chiesa è ancora fortemente maschilista. Si ha forse paura di aprire una porta temendo che si possa arrivare, tra diversi anni, al sacerdozio e all’episcopato per le donne come avvenuto nella Chiesa anglicana. Francamente non avrei questo timore: le donne ieri come oggi sono parte fondamentale della Chiesa, dalla Madonna a Santa Teresa di Calcutta, a Chiara Lubich. Gli esempi sono tantissimi. Ma non è pensabile che il loro servizio prevalente in Vaticano sia quello di fare da serve a cardinali e vescovi. San Giovanni Paolo II ha parlato del “genio femminile”. È giunto il tempo che la Chiesa gerarchica lo faccia fruttare efficacemente.
Ultima domanda: quale sarà la prossima tappa sinodale di Papa Francesco?

 

Dall’assemblea sono stati proposti tre temi tra cui quello della sinodalità. Il Papa ha detto di non aver ancora deciso. C’è anche chi ha chiesto un Sinodo sul celibato sacerdotale, ma credo che sia molto prematuro visti anche i risultati in merito all’apertura ai preti sposati in Amazzonia. Precedentemente Francesco ha voluto due Sinodi sulla famiglia e uno sui giovani. Sicuramente il prossimo avrà un tema ugualmente di grande attualità per il mondo intero, non solo per la stretta geografia cattolica, e sarà anche profondamente collegato al cammino del pontificato missionario di Bergoglio.